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Post del 04/07/2022

IL MAESTRO LEONTINO FRANCO CONDORELLI

PITTORE INSIGNE DELLE ARANCE D’ORO

INTERPRETE AUDACE DI GORGIA FILOSOFO,

ANNO 2012: PREMIO COPERTINA ALLA LENTINITA’

Oggi non si presenta estraneo dinnanzi alla coscienza e popolare e amicale di casa nostra, cioè Lentini città, la storia vera e sapienziale del maestro Franco Condorelli (di recente passato a miglior vita), pittore insigne degli degli agrumi siciliani (arance, limoni e mandarini), gioiosamente fantastici e saporiti alquanto; interprete magico, sorprendente ed audace, al tempo stesso, della filosofia del famoso pensatore cosmico leontino Gorgia (Quinto secolo avanti Cristo); “Premio Copertina” alla Lentinità, anno 2012, promosso esso dal periodico cultural-siculo “Leontìnoi oggi”, (attestato riservato, annualmente, agli uomini di preziosa notorietà, oltre la Siracusanità, che hanno dato, in ogni circostanza temporale, lustro e decoro alla superba quanto classica questione legata alla rotonda e amplissima Siciliantà, sempre in cammino e proficuo e significativamente anti tirannide).

Qui, subitaneamente, si desidera toccare con mano libera e senza condizionamenti, gli amori e le passioni culturali del Nostro che ruotavano dentro le sue spregiudicate, ma non tanto, morbosità spirituali, mediante le numerose ricordanze pittoriche con la moltiplicazione di quelle mille e mille Lentinità, vistosamente dormiente persino nel barocco internazionale: vivere, allora, “le Lentinità eterne” , a tutto campo e custodirle, apertamente, con un ruolo artistico trainate al servizio degli ultimi e dei più deboli è onorevole piattaforma condorelliana di rinnovamento socio-economico comunque, non elitario, certamente anti feudale. Guido Mirisola, in quei momenti di vitalità associativa e creativa, autorevole consigliere comunale, già valente segretario scolastico al Vittorio Veneto, ex direttore editoriale della indimenticabile rivistella “La vice di Lentini”, nonché brillante sportivo e quale subacqueo imperiale così come nelle vesti di giocatore, poco utilizzato e con pochi acuti, della S. S. Leonzio, sul Condorelli poeta di tutti e di nessuno nell’arte sublime della dipintura eccelsa si lasciava alla posterità, vicina e lontana, la seguente imperitura testimonianza: “è davvero raro che nelle case delle famiglie leontine non si trovi un Condorelli”.

Una evidente investitura senza tempo con il palese attaccamento, morale e materiale di ambiti corali partecipativi, dentro la consapevole società civile e sociale di quel leggendario territorio, quello del “Lentinese” (Lentini-Carlentini-Francofonte: triangolo generosamente avito dall’alto), sempre pronto a esternare, insieme e uniti, attorno all’artista leontino Condorelli, una fede mai nebulosa tramite il “buon senso” e il “pensare positivo”, entità quest’ultime, entrambe, fattive e costruttive. Vale a dire, insomma, che il menzionare lo spirito colto condorelliano nelle svariate e rigorosamente cosmiche energie non metafisiche, non lunari ma solari, si accomuni bellamente, alla fine, in continuazione serrata, spassionatamente, mondi politico-sociali, sindacalismo etico-paradigmatico itinerante appetibile a vantaggio del lavoro e dei lavoratori per un ideale superiore intorno alla bellezza universale atta, in ogni modo, alla salvaguardia ad oltranza della Lentinità eterna, fatta di pace non finta e di progresso chiaroveggente spoglie ambedue le cose di coloriture politiche di alcun genere assolutistico. Adesso va fotografato un fatto storico di Lentinità eterna senza peli sulla lingua. Anno1999: nasce il movimento culturale “Città di Lentini”, che ha come caratteristica principale la riunificazione territoriale, condivisa democraticamente, tra Lentini e Carlentini.

La tematica dai tre volti del dipinto, il cui autore prestigioso è appunto il notissimo e bravissimo artista leontino Franco Condorelli è davvero molto affascinante: 1) Leontìnoi (Lentini e Carlentini insieme con l’antico stemma greco) città della arance; 2) Leontìnoi città del Lago; 3) Leontìnoi città archeologica in virtù delle sue millenarie origini. Una Lentinità intellettuale e popolare che continua a ruggire modernità e rinnovamento. Una sentitissima influenza politico-storico-letteraria viene, perciò, agitata a meraviglia sopra le virtuosità amicali e geniali del pittore Franco Condorelli dal sito “Lentinionline.it”, curato magistralmente dal cittadino leontino Franco Amore, di stanza esso presso la celebre libreria “Amore”, in cui troviamo in copertina, in fondo pagina, a destra per la doverosa precisione, una elegante finestra con la foto del maestro Condorelli la cui scritta di sostegno, abbastanza impegnativa a livello dottrinario, recita in questi termini; “la forza dell’arte, l’unicità della pittura”. Come dire: “Arte e Pittura” per il Condorelli convivono, stupendamente, anche tra guerra e pace, verità lontane da travagli apparentemente filosofici.

Il maestro Franco Condorelli, in tema arguto e mai crepuscolare di cittadinanza attiva, risulta essere l’autore importante del libro “Effervescenza metafisiche”, stampato nel 2009, in nome e per conto dell’associazione culturale Neapolis, dove il cittadino Condorelli si offre al suo pubblico attento e non svogliato con scritti, quadri e dipinti diversi che producono processi di suggestiva concretezza rivoluzionaria mai al tramonto. Nell’ultimo atto della presente cartolina va messa in mostra la Lentinità gorgiana senza alcun imbarazzo di sorta del Condorelli stesso, dilettante illuminato, diligente, intelligente e, inoltre, studioso appassionato della Prima Sofistica di Gorgia da Leontìnoi. Il Leontino pittore Condorelli, nel testo pubblicato integralmente sopra Gorgia col titolo “personaggio scomodo per la filosofia” (“La voce di Lentini”/maggio 1997, copia fuori commercio e perciò introvabile), propone, per sommi capi, alcuni assaggini di pertinenti riflessioni: “ … è del grande leontino l’espressione: ‘ciò che è opportuno nell’occasione al momento opportuno’, “ … la Sofistica è per Hegel una dimensione perenne dello spirito … difatti per Hegel Gorgia pur nei limiti di una visione aurorale della dialettica sembra non abbia saputo svincolarsi dalla coscienza ‘sensibile’. … eppure il grande filosofo leontino più che a parlare con Platone e Aristotele parla a noi moderni … Platone e gli aristotelici videro in Gorgia il grande retore, ma non riuscirono a scorgere il dramma che tanto tragicamente nel LOGOS si comunicava”. Occorre ricordare, dunque e giustamente, come “chicca prelibata”, la fermata finale, fortemente emblematica, della Lentinità eterna del maestro Condorelli, mai prosaica del tutto, non avendo, peraltro, mai abbandonato, (forse temporaneamente qualche volta), la sua cara e nobile e antichissima città di Lentini: “lo stemma attuale della città di Lentini porta la sua incantevole e storica firma”. Sic est. Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 

 

Post del 20/06/2022

IL NOTARO JACOPO CANTA IN VERSI

IL SUO AMORE LEGATO AI CONFINI

DEL REGNO DI FEDERICO DI SVEVIA

Oggi apriamo il nostro mattino narrativo con la fermata a Lentini, la città sicula antichissima che diede i natali a quel celebre personaggio dantesco che lo stesso “divin fiorentino”, ossia l’Alighieri, racconta, meravigliosamente bene, nel Purgatorio della Divina Commedia, nel capitolo XXIV, con i versi 55, 56 e 57: “O frate, issa vegg’io, diss’elli, il nodo/ che il Notaro e Guittone e me ritenne/ di qua dal dolce stil novo, ch’i’ odo”. Entriamo, adesso, subito e, di certo, per sommi capi, dentro l’alveo saporito di dottanza piena in compagnia del Notaro Jacopo da Lentini, inventore del Sonetto, Padre della lingua italiana delle origini, Capo della Scuola Poetica Siciliana, relativamente, soprattutto, alla universalità poetica in cammino costante. Nel Regno siculo di Federico II di Svevia, durante gli anni della creatività culturale cosmica del binomio “Leontino-Svevo”, che vanno dal 1230 al 1240, si erano realizzate tutte quelle condizioni propizie per dare all’uomo più libertà e nuova dignità. Sulla vita del Notaro Jacopo le notizie sono assai scarse e povere: vi sono, come è cosa notoria, soltanto le sue poesie, le sue tenzoni, i suoi atti notarili e poi lunghi, lunghissimi silenzi. Sappiamo, però, con certezza olimpica, che nel marzo del 1233, il notissimo “Poeta-Notaro” Jacopo era a Policoro, in Basilicata, al seguito del suo stratosferico monarca amico. Non è tutto ciò un orizzonte fortuito che, anche in questa circostanza, la ricerca degli studiosi, settoriali e valoriali, avvenga tramite cotante localizzazioni. Dobbiamo prendere atto, comunque, che il più della volte tante speranzose attese siano andate clamorosamente e inspiegabilmente deluse. Tuttavia, alcune isolate e magari fortunate pagine di vita vissuta circa il “modus operandi” non elitario, dovevano partorire delle piacevoli eccezioni, a dispetto delle numerose regole molto spesso nebulose. Si vuole credibile, ad esempio e al cento per cento, da più parti, che la canzone lentiniana “Dolce cominciamento” sia strettamente e furbescamente collegata, cronologicamente, al documento del Notaro “rogato” a Policoro nel mese di marzo dell’anno 1233, come già sopra appena evidenziato. Siffatta Basilica, generata all’altezza di Policoro, è bagnata dalle acque del fiume Agri e il poeta Jacopo da Lentini fa un sottile ma significativo accenno a questo trascorso proprio mentre dedica alcuni finissimi versi alla sua compagna amorosa. Vediamo come: “Dolce cominciamento/ canto per la più fina/ che sia, al mio parimento/ d’Agri infino a Messina/ cioè la più avenente”. Ciò che, invero, sorprende è l’allusione politico-letteraria “d’Agri infino a Messina” di cui il Notaro si serve per cantare all’amata l’immenso suo amore. Una versione, ancor più arguta è, viceversa, quest’altra: il Notaro, chiama la sua donna “la più fina, la più avvenente”, atta a tracciare una specie di carta geografica del Regno di Federico, i cui confini, di conseguenza, andrebbero magistralmente esplorati “d’Agri infino a Messina”. Insomma, il Leontino Jacopo, Notaro per antonomasia, che delle metafore aveva la regale signoria, coniando a dovere i versi “d’Agri infino a Messina” disegna, autorevolmente e, al tempo stesso, vigorosamente, il ritratto semplicemente orientativo del Regno di Sicilia di allora: fissa, dunque, Agri per dire Basilicata, Messina, invece, per incarnare, trionfalmente, la Sicilia e Federiciana e Lentiniana. Sic est. Nostra breve conclusione: viva la Lentinità eterna all’interno di una Sicilianità imperitura al massimo. Gianni Cannone, ex Sindaco della Città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 

Post del 01/06/2022

CICERONE: CAMPUS LEONTINUS

CAPUT EST REI FRUMENTARIAE

I GRANAI TRA GUERRA E PACE

In questo preciso momento davvero tragico per la storia dell’umanità intera è, paradossalmente, proprio il “grano ucraino” a dettare incubi profondi, inquietanti e sconvolgenti legati, soprattutto, a una vera e propria crisi cosmica e a livello socio-economico e storico-etico-culturale fra Est e Ovest, fra Occidente e Oriente, senza precedente, mai vista così drammaticamente insensata, a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale. Appaiono, comunque, all’orizzonte spifferi di pace, ancora in superficie di certo penosamente non logora, come “incipit” di “vita nova” quale processo di sviluppo economico-territoriale senza le laceranti spoliazioni in ogni dove, a tutto nocumento, nella presente sede dei Leontini e della Lentinità eterna rimasti i responsabili sempre spudoratamente impunite. Le interessate diplomazie, costantemente al lavoro, diligentemente e gioiosamente, per la pace sovrana non possono andare, così sibillinamente operando, né avanti né indietro. E’ questa, tutto sommato, una nostra personale valutazione che, virtualmente, non deve affatto fare testo. Una cosa non di comodo va espressa subito e simpaticamente: ogni qual volta che si parla di “coltura o cultura” agricola la città di Lentini non è mai seduta in seconda fila. Durante la romanità è Cicerone che a proposito di frumento fa questi proficui pronunciamenti sui Campi Leontini: “ … e la Piana di Lentini, vera e propria capitale della produzione granaria di cui la vista a semina avvenuta ti toglieva qualunque paura di carestia, era così squallida e selvaggia che nella più fertile regione della Sicilia cercava invano la Sicilia …(Cicerone: “in Verris”), Sappiamo. altresì, che nei primi secoli dell’Impero i granai di Roma erano quatto: la Tracia, l’Egitto, l’Asia Minore e la Sicilia, quella, cioè, dei Campi Lestrigoni o Leontini. L’emporio leontino, quindi, al tempo dei Romani era il primo fra i quattro esistenti nell’Isola. Gli altri tre, dislocati in Sicilia, erano il Selinuntiniano, il Segestano e l’Agrigentino. Per l’approvvigionamento di grano per l’Urbe, la Sicilia in generale e la Città di Lentini in particolare costituivano una dimora necessaria e imprescindibile. Ma adiamo avanti, e per sommi capi, facendo adesso qualche passo all’indietro, In epoche assai lontane il filosofo Aristotele non aveva avuto sul tema peli sulla lingua (natura degli animali) allorquando raffigurava, in veloce sintesi, che i pascoli del Campi Lestrigoni o Leontini, erano talmente feraci che gli stessi armenti correvano il rischio serio di morire per pinguedine. Diodoro Siculo di Agira (n. intorno al 90/ m. nel 20 avanti Cristo) è consapevole che proprio la terra di Sicilia, luogo sacro a Demetre e Core, germogliasse in anteprima mondiale, il frutto di grano, si serva, appunto, dei seguenti canti Omerici (Odissea IX): “ … ma lì inseminato e inarato tutto nasce: grano, orzo, viti che portano il vino nei grappoli …). Le stesse credenze ripete molto più tardi il Farello (Sciacca 1498/Palermo 1570). Nell’agro Leontino, pertanto, in uno scenario così ben fotografato crescevano non solo l’orzo e il grano ma anche le famose viti. Il finale dello scritto odierno è riservato al “furto massimo” all’interno del territorio della città di Lentni, ossia ai cosiddetti Campi Leontini, oggi conosciuti impropriamente come Piana di Catania, Vediamone e il come e il perché. Avvenuto nel 1815 l’arcinoto e anti napoleonico Congresso di Vienna con la Sicilia seduta al tavolo dei grandi e con Federico di Borbone consacrato dalla restaurazione dall’Europa Monarchica Re del Regno delle due Sicilie, trionfa anche il deleterio assolutismo. Difetta, declassata da Ferdinando, che ore si fa chiamare primo, la Costituzione siciliana del 1812 (abolizione del feudalesimo e indipendenza!) arrivano d’imperio le riforme amministrative in Sicilia con decreto del 1817 (spariscono le tre valli, mentre diventano sette le territorialità sicule: Palermo, Messina, Catana, Trapani, Siracusa, Girgenti e Caltanissetta), In tal modo assolutistico per eccellenza e del resto poco onorevole la Piana di Catania si trova furbescamente ad essere inclusa nel settore etneo. Tutto ciò nell’assoluto silenzio del pineta archeologico nazionale, regionale, provinciale e comunale coniugato esso, irresponsabilmente, al plateale malfatto borbonico. Ecco, infine, qualche firma, autorevole illustre, disponibile e pronta a comunicare la vera verità, senza vergognoso indugio. Adolfo Holm (Storia di Sicilia nell’antichità): “Oggi si chiama la Piana di Catania, nell’antichità i Campi Lestrigoni”; professore Giovanni Rizza in Katane (Università etnea) ‘Città Greche in Sicilia’: “l’attuale famosa Piana di Catania, racchiusa tra l’Etna e i monti del Siracusano, con una estensione di ben 450 Kmq apparteneva allora nella sua quasi totalità a Leontìnoi”, Viva, dunque, la Lentinità eterna dove la vera verità storica non può essere cancellata, abusivamente e svogliatamente, da nessun mortale con l’ignoranza in corpo, Sic est, Gianni Cannone, ex sindaco della Città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 

Post del 07/05/2022

SEBASTIANO PISANO BAUDO, AUGUST VON PLATEN,

VITTORIO SGARBI, IL QUADRO DELLA CROCIFISSIONE

E LE VARIE FONTI SOPRA IL TINTORETTO DI LENTINI.

CARLO LO PRESTI E LA SUA LENTINITA’ ETERNA!

Lontani anni luce dalle parole niente affatto sibilline come “immoralità” o “amoralità” non esiste, in realtà, oggi come oggi, alcun disimpegna, né soggettivo, né oggettivo, per quanto riguarda il presente lavoro, circa le fonti da catalogare coralmente, senza alcon ingenuo compromesso legato esso a conclusioni, vuoi disordinate, o vuoi più ancora impregnate di dubbiezze sovrane mai, comunque, crepuscolari. Pertanto nessuna indecisione, sin dal principio, sul pittore del rinascimento, Tintoretto (1519/1594), (visto in qualità di artista ribelle da buona parte della criticità internazionale), il cui nome vero è, per l’appunto, Jacopo Robusti (veneziano di nascita). Ed allora si veda, istantaneamente, il “Tintoretto Leontino” spoglio del tutto, in quanto a paternità, di credenze “ignote”. Il nostro viaggio ha inizio con il “Diario Siciliano” di August von Platen, il quale visita, personalmente, prima di toccare Siracusa (dove trova anche la sua ancora poco chiara morte) il Convento dei Cappuccini di Lentini. Appuntamento dentro Lentini colla cronologia virtualmente evocata: ^ nella città del mito, della protostoria, della storia vecchia e nuova, ^ nella polis di Gorgia (padre sommo della prima sofistica nell’Atene periclea), ^ nella Lentini del notaro Jacopo (inventore del sonetto universale nel regno siciliano di Federico II di Svevia) e delle rinomate arance siciliane del “Lentinese” di gran pregio a livello amplissimamente cosmico (Lentini, Carlentini, Francofonte), il celebre poeta tedesco, vale a dire il Platen, il 9 novembre 1835, va a dormire all’interno della leggendaria Lentinità (in quella società feudale di allora e dormiente e stagnante, ma crudelmente dominante) con una curiosità non scriteriata ai fini di esplorare, appassionatamente e intellettualmente, i segreti e del passato siculo e della Lentinità immortale, grazie alla grandezza nobile e memorabile delle fonti. Scrive, a tal uopo, il Platen viaggiatore, sul suo Diario: “Nella Chiesa del Convento si trova un quadro del Tintoretto, non è tra i migliori, ma è comunque una rarità per la Sicilia”. Di recente è venuta in essere una felice pubblicazione, diciamo mirata, dove si è provveduto, principalmente, al restauro del Convento medesimo, vittima illustre del catastrofico terremoto del 1693 (Barberi e Silvestro, tipografia S. Messina, Caltagirone dicembre 2008). Qui una precisazione s’impone: dopo la catastrofe tremenda del 1993, tale opera della Crocifissione viene sistemata nella Chiesa di San Domenico, Il regio commissario dell’epoca programma nel 1908 la demolizione del Tempio Domenicano (viene eretta al suo posto la “Casa del Fascio”, oggi in pietoso abbandono mortale). Diventa urgente quanto necessario in simile frangente il ricovero protettivo ma provvisorio, della tela inneggiane la Crocifissione, presso la Chiesa di San Luca. Una testimonianza, quasi definitiva, dopo quella del Platen è quella dello scrittore leontino Sebastiano Pisano Baudo (la firma da sempre più elevata di Lentini e della Lentinità) che nella sua storia sopra Lentini così tratteggia la cosa: “Nella Chiesa dei Cappuccini restò illeso il quadro della Crocifissione, lavoro del Tintoretto”. Sempre il Pisano Baudo nell’altra sua opera dal titolo ”Storia dei martiri e della Chiesa di Lentini” ritorna sul tema della paternità targata Tintoretto per fare altre esplicite affermazioni: “Questo quadro, dopo la soppressione delle Corporazioni religiose, fu depositato nella Chiesa di San Domenico, quello di San Francesco, opera del Bassano, nella Chiesa di San Luca”. Non finisce, però, tutto qui giacché il Pisano Baudo nella sua monumentale opera suddetta intorno alla Lentinità eterna tira fuori, alla fine, la sua vera verità: “Fra i pochissimi monumenti rimasti sono degni di essere osservati: il grande quadro della Crocifissione ritenuto opera di Tintoretto, esposto nella Chiesa di San Luca … il quadro di San Francesco, opera del Bassano, esistente nella Chiesa Parrocchiale di San Luca”. Anche il mio maestro e amico e sodale, il leontino emerito Carlo Lo Presti (1921/1969), l’illustre commediografo siciliano a cui la Città di Lentini ha intitolato, meritatamente, al suo nome l’ex teatro Odeon (amministrazione Raiti), nella sua “Lentini urbs nobilissima” ha come indirizzo identitario la Scuola del Tintoretto. Insomma, per ciò che concerne il nome dell’autore della tela della Crocifissione la certezza ripetitiva resta, gloriosamente, una e uno sola: il Tintoretto di Lentini. Giunti al punto in cui siamo arriva nella Città di Lentini (presente il sindaco pro-tempore Francesco Rossitto (4-2-2002/11-8-2003), accompagnato dall’allora Sottosegretario di Stato Bono, il professore Vittorio Sgarbi (stimato, fino ad oggi, anche se con accenti non sempre amicali, come il maggiore critico d’arte italiano), il quale dopo avere esaminato, accuratamente, la tela della Crocifissione, dichiarava ufficialmente il Tintoretto, quale autore incontestabile della importantissima immagine sacre in questione. Ultima riflessione non serena: ma la Chiesa di San Luca, allo stato attuale e da sola, è in grado di gestire adeguatamente cotanto patrimonio architettonico, storico e religioso di indiscussa valenza anche economica? Un’annotazione terminale che, a nostro avviso, ha il valore di una sentenza senza appello: è il Bassano e solo il Bassano l’autore del San Francesco, mentre al Tintoretto di Lentini e solo al Tintoretto di Lentini appartiene la titolarità del quadro della Crocifissione. Chi, dunque, allude ulteriormente a momenti neutri per ignorare una verità storico-artistica così sfacciatamente stratosferica è in tempo per recitare, anacronisticamente, un silenzioso “mea culpa”. Gianni Cannone, ex sindaco della Città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 

Post del 25/04/2022

GIANSIRACUSA E IL TINTORETTO DI LENTINI !

IL GRANDE QUADRO DELLA CROCIFISSIONE

DA AUGUST VON PLATEN A VITTORIO SGARBI

TESTIMONIANZE SULLA LENTINITA’ ETERNA!

Diciamolo subito: la grande tela della Crocifissione, attualmente sistemata a Lentini nella Chiesa di San Luca, non è affatto un quadro in cerca d’autore. Al contrario di quanto affermato dal noto studioso aretuseo, professore Paolo Giansiracusa, che definiva l’imponente Crocifissione opera di “Ignoti”, l’autore qui, invece, ha un nome ben preciso e, al tempo stesso, copiosamente documentato (Paolo Giansiracusa “La valle dell’Anapo e il Leontìnoi nella terra di Hyblon e Thukles”, edizione ‘HI’ del Gal Hyblon-Thukles, Caltagirone, luglio 2008: gestione allora di palpabile laboriosità del leontino Enzo Pupillo, attualmente riconoscibile quale membro della nuova giunta comunale targata ‘Lo Faro’). Il buon Giansiracusa, tuttavia, dopo aver proclamata, apertamente, l’Ignota Identità dell’autore senza la patria di riferimento, così si esprimeva sommariamente: “Questa importante tavola (cm 210 per 138) è stata pubblicata da Francesco Cicala Campagna nel volume Opere d’arte restaurate,1980-1985, Messina 1986”. Orizzonti e confusi e svogliati e magari astratti. Resta chiaro, a questo punto, una cosa importante: che il Giansiracusa sconosca, letteralmente, sull’argomento specifico, il credo valoriale del massimo storico leontino, Sebastiano Pisano Baudo, (Storia di Lentini antica e moderna, in tre volumi, con appunti di cooperazione del professore-archeologo Salvatore Ciancio, Saluta tipografia, Lentini edizione 1898; Storia dei Martiri e della Chiesa Leontina, Tipografia Salvatore Scolari, Lentini edizione essa del 1985). Procediamo, intanto, con ordine e per sommi capi: una testimonianza felice quella del Pisano Baudo che sulla tela della Crocifissione fa un unico nome, ossia quello del Tintoretto. E’ fin troppo evidente che il Giansiracusa non ha mai letto il “Diario Siciliano” di August Van Platen il quale visitò personalmente il Convento dei Cappuccini di Lentini nel 1835. Nella città di Gorgia, del Notaro Jacopo e delle gustose e pregiate arance del Lentinese (Lentini, Carlentini e Francofonte), il poeta tedesco Platen, proveniente con una mulattiera da Palagonia, mette piede il 9 febbraio 1835: “ … Il percorso fino a Lentini è particolarmente desolato … Dal Monastero dei Cappuccini situato molto in alto, si domina apici di roccia, gole e grotte ammantate di siepi di fichi d’India. Nella Chiesa del Convento si trova un quadro del Tintoretto, non è tra i migliori, ma è comunque un rarità per la Sicilia”. Anche Carlo Lo Presti (1921/1969), l’insigne commediografo siciliano a cui la Città di Lentini ha intitolato al suo nome l’ex teatro Odeon, (oggi comunale), nella sua “Lentini urbs nobilissima”, presenta un indirizzo culturalmente diverso rispetto al Giansiracusa allorquando si individua una scuola del Tintoretto, aggiungendo, peraltro, un particolare ancora poco noto e cioè che nel 1917 il prezioso quadro della Crocifissione era stato oggetto di una paziente azione di recupero ad opera di un certo Giovanni Tanassi. Di recente è venuto alla luce un libro che oltre al restauro delinea anche vicende storiche collegate alla ricostruzioni del Convento dei Cappuccini (Barbera e Silvestro, Tipografia Salvatore Messina, Caltagirone, dicembre 2008). Difatti, tale preziosissima tela della Crocifissione, dopo il terremoto del 1963 andò a finire nella Chiesa di San Domenico (abbattuta impietosamente. per volontà del potere politico assolutistico di quei frangenti). Ci sembra assai significativo ora ripetere assieme a Pisano Baudo quanto segua; “Fra i pochissimi monumenti, sono degni di essere osservati: il quadro della Crocifissione, ritenuta opera di Tintoretto, esposta nella Chiesa di san Luca …il quadro di san Francesco, opera del Bassano, esistente nella Chiesa parrocchiale di san Luca”. Dunque la Chiesa di San Luca, allo stato attuale, può essere guardata come patrimonio religioso di elevato spessore culturale e ambientale a livello internazionale anche perché custodisce, pur se provvisoriamente, e la Crocifissione del Tintoretto e il dipinto di “San Francesco in preghiera” del Bassano. Giova ricordare, altresì, e non solo a titolo di cronaca, che la visita del Platen nella città di Lentini, nel 1835, relativamente alla tela del Tintoretto nel Convento dei Cappuccini, veniva resa di pubblico dominio a mezzo stampa dal periodico “La Notizia” di Nello La Fata il 2 agosto 1997. Un capolinea quello del Tintoretto di Lentini, che si concludeva, insomma, con il riconoscere, senza mezzi termini, l’abbaglio del Giansiracusa circa la contraddittoria “e rapida e libera e amara” dizione di “Ignoti”, che avrebbe chiuso, ma a nostro parere, convulsamente, ogni ipotesi di quadratura fattibile del cerchio. Senonché, presente il sindaco pro-tempore del tempo, Francesco Rossitto (4/6/2002-11/8/2003), arriva a Lentini, nella Chiesa di San Luca, (accompagnato, per l’occasione, dall’ex onorevole Bono, in “illo tempore” sottosegretario di Stato), Vittorio Sgarbi, stimato da sempre come il più competente critico d’arte italiano in circolazione, il quale, dopo aver esaminato oculatamente la tela della Crocifissione, credendo di fare una scoperta clamorosa, dichiarava, ufficialmente, il Tintoretto quale autore autentico della mitica immagine sacra leontina. Viva la lentinità eterna! Sic est. Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 

Post del 01/04/2022

SCAVI DI OLIMPIA: RIVIVE GORGIA LEONTINO

ATENE PERICLEA E LA GRANDE CULTURA

TRA I VELENI DI SOCRATE E DI PLATONE

Anno 1876: si deve prendere atto, subitaneamente, di una scoperta sensazionale durante gli scavi di Olimpia che appartiene, senza meno, alla cultura con la “c” maiuscola che va, addirittura, oltre lo stesso mondo della “grecità” classica. Siamo, precisamente, nel Quinto Secolo avanti Cristo, dove nella Grecia vetusta troneggia, ad Atene in particolare, la vita socio-cultuale “periclea”. Il nostro cominciamento si avvale, innanzi tutto, di una clamorosa e sorprendente immagine vera: negli scavi di Olimpia dell’anno 1879 viene alla luce la base della statua in onore di Gorgia da Leontìnoi, padre sommo della prima sofistica, principe alto della retorica antica. La dedica porta la firma del di lui cognato Eumolpo, sposato, con sovrano gaudio, alla sorella del retore di Lentini. Con la testimonianza feconda di Pausania (storico del secondo secolo d. C.) diventa evidente che si era di già a conoscenza di una duplice statua sopra le virtuosità di Gorgia leontino. Due le statue, insomma, elevate in Grecia per il celebre sofista leontino, una a Olimpia e l’altra a Delfi (tutta d’oro). Contro le malelingue del tempo che volevano la statua di Gorgia esser dorata e non d’oro, (fatta da lui stesso erigere in quanto, da sempre, il Leontino stimato era come persona assai ricca) è, adesso, l’insigne Cicerone (de orat. III 32, 129.) che prende posizione netta e recisa a favore della sua verità: “A Gorgia la Grecia tributò sì grande onore, da decretare a lui solo tra tanti una statua a Delfi, non indorata, ma d’oro”. Enorme interesse, pertanto, trasmetteva lucidamente nel cenacolo archeologico, appassionato e competente, la “ritrovata memoria” attorno alla base della statua in oggetto avvenuta, appunto, in Olimpia nel non lontano 1876. Ma come brillavano, in realtà, e Gorgia e, soprattutto, “il Gorgia” di Platone? Stando allo scritto dello studioso Eric R. Dodds, il “Gorgia” platonico era, senza dubbiezza alcuna, il più moderno dei dialoghi del filosofo greco (Platone: “Il Gorgia” a cura di Giuseppe Zanetto, Bur 2004). Il leontino Gorgia, di estrazione ionica, com’è notorio, era, intanto, nel Quinto Secolo avanti Cristo uno degli uomini di pensiero più famosi del mondo antico, mentre la fattiva Leontìnoi, sua città natale, era l’alleata prediletta di Atene in Sicilia da cui riceveva sostegno, morale e materiale, ogni qual volta occorreva difenderesi dalle mire espansionistiche della dorica Siracusa. Leontìnoi, in tal senso, era un punto di riferimento serio e importante nella politica estera ateniese. L’anno in cui la “grecità” conosce in tutta la sua valenza di filosofo, di retore e di sofista Gorgia da Leontìnoi è il 427 a. C. E’ anche l’anno questo in cui Gorgia viene mandato, ufficialmente, ad Atene dai suoi concittadini per chiedere aiuti contro le pungenti pretese territoriali della potente città aretusea. Gorgia, al tempo della missione diplomatica, sembra che avesse circa 60 anni d età. Atene, in quel periodo, era annotata dal Pericle tucidideo, significativamente, come “la scuola dell’Ellade”. In questo controverso e scricchiolante ambiente internazionale del sapere universale fa il suo trionfale ingresso la Sofistica, un movimento storico-cultuale, unico e irripetibile, da Hegel in poi rivalutato e, altresì, considerato quale primo vero illuminismo nella storia dei popoli di tutta la terra. I Sofisti come Gorgia, ossia quelli della prima generazione, celebrati, a dovere, dalle linee guida “heghelliane”, quali sostanziosi “maestri della Grecia”, provocarono, però, una esaltante rivoluzione civile, sociale e culturale senza precedenti, nonostante i veleni interessati di Socrate, di Platone e i motteggiamenti arguti del commediografo Aristofane. Si esprimevano giudizi pesanti e contro la Sofistica il generale e nei confronti di Gorgia in particolare. Tentati veramente sterili e, invero, poco lungimiranti! Le orazioni, che si occupavano della vita pubblica e del vivere civile, erano ritenute, tuttavia, costantemente, fra le opere più topiche di Gorgia: *il “Pitico”, discorso tenuto a Delfi nel Tempio di Apollo , dove c’era, celeberrima, la statua del Leontino, tutta d’oro; *“l’Olimpico” della summenzionata dedica con la firma di Eumolpo (avente ideali panellenici), che rimane una canto di prosa memorabile proteso alla concordia tra i Greci di fronte al pericolo persiano; *“l’Epitaffio”, simbolo elevatissimo ricamato apposta per i caduti della guerra del Peloponneso; Per quanto concerne “l’elogio di Elide”, nulla si sa di concreto al di fuori del titolo stesso che è pure l’inizio della narrazione di che trattasi. Altre brillanti opere conosciute di Gorgia: “Intorno a natura o intorno al non essere”, “Encomio di Elena”, “Difesa di Palamede”. Gorgia, a cui si deve, fra l’altro, gratitudine solare per l’invenzione della prosa d’arte, morì vecchissimo , forse in Tessaglia, probabilmente a Larissa, Il perché Platone redige, non proprio simpaticamente, contro il retore di Lentini il “Gorgia” si intuisce amplissimamente mediante le testimonianze biografiche di Flavio Filostrato (Vita dei Sofisti): “Giunto (Gorgia, nda) ad Atene in teatro ebbe l’ardimento di dire ‘Proponetemi un tema’ e per primo lanciò questa sfida, dando dimostrazione di sapere tutto, e, soprattutto, di saper parlare su tutto affidandosi alla circostanza del momento”. Apriti cielo! Un tracotanza siciliana inaudita della “città stato” (o “polis”) nomata Leontìnoi che manda all’aria, con un colpo soltanto, usi, costumi, tradizioni fra le più indecifrabili dell’Ellade intera. La storia aneddotica tra Gorgia e Platone in termine di derisione palese non si conclude, in effetti, qui (Ateneo di Naucrati, “Sapienti a banchetto 11” ): “ … ed Ermippo , nel suo scritto su Gorgia, afferma che quando Gorgia si trattenne ad Atene, dopo la dedica a Delfi della statua d’oro in suo onore, Platone disse al vederlo: è giunto il bel dorato Gorgia. Allora questi replicò: ma Atene ha qui un bel nuovo Archiloco …”. Dall’ambasciatore di Grecia in Italia, Christos Stremmenos, approdato a Lentini proprio in occasione dell’indimenticabile evento mondiale, il congresso planetario su “Gorgia e la Sofistica” (12/15 dicembre 1983), organizzato, diligentemente, scrupolosamente e responsabilmente dall’Amministrazione Comunale dell’epoca, di concerto con l’Università degli Studi di Catania e con la Società Filosofica Italiana, ecco, in sintesi, alcuni frammentati passaggi del suo autorevole quanto storico intervento: “La tormentata storia di Lentini, città fondata dai Calcidesi … Gorgia dedicò la sua vita … e la sua impareggiabile arte oratoria alla nobile idea della pace e della condivisione pacifica tra città-stato … Mente poliedrica, filosofo, precettore, scienziato, oratore, Gorgia, il più illustre figlio dell’antica Leontìnoi …”. “Dulcis in fundo”: viva la Lentinità eterna! Viva la runifucazione territoriale tra Lentini e Carlentini, vale a dire tra i Leontini e i Carlentinesi. “Sic est”. Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo

 

Post del 19/03/2022

PIPPO LA PIRA E ARMANDO ROSSITTO

IL GIORNALISMO NELLA CITTA’ LEONTINA

LE NOVELLE RUSTICANE DEL VERGA

FRANCOFONTE E MATTEO GAUDIOSO

Tra le novelle rusticane del Verga, “La roba” (1885) è quella che, probabilmente, rimane impressa nella memoria più delle altre e perché parla del Biviere della città di Lentini e perché porta alla ribalta un personaggio, amaro e avaro, attaccato alle cose terrene acquisite, rocambolescamente, durante la vita, che si chiama Mazzarò. Bisogna prendere atto che anche in “Malaria” e in “Di là del mare” si canta in prosa il Biviere, o “Lago Erculeo” di leggendaria memoria. Il professore Armando Rossitto, ex preside del Quarto Istituto Comprensivo “G. Marconi” di Lentini, primo presidente, di eccelsa valenza, della costituenda “Fondazione Pisano”, attraverso una bellissima pubblicazione della scuola stessa, “Il Biviere di Lentini”, ci fa entrare, magicamente e prepotentemente, in questo mitico “trivio rusticano” che, in fondo, ci appartiene più di ogni cosa al mondo. Stando, dentro le stanze dalla novella rusticana “La roba”, esplode pure, tuttavia, il carattere rabbioso del Mazzarò che incarna, perfettamente, la filosofia e dei cosiddetti “vinti” e dei cosiddetti “umili”. La storia di Mazzarò, del resto, contadino all’antica divenuto poi ricco proprietario, ci propone, al tempo stesso, contenuti tragicomici niente affatto sorridenti. L’uomo Mazzarò, infatti, nel momento in cui arriva l’ora fatale, vecchio e stanco, avverte dentro di sé una disperazione nauseante per quella “roba”, dove “agli inizi andava senza scarpe a lavorare”, che, ormai, adesso, non la sentiva più sua. E’ un tema questo molto presente nello spirito verghiano e che è dominante, fra l’altro, anche nel romanzo capolavoro del Verga “Mastro don Gesualdo”. Mazzarò, che viene citato nella novella di che trattasi ben 24 volte, ci ricorda, innanzi tutto, che nella turistica Taormina c’è una spiaggetta molto nota, sia in Italia che all’estero, che porta lo stesso nome. In sostanza, chi sarebbe, appunto, questo benedetto Mazzarò? E’ un ambiguo personaggio realmente esistito? Oppure Giovanni Verga dietro il nome di Mazzarò nasconde una verità che a tutti non intende rivelare? Si naviga, evidentemente, nel buio fitto, anche se un flebile spiraglio di luce ci viene offerto, sorprendentemente, da Matteo Gaudioso nella sua interessante opera “Storicismo e verismo nella narrativa del mondo degli umili di Giovanni Verga” (Musumeci editore, Catania 1973). Il benemerito onorevole professore universitario (Ateneo di Catania), nativo di Francofonte, nel capitolo quinto dal titolo “Dalla questione meridionale alla questione sociale” così concludeva: “Con Verga nel Club, oltre ai suoi nominati gentiluomini prograssisti, vi erano i “Marrarò” della “roba”, due “senatori umbertini” per censo, acquirenti di beni statali, già di corporazioni religiose soppresse. Uno facilmente individuabile … E via via: ‘Qui di chi è? sentiva rispondere di Mazzarò. Era anche l’itinerario di ‘Malaria’ …”. A questo punto la caccia al tesoro, senza alcun premio in palio, naturalmente, si impone, gioiosamente, per individuare i nomi dei due simpaticissimi senatori umbertini. Intorno alla malaria, ecco qui di seguito alcune istantanee di scrittori assai veristi: °Giovanni Verga uno “La roba”: Il viandante che andava lungo il Biviere di Lentini, steso là come un pezzo di mare morto, e le stoppie riarse della Piana di Catania (ex Piana di Lentini o Campi Lestrigoni o Leontini: uno scippo barbonico-etneo rimasto storicamente impunito nda) e gli aranci sempre verdi di Francofonte; °Giovanni Verga due “Malaria”: e vi par di toccarla colle mani … stagnante nella pianura, a guisa dell’afa pesante di luglio … e in fondo il Lago di Lentini, come un stagno colle sponde piatte senza una barca, senza un albero sulla riva, liscio e immobile …; °Leonardo Sciascia “La corda pazza” in capitolo “Don Giovanni a Catania”, 1987”: siamo a Catania … a due passi del Biviere di Lentini, dallo immutato mondo verghiano di malaria e di fame; °Turi Vasile (cittadino onorario della città di Lentini) “Male non fare”, in capitolo primo “I miei lari” 1997: A Lentini si moriva principalmente di malaria …”. A proposito del dottor Giuseppe La Pira, (chicca di sicuro super: città di Lentini, premio giornalismo, anno 1962, prima edizione, questi i tre vincitori, ex aequo, di quel fantastico “Premio Lentini”: Enea Ferrante, Giuseppe La Pira e Giacomo Manganaro), uno egli dei padri della carta stampata leontina, medaglia d’oro in giornalismo, già presidente, acuto e ammirato, senza se e senza ma, dentro e fuori dell’ArcheoClub Leontino (presidenza Maria Arisco), c’è da integrare ogni verità “lapiriana” con l’omaggio, splendido e delicato, che l’ex preside leontino, Armando Rossitto, brillantemente gli accredita, orbato invero di velami passionali, dietro autorevole invito, amorevole, caldo e cordiale, di Sara Navarria, moglie dignitosa, compita e distinta al cento per cento dell’illustre scomparso. Evviva la Lentinità eterna! Viva la riunificazione territoriale tra Lentini e Carlentini! Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 
 
Post del 05/03/2022

LA LENTINITA’ DI NEDDU ADDAMO, SCRITTORE COLTO E RAFFINATO

GORGIA E LA PRIMA SOFISTICA

FILIPPO MOTTA E MARIO BOSCO

A circa venti anni dalla dolorosa dipartita è forte oggi il bisogno etico-culturale di ricordare la figura notevole di Sebastiano Addamo (Catania 1925/Catania 2000), “scrittore e poeta della solitudine”, come a lui stesso piaceva essere catalogato. Ma, evidentemente, c’era dell’altro e molto di più. L’agrigentino Matteo Collura, giornalista professionista di elevata dottanza, sulle pagine del “Corriere della Sera” del 12 luglio 2000, cioè subito dopo la sua morte, scriveva, fra l’altro, a squarciagola, queste rimarchevole espressioni critiche: “Scrittore colto e raffinato … Addamo è parte importante-e sottolineo importante-del filone letterario siciliano del secondo Novecento. Intelligente insegnante, per alcuni anni fu Preside del Liceo Classico di Lentini, il paese dove nacque il sofista Gorgia”. Qui, occorre mettere su una soave quanto sintetica vetrina chiarificatrice: Filippo Gorgia, pensatore universale, celebre retore della Prima Sofistica, che messo piede nell’Atene periclea, nelle vesti di ambasciatore, nel 427 avanti Cristo, dietro mandato specifico della sua Patria, vale a dire Leontìnoi, allora Polis o Città Stato, per difendere, esclusivamente, la territorialità leontina (i Campi Lestrigoni o Leontini: oggi Piana di Catania dopo l’ingiusto scippo etneo-borbonico di 40 Kmq di territorio leontino) dalle pretese egemoniche della potente e tirannica Siracusa di quei giorni. A proposito di Gorgia va declinata subito una cosa poco avvertibile sulla la Prima Sofistica: una disciplina filosofica essa da Hegel in poi criticata sì ma, al tempo stesso, ampiamente rivalutata, giacchè i sofisti antichi, come il nostro Leontino, erano celebrati, a ragion veduta e profumatamente, quali “veri maestri” dentro tutta la grecità classica. Per sommi capi, l’incominciamento attorno alla Lentinità di Neddu Addamo trae toccante visibilità mai oscura. Difatti, molti anni addietro Pippo Amore (il maggiore dei tre fratelli della leontina libreria Amore: Marcello e Franco il nome degli altri due) mi telefona a casa e mi dice testualmente: “Ho qui con me, in libreria, il Preside Addamo che ti vorrebbe incontrare”. Non mi faccio scappare l’allettante quanto insolita opportunità e vado di corsa all’incontro con ansioso piacere. Seduti per più di un’ora in un elegante bar cittadino, lo scrittore Sebastiano Addamo mi circonda di premure sorprendenti, mi fa dono di molti consigli, da parte mia assai graditi e, successivamente, mi regala un libro di poesie (“La linea della memoria”, Garzanti 1990) con significativa dedica: “Per Gianni, con la mia stima e l’affettuosa amicizia, Sebastiano A – Lentini, 28-8-90”. Da annotare, comprensibilmente, il nobile gesto di sobria semplicità: la firma sotto la dedica è completa soltanto nel nome, ma non nel cognome. Dopo la pubblicazione del mio libro “Sicilianità” (Ediprint 1987), infatti, era stato lui stesso, nella sede del Liceo “Gorgia”, a sussurrarmi: “Ti dispiace se ci diamo del tu”. La cultura, come si può arguire, unisce alla fine ciò che per tanti anni aveva diviso. Ma spieghiamoci meglio. Era così composta la governabilità cittadina: da un lato il socialcomunismo leontino elettoralmente forte e sempre vincente, mentre dall’altro campo la Democrazia Cristiana, costantemente, alla finestra quasi mai vittoriosa. Una verità scomoda ma reale. In ogni cosa c’è sempre una prima volta. Mi ricordo, ad esempio, che quando il Comune di Lentini retta, democraticamente, dalla Democrazia Cristiana, si adoperò per portare a compimento e con successo il Convegno Internazionale su “Gorgia e la Sofistica” (Lentini-Catania, 12-15 dicembre 1982, con elaborati recepiti in “Syculorun Gymnasium”, anno 1985, prestigiosa rivista tecnico-scientifica dell’Univesità catanese), l’ostruzionismo iniziale del comunismo ideologico fu, paradossalmente, senza freni. In seguito, comunque, i rapporti civili, per il bene superiore della Lentinità, trovarono cittadinanza nell’ambito del reciproco rispetto e politico e spirituale e sociale. Per quanto concerne la pubblicazione degli atti congressuali, per la Città di Lentini, in un apposito volume preziosissimo, molto si deve all’intelligenza politica del Sindaco pro-tempore onorevole Mario Bosco, ex deputato regionale della Regione Siciliana, mentre Addamo che era, appunto, Preside del Liceo “Gorgia”, non volle accettare, a nostro modesto avviso sbagliando sonoramente, di fare parte del Comitati d’Onore, nonostante i buoni e cari uffici che intercorrevano, nell fattispecie, tra l’illustre autore catanese e l’ex Preside Filippo Motta, allora giovanissimo e valente professore di Storia e Filosofia nel seno di cotanta benemerita Istituzione Scolastica Leontina. Parecchi anni più tardi, però, con l’Amministrazione comunale guidata sempre dalla Democrazia Cristiana, l’adesione qualificata di Addamo al “Progetto Gorgia 90” fu assoluta e convinta. La brillante relazione di Addamo, del resto, su “Elio Vittorini e il Novecento”, sviluppatasi sotto l’egida comunale, che poneva il bravissimo intellettuale siracusano di fronte a problemi di libertà e di giustizia giusta nel mondo, fu per tutti gli esseri umani liberi una lezione davvero appagante. Il Preside Addamo non nascondeva mai quello che era effettivamente. Essere una personalità di sinistra di spessore alto, riconosciuta, ammirata e ovunque rispettata, faceva di Addamo un punto di approdo senza padroni totalitari collegati, comunque, con accenti linguistici, religiosi e giuridici impregnati di valori puliti e nel sociale e nell’etica comportamentale relativamente alla non facile quotidianità, non lontana, peraltro, dal vissuto civile e del pensare positivo a tutti i livelli. Nel suo bel libro, edito dalla Garzanti, nel 1978, dal titolo “Un uomo fidato”, ecco la dedica che Addamo propone agli amici comunisti di Milano: “Ai compagni comunisti, agli amici comunisti di Milano, a certe assorte serate milanesi, alle acri lunghe e frantumanti conversazioni, di quella lontanissima estate 1974”. Non è sopravvivenza timorosa questa, ma equilibrio controllato ad oltranza. Un segmento di solidarietà comunitaria non chiuso riunisce aspetti di vivezza migliore per i migliori: “Il giudizio della sera” (Garzanti 1974), che è considerato il libro più importante di Addamo si apre dicendo queste frasi apparentemente pensierose: “Il Liceo che a Lentini mancava, andai a farlo a Catania”. Vi sono spunti ne’ “Il giudizio della sera” di Neddu Addamo che sono vere e proprie avvertenze di buon senso civile e morale che fanno parte integrante (col titolo “La noia e l’offesa: il fascismo e gli scrittori siciliani (Casa editrice Sellerio 1976)”, di una antologia bellissima curata magistralmente da Leonardo Sciascia, dentro cui come fatto egocentrico, c’è e resta la Sicilia, vi sono, naturalmente, scrittori siciliani e, di continuo, tante finestre aperte che attengono alle guerre sempre brutte, “agli avvenimenti che precipitano …” (“Il giudizio della sera”), al fascismo mai democratico. In questo contesto “tutto sciasciano” , l’Uomo di Recalmuto non fa altro che antologizzare Addamo, scrittore problematico e mai banale. La circostanza storico-letteraria di accompagnamento ci aiuta anche a credere che tra Sciascia e Addamo la sintonia e l’amicizia fossero perfette. Sappiamo che la Città di Catania ha intitolato allo scrittore Addamo una piazzetta del centro storico; sappiamo, ancora, che nella Città di Lentini, su sensibile attenzionamento lionistica, sboccia in onore di Neddu Addamo “Piazza degli Studi”, situata tra il Museo e il Liceo Classico “Gorgia”; sappiamo, inoltre, che per iniziativa del Kivanis Club di Lentini, di concerto con la Città di Gorgia e la Provincia di Siracusa, è stato realizzato nella Città di Lentini ( 21 dicembre 2000) un simposio di studi sulle opere di Sebastiano Addamo. Dentro la Lentinità, dunque, respira, piacevolmente, lo scrittore (catanese per nascita ma carlentinese e leontino per seconda patria e culturale e ambientale) Neddu Addamo, mai è stato riconosciuto, da studenti e docenti, da amici e non amici, da ricchi e poveri, da lavoratori contadini operosi e non, come un “cattivo maestro”. Evviva la riunificazione territoriale tra Lentini e Carlentini sotto la stella polare di un Neddu Addamo cosmico. Gianni Cannone, ex sindaco della Città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.
 
 
Post del 23/02/2022 

TREDICESIMO SECOLO DOPO CRISTO

FEDERICO II E JACOPO DA LENTINI

LA SCUOLA POETICA SICILIANA

Si parte, immediatamente, e per sommi capi: siame nel tredicesimo secolo dopo Cristo, quando imperava nel medioevo europeo il feudalesimo e Federico II di Svevia era appellato da tutto il pianeta conosciuto “Stupor Mundi”, per la vasta e geniale cultura cosmopolita. Tra lo Svevo e il dottissimo Leontino Jacopo c’erano, evidentemente, rapporti amicali strettissimo che andavano al di là delle coloriture politiche legate allo Stato Svevo, alla Storia, alle Letteratura nazionale e internazionale. Un esempio di accattivante leggiadria è questo: al fine di esternare, amplissimamente, sentimenti di stima e di ammirazione nei confronti del suo monarca il Notaro Jacopo da Lentini metteva in essere, magicamente, rime, volutamente altosonanti, definendo, senza pudore alcuno, la sua buona amicizia “d’Agri infino a Messina”, vale a dire simile a una perimetrazione pari ai confini stessi del Regno di Sicilia, una finestra somma, perciò, di condivisione ideologica e morale. E’ notorio, che Jacopo da Lentini, ossia il Capo della Scuola Poetica Sicilina, il bravo inventore del sonetto (carme questo solo italico, anzi verosimilmente “siculo-leontino”), padre solare della lingua italiana della origini, nelle sue poesie (canzoni, ballate, sonetti e un discordo soltanto) il Nostro amava fare delle comparazioni e delle forti metafore per raggiungere nell’effetto una perfezione pedagogica indicativa ad oltranza. Nella canzone “Dolce cominciamento”, pertanto, il Notaro, funzionario illustre e poeta insigne, plaudendo alla soavità della sua donna, dice, con accento forse iperbolico, che la sua passione amorosa per lei era grandiosa tanto quanto i confini del Regno dell’italiano Federico, nativo di Jesi. Ecco i versi di riferimento della suddetta canzone: “Dolce cominciamento/canto per la più fina,/che sia, a parimento/d’Agri infino a Messina,/cioè la più avenente”. Tra i due (Federico e Jacopo) l’amicizia e la fiducia erano professione di fede. “Dolce mio Sire - sussurrava il Capo della Scuola Poetica Siciliana - e nella canzone “Dolce cominciamento” e in “Membrando l’amoroso dipartire”. Qui. in “Membrando l’amoroso dipartire”, Jacopo rivolgendosi alla donna amata esclama: “Lo mio gire, amorosa ben sacciate/mi fu contro volere in tutte guise/a voi ritornare gran desio aio/ma a lo mio Sire, che m’à in potestate/a lo ‘ncominciamento l’impromise/di ritornare a Lentino di maio”. Lentini, in quell’epoca, era un grande centro agricolo e Federico tutto questo lo sapeva. Jacopo era sicuramente a conoscenza di cosa Cicerone, quando arrivà a Lentini, ebbe a dire a proposito di frumento sui Campi Leontini: “ … e la campagna leontina che di abbondanza di frumento avanza gli altri campi, e di cui per innanzi si vedeva l’aspetto così dilettevole e così vago ch’essendo seminato non temea carestia di grano … (in Verrem). In quel tempo, immaginare di parlare della riunificazione territoriale tra Lentini e Carlentini (veramente impensabile la fabbricazione di un fortilizio intorno a quest’ultima e di territorio orbata!) significava bestemmiare a cielo aperto. Quello della nascita di Carlentini col titolo di città come privilegio, fu un clamoroso errore storico, frutto di spoliazione territoriale mai condivisa appieno da entrambi le parti; del resto il ritrovamento archeologico inaspettato nel ventesimo secolo d C della Leontìnoi polibiana vuol dire dopo tutto che la storia ha fatto da sola le sue giuste vendette. Ma proseguiamo. Lavorare nel più famoso emporio del potere politico, culturale e sapienziale europeo, la Corte Imperiale di Federico II, sarà stato il sogno ambizioso di tutti i rivoluzionari del tempo, essenzialmente per un salto di qualità nella vita. A differenza del nonno Barbarossa e del genitore Enrico VI, Federico non era un tedesco. Lo Svevo, infatti, denominato nella Divina Commedia dantesca il terzo vento del Soave, nasceva, come già puntellato, a Jesi nelle Marche. Si chiamava soltanto Federico Ruggero, come i nonni. A soli quattro anni, orfano di padre e di madre, sotto la tutela del Papa per volere materno, Federico Secondo, senza la necessaria consapevolezza e la debita competenza, aveva disegnato nel suo futuro i seguenti aurei titoli regali: Re di Sicilia, Re di Germania, Imperatore del Sacro Romano Impero, Supremo Signore della Lombardia, Re di Gerusalemme. L’italianissimo Federico, nella circostanza, è anche l’erede di una visione avita che, purtroppo, non riuscirà mai a realizzare compiutamente: è dentro la politica culturale federiciana che si percepiscono, appunto, le prime gioiose e dilettantesche vampate dell’unità d’Italia tramite il sorriso aurorale della italica lingua nazionale della Scuola Poetica Siciliana del Notaro Jacopo da Lentini. Roma non è più il centro dell’Universo e la Chiesa Romana conosce i tristi giorni dell’esilio di Avignone; le due Super Potenze di allora, Papato e Impero, con il tramonto dell’era medioevale, vengono messe, inesorabilmente, in pensione. L’Europa è, da sempre, alla ricerca di una nuovo identità: in Italia, col Risorgimento dapprima continuamente trascurato e poi colla Resistenza laico-cattolica vociante, i discorsi e i problemi (sovranismo, cambiamento, rinnovamento eccetera, eccetera) sembrano essere la fotocopia esatta di quelli di ieri … e, probabilmente, di quelli del domani. Ergo:“Gattopardo” di Lampedusa cosa vuoi? La guerra, affermava Tucidide, amico della sofistica gorgiana, è maestra di violenza. Sic est. Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 
 
Post del 16/02/2022 

ARCHEOLOGIA SICILIANA IN VIAGGIO TRA LUCI E OMBRE

LENTINI, CARLENTINI E AUGUSTA INSOLITAMENTE INSIEME, DENTRO IL GRANDE PARCO ARCHEOLOGICO DI LEONTINOI.

ECCO IL “FORTISSIMAMENTE VOLLI” DEL “ DECRETO TUSA”.

E’ giustificabile, oppure no, per una propositiva classe dirigente isolana e a livello locale e provinciale e regionale e nazionale e europea e internazionale, non percepire, a chiare lettere, il frontespizio più visibile onde valorizzare, al cento per cento, le zone antiche della Sicilia in generale e, di seguito, le superbe antichità della città di Lentini (Leontìnoi nella grecità) in particolare, con la programmazione di un Parco Archeologico che sarebbe stato vociante, relativamente al nobile e glorioso passato identitario, “(Teocle) ‘teoclino-gorgiano’ (Gorgia)”, in grado di produrre una consequenziale combinazione per quei giovani pieni di gradevole speranza alla ricerca, nella Lentinità, di un futuro socio-etico-economico-lavorativo più affascinante, più ricco e magari migliore? Partiti con questo promettente prologo comunicativo, si cerca, adesso, di tastare, insieme, le anomali, davvero straripanti, che alimenterebbero abbondantemente il mancato decollo archelogico del Parco di Leontìnoi. Difatti, con la “disarmante” Legge Regionale “3 novembre 2000, n. 20”, che abbraccia dentro il suo seno le canoniche “Linee Guida” di accompagnamento, giungono provenienti sistematicamente “dall’alto” le “consolatorie proposte” anche per l’Istituzione del Parco Archeologico di Leontìnoi, in barba plateale alle allegate ipotesi di lavoro che non avrebbero, mai e poi mai, potuto recepire la presenza di Augusta con Lentini e Carlentini. Ogni “matrimonio”, viste attentamente le “Linee Guida”, avrebbe dovuto celebrarsi semmai, tra i Leontini e i Canlentinesi. Ma così, ovviamente, non è stato, dopo il travolgente e autoritario “Decreto Tusa”. Presentiamo, subito, gli organismi che esprimono i titolari delle “proposte” sulla base delle “Linee Guida” d’appoggio, apparentemente condivise: a) proposta delle Soprintendenze; b) proposta degli Enti Locali; c) proposta del Coordinamento (dentro cui svettava allora la firma prestigioza della buonanima di Voza, di Siracusanità ricordanza). Viene spontaneo, qui, esclamare come mai e perché sono passati a vuoto quasi venti anni, dal varo effettivo della legge “Leanza-Granata”, mentre, al tempo stesso, le speranze di sviluppo e di progresso, sociali e civili, rivolte verso un domani più amico si affievolivano, grandemente, su tutti i fronti. Con l’avvento dello scrittore-scienziato, Sebastiano Tusa, quale assessore regionale di competenza del tempo (tragicamente scomparso in quei terribili frangenti a seguito di quel disgraziatissimo incidente aree) tutto cambia radicalmente, purtroppo, in peggio. Il Tusa, intanto, in data 7/ 2/ 2019, aveva già messo la firma (prima di volare definitivamente in cielo) sopra detti Decreti, composto di 5 articoli, lasciando per ultimo il “Leontìnoi Parco”. Per l’avviamento (si parte da Lentini, la più antica città della Sicilia) ecco allora i 5 articoli del Parco Archeologico di Lentini: art. 1) … ai sensi dell’art.20 della L. R. del 2 novembre 2000, n. 20, è istituito il Parco Archeologici di Leontìnoi ricadente nei territori del Comuni di Augusta,Carlentini e Lentini; art. 2) Ai sensi dell’art. 20 della L. R. del 3 novembre, n. 20, la normativa di cui al regolamento allegato al D.A. 756 del 20 marzo 2014 costituisce integrazione e, qualora in contrasto, variante agli strumenti urbanistici vigenti nel territorio interessato; art. 3) Ai sensi del comma 8 dell’art. 20 della L. R. del 3 novembre 2000, n. 20, al Parco è attribuita autonomia scientifica e di ricerca, organizzativa, amministrativa e finanziaria; art. 4) La gestione del Parco Archeologico è affidata, ai sensi degli artt. 22 e 23 della L R. del 3 novembre 2000 n. 20, ad un direttore e a un comitato tecnico-scientifico, che saranno nominati con successivi provvedimenti. Sarà parimenti approvato, ai sensi del citato art. 20 il regolamento interno del Parco; art. 5) Al Parco archeologico di Leontìnoi istituito col presente decreto si applicano le norme contenute nella L. R, del novembre 2000, n. 20 Titolo II e ss.mm.ii. E’ chiaro che attraverso le incongruenze e le numerose anomalie non si poteva andare nè avanti e né indierro. Si rimane colpevolmente fermi. Non è permesso avere uno squardo benevolo neppure nei confronti del Parco Archeologico di Leontìnoi e i perché sono tanti e soprattutto tutti da digerire malamente. Il primo perché riguarda il “ruolo comparsa” degli Enti Locali. Ora, l’interrogativo davvero inquietante, è uno e uno solo: come si compone, strutturalmente, il Parco di Leontìnoi? Chi ha in mano la gioiosa “perimetrazione” dei Comuni di Augusta, di Carlentini e di Lentini? Siamo, senza dubbio alcuno, agli inizi di una tragicomica finestra archeologica condannata a rimanere super attenzionata vita natural durante! Tramite la stravecchia e fallimentare Legge regionale (Leonza/Granata) giocano, in contemporanea, una partita non entusiasmante, ma di ripiego, le suddette allegate “Linee Guida”, costruite con buona volotà, probabilmente, da quel “Comitato di Coordinamento” in cui i Comuni di riferimento avrebbero dovuto essere solamente Lentini e Carlentini. Una punto cruciale: a chi affidare la gestione del Parco? Secondo l’articolo 4 a un direttore e a un “Comitato Tecnico Scientifico” (presi entrambi totalitariamente dall’Alto) in ottemperanza agli articoli 20 e 21 della superlatissima legge (Leanza/Granata). Con tutte le carenze possibili e immaginabili il realizzo tanto agognato del Parco Archeologico di Leontìnoi potrebbe conoscere il principio sano e fecondo della riunificazione territoriale tra Lentini e Carlentini. E’ lapalissiano che le finalià da narrare, insieme (Governo Regionale, Soprintendenze, Enti Locali, eccetera, eccetera …), sono, in verità, imperiosamente prioritarie, sempre e comunque. Una ulteriore nota critico-etico-paradigmatica alle “Linee Guida” generate, burocraticamente, come risposta affidabile da parte dal Coordinamento (L.R. Leanza/Granata) moralmente lo imponeva, coraggiosamente, in maniera responsabile, e per la salvaguardia della “gorgiana” città di Lentini e dell’intero territorio archeologico siciliano. Nelle “Linee Guida” Lentini e Carlentini vi entravano “amministrativamente divisi”(ante Decreto Tusa). Stranezze sopra stranezze, comunque, ma vere! Pubblichiamo, come esempio di mala signoria, e la “siracusanita” e la “catanesità” mandate, frettolosamente, a quel paese! Basta leggere gli articoli “uno” del cesareo “Decreto Tusa”, rispettivamente e per Siracusa e per Catania, al fine di saperne assai di più: *“--- ai sensi del comma 7 dell’articolo 20 della legge regionale 3 dicembre, n. 20, è istituito il Parco Archeologico di Siracusa, Eloro e Villa del Tellaro. ricadente nel territorio dei Comuni di Siracusa, Noto, Avola, Palazzolo Acreide e Buscemi”; *“ … è istituito il Parco Archeologico e Paesaggistico di Catania e della Valle dell’Aci, ricadente nel territorio dei Comuni di Catania, Acireale, Aci Catena, Aci Castello, Valverde e Aci Sant’Antonio”. Ci sarebbero, pertanto, potenzialmente, tra la legge “Leanza/Granata”, il “Decreto Tusa” e le slegate “Linee Guida” evidenze creative senza quartiere che farebbero a pugni reciprocamente. Come dire senza mezzi termini: il “pasticciaccio” proseguirebbe impunemente e illimitatamente. Si potrebbe, o no, convivere con una territorialità archeologica siciliana del tutto deludente? Finalino assai disarmante: “Parco Archeologico di Leontìnoi (già Polis essa e città Stato) a quando la tua inaugurazione?”. Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 
 
Post del 06/02/2022 

SAFFO, GORGIA LEONTINO E CICERONE: UN TRIO FORTE DI CULTURA CLASSICA.  ° LA LENTINITA’ DI ALFIO SIRACUSANO

La tanto talentuosa isola greca di Lesbo conosce enorme notorietà e fama grazie ad Alceo (versatile poeta aristocratico, impegnato politicamente contro ogni forma di dittatura) e a Saffo “la bella” (così appellata da Platone nel “Fedro”). I due famosi poeti della grecità arcaica, vale a dire Alceo e Saffo, operosi culturalmente tra il VII e il VI secolo avanti Cristo, conterranei e contemporanei, conosceranno, entrambi, l’allontanamento coatto dalla loro patria per divergenze ideologiche col potere assolutistico, allora tenuto da Pittaco, detto il “Militinese”, chiamato, pure, dalla generosa tradizione popolare di quella portentosa lontananza, assai rumorosa, “il tiranno pacificatore”. Ma andiamo avanti e per sommi capi. Di Saffo amica dei Gomòroi (i cosiddetti abitatori ricchi siracusani) e per giunta dipintura vitale del soggiorno obbligato dentro le memorie attorno ad Ortigia, le fonti non sono davvero molto lampanti. Tuttavia, una concreta mano d’aiuto ce la fornisce il Mascioni. Difatti, lo scrittore Grjzklo Mascione di Villa di Tirano non ha alcun dubbio sull’argomento di riferimento, tanto è vero che nella sua opere dedicata a Saffo (“Saffo”, Rusconi editore, Milano 1981) la parentesi aretusea occupa tutto un capitolo con il titolo intelligente, “L’isola dei gabbiani”. Inoltre, il Mascioni aggiunge una memorabile rivelazione presa dalla prestigiosa documentazione murale di Paro: “Saffo è citata con i Gamòroi a Siracusa, nell’ingegnoso ‘Marmo Pario, XXXVI’ ”. A proposito dell’esilio forzato in Sicilia di Saffo (nativa di Eroso, ma vissuta. tranne i segmenti del temporaneo confino, sempre a Mitilene nel suo “Thiasos”) dobbiamo notare, per doverosa onestà intellettuale, che nelle sue carte poetiche rimaste in circolazione non c’è mai il nome di Siracusa (Panormo, Cipro e Pafo sono le uniche località menzionate). Appare opportuno, ora, ricordare che Platone in un celeberrimo epigramma definisce Saffo “la decima musa”, mentre Strabone, il notissimo geografo-storico dell’era augustea, la chiama “essere meraviglioso”. Ecco l’omaggio caloroso di Alceo: “Saffo divina, coronata di viole, dal sorriso soave”. Ma cos’era, in sostanza, il “Thiasos” femminile di Saffo? Si assaggia, perciò, uniti, questo spirito non puerile aleggiante solo al femminile per tentare di dipanare l’intricato nodo “didattico-esistenziale”. Scriveva, puntuale e composto, il dotto parigino Robert Flacelière (“La vita quotidiana in Grecia nel secolo di Pericle”, BUR, 1983”) queste intriganti coloriture di saffismo: “Saffo fu, nella Lesbo del VI secolo, una educatrice e, insieme, una grandissima poetessa che gli antichi ponevano a livello di Omero. Dirigeva una specie di ‘pensionato’ per fanciulle dove fra maestra e allieve si tessevano amicizie amorose”. Giunti al punto in cui siamo, arriva adesso, metaforicamente, l’incontro di Saffo con la bella Elena di Sparta, persona ritenuta immonda e immorale sia per il tradimento nei confronti dell’illustre marito che per aver causato, assieme alla guerra di Troia, lutti infiniti in quei trascorsi lacrimanti e Saffo la difende autorevolmente. Con Saffo nasceva e fioriva nella storia dell’umanità il cosiddetto partito degli “innocentisti”, dove per mezzo di Gorgia da Leontìnoi, padre sommo della prima Sofistica, si creava a favore della donna spartana, già condannata moralmente per adulterio dall’Ellade, un potente ribaltone, mediante quel rivoluzionario “Encomio di Elena” di gorgiana eredità. Ultima nota: gli antichi siracusani avevano pensato bene di celebrare l’ossequio a Saffo innalzando nel Pritaneo (la sede dei magistrati) una monumentale statua. La vicenda, poi, della “refurtiva verrina” non sfuggì nella “romanità” alla scaltro sapere dell’Arpinate che deplorò l’incredibile oltraggio alla “siracusanità” in questi termini: “La Saffo, però, che fu tolta dal Pritanao, ti offre una valida giustificazione, tanto da far quasi quasi pensare che si debba passare sopra a questo furto e perdonarlo. Un’opera di Silanione così perfetta, così raffinata, così lavorata con gusto … (In Verrem)”. Si pompeggiava, dapprima, un epilogo ciceroniano lacerante, per poi volare alto sopra la Saffo di Alfio Siracusano, insigne autore leontino. Qui, dove si costruisce, acutamente, “la dolce eresia di Eros”, lo scrittore leontino, professore Alfio Siracusano (nasce e vive nella città di Lentini, già Preside del Liceo “Gorgia”, ex assessore comunale e, attualmente, valoroso Presidente della non povera Fondazione Pisano), mediante il suo pregevole lavoro attorno alla poetessa di Lesbo (A. Siracusano, “Saffo”, Barbera editore, 2008), trasmette ai mortali, giovani e vecchi, con Saffo una triplice quanto convincente credenza critica: interessante, originale e debitamente ridente. In tale intramontabile contesto di emozionante storia antica, il siciliano di Lentini, Alfio Siracusano, è riuscito, bellamente, a inserire un processo culturale innovativo, coniugato alla Lentinità attraverso personaggi leontini di spessore universale, come Gorgia da Leontìnoi (Padre sommo della prima Sofistica) oppure, subito dopo, come quell’altro del Notaro Jacopo da Lentini (Capo della Scuola Poetica Siciliana sotto il regno di Federico II di Svevia, inventore del sonetto, edificatore maestoso della lingua italiana delle origini) conquistando, a tal uopo, consensi tondi segnati di una magìa laica non nascosta e neppure precaria che è tutta propria di una personale perfezione interiore del Siracusano stesso. Il “federiciano” Jacopo, in epigrafe, con i due versi iniziali del conosciutissimo sonetto “Amore è un desio che ven da core”, gestualizza, da par suo, brillantemente, e il poeta, e il notaio leontino Jacopo, e la Lentinità eterna! Sic est. Viva, sempre e comunque, la Lentinità eterna! Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo

 
 
Post del 29/01/2022 

TORNA A CASA IL KOUROS DELLA LEONTINA POLIS?

APPELLO FORTE AL CONSIGLIO COMUNALE LEONTINO.

Torna a casa il celebre “Fanciullo di Leontìnoi”? Questa è la tematica appropriata e assai eloquente, per non scordare mai un sommario indicibilmente bello legato alla Lentinità eterna che navigava, appassionatamente, tra mito, protostoria, storia, geografia e cronaca contemporanea, essendo, sempre, tutto ciò di scottante e imperitura attualità. Partiamo, intanto, con un preliminare che non consente equivoci di sorta: non si potrà più giustificare, a cuor leggero, che fu orrenda la divisione del famoso fanciullo di marmo, Kouros, dell’antichissima e nobile città di Lentìnoi e neppure mentire come prima, purtroppo, si faceva. Presentiamo subito, allora, e per sommi capi, l’elenco delle fonti attualmente in nostro possesso: a) Anno 2006, “Leontìnoi oggi”, periodico storico-politico-culturale della Provincia di Siracusa, pubblica un testo importante così come segue: “Tutta la verità sull’Efobo di Leontìnoi”; b) Anno 2013. A cura del dinamico Lions Club Leontino (Presidenza “pro-tempore” Giacomo Di Miceli) viene proposto in apertura di pagina seconda, significativamente, la famosa immagine della cosiddetta Testa di Biscari, facente parte integrante del Kouros di Leontìnoi; c) Anno 2016, “Cammino”, il settimanale “cattolico-laico” d’informazione, edito nel Siracusano, diffonde il segente articolo così intitolato: “Il Kouros di Leontìnoi diviso tra Siracusa e Catania; d) Anno 2018. Sempre il “Cammino” di Siracusa riprende il discorso sul fanciullo leontino con un pezzo giornalistico ottimale e dai toni drammaticamente speranzosi; “Il Kouros di Leontìnoi tornerà a Lentini?”. Comunque, per saperne di più occorre fare un cortese passo indietro: come si poteva spiegare, infatti, ai cultura di archeologia di tutto il mondo che il marmoreo fanciullo della jonica Leontìnoi, orbato della testa, veniva depositato nel Museo “Paolo Orsi” della dorica Siracusa, nel parco di Villa Landolina, invece di essere messo dentro la casa museale naturale di Lentini? E a Catania, con quale criterio poteva essere esibita, in quel luogo archeologico etneo di cosmica virtuosità, l’arcinota Testa di Biscari dal momento che era stata sempre Lentini la Patria certa del Kouros marmoreo leontino? Perché, insomma, la statuetta marmorea di questo fanciullo (Kouros o Efebo) di Leontìnoi, culturalmente e storicamente annotato come ritrovamento archeologico tra la fine del sesto e gli inizi del quinto secolo avanti Cristo, subisce, proprio in questi ultimi tempi e spregiudicatamente, il pesante processo di riunificazione artistica? Per essere ancora più chiari: il Kouros di Leontìnoi ora non è più acefalo, dopo svariati secoli di menzogne perfino cattedratiche, non facile, perciò, da essere smontate “sic et simpliter”. Come dire, a ragion veduta: una iniqua separazione che il tempo, in piana e ordinata e elevata consapevolezza etica, diventa da solo l’implacabile giustiziere. Possiamo, quindi, celebrare l’accadimento realistico di una spoliazione recisamente fallita. Ecco cosa testimonia sul delicato argomento uno dei più noti studiosi del settore, sicuramente a livello stratosferico, il professore universitario (Ateneo Etneo) Giovanni Rizza, recentemente scomparso, (G.Rizza “Sikania”, Garzanti editore, 1985): “Col tesoro di Leontìnoi è stata messa in relazione una bella testa di marmo della medesime provenienza, passata dalla collezione del Principe Biscari al museo civico di Catania”. Del resto, è cosa laboriosamente accettabile che in quel periodo di arte greca aurorale, allorquando esistevano, diligentemente fattivi e costruttivi, e i Biscari per Catania e i Landolina per Siracusa, cioè archeologia e massoneria legata ad uno stesso filo conduttore che trovava il passatempo ameno per stare insieme ai fini di trasmettere alla posterità esperienze di notevole valenza: “A Siracusa l’illustre archeologo Landolina, parente del Principe di Biscari, era anche lui affiliato all’Ordine-Le logge furono soppresse, almeno ufficialmente, nel 1792-( vedi Helen Turet, Viaggiatori stranieri in Sicilia nel XVIII secolo, Sellerio 1982”. “Lontananze” epiche consegnate all’immortalità tra il serio e il faceto, tra il vero e il verosimile; testa a me e il resto a te. Questa, in sintesi, la “spartizione-spoliazione” avvenuta senza regole legali condivise tra i due personaggi non ignoranti, nella fattispecie. Dunque, è bene quello che finisce bene! Si aspetta, adesso, che, cessata l’ubriacatura coniugata alla civettuola passerella delle immancabili “mostre-memorie” programmate a regola d’arte da chi di competenza, il Kouros leontino possa ultimare la sua corsa “spettacolo-educativa”, gioiosamente, andando a dormire alla fine proprio a casa sua, vale a dire nel prezioso museo archeologico della città di Lentini. La speranza è davvero l’ultima a morire. Consiglio Comunale Leontino se ci sei veramente batti un colpo! Viva la Lentinità eterna! Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 
 
Post del 29/01/2022 

2022, I LEONTINI, I CARLENTINESI E LA QUESTIONE TERRITORIALE:  IL“SI” ALTO DELLA RIUNIFICAZIONE

Che la nascita di Carlentini quale “Quartiere Fortezza” dentro il territorio della Città di Lentini sia stato, a suo tempo, non solo un clamoroso errore “storico-politico-culturale”, di enorme scempio e sociale e civile, ma anche un plateale e scorretto abuso strategico abbagliante condotto, svogliatamente bene, dai poteri assolutistici, che consegnavano, indecentemente, alle popolazioni strapaesane del futuro una ambiziosa comunità, quella Carlentinese, che si appalesava apertamente e col titolo di città come “privilegio” e, inoltre, con l’epiteto “satirico-umoristico” di fortilizio “inespugnabile”, è cosa di uno strabismo ornamentale e caliginosa e insopportabile. Qui comincia il bello! Il buon Viceré, Giovanni Vega, una volta creato il “quartiere fortezza” (con Carlentini necessariamente senza territorio), cerca in tutti i modi di invogliare i Leontini a rinunciare sia al nome di Lentini che all’antico sito che, tuttavia, veniva propagandato come luogo malsano per via del Lago, detto Biviere. Nessuno poteva scommettere alcunchè allora circa l’incredibile ritrovamento, in quella fortunata metà del XX secolo d. C., della vetusta Polis, la Leontìnoi e gorgiana e periclea, tratteggiata alla perfezione topograficamente dallo storico di stazza universale Polibio di Megalopoli - 204 a.C./ 120 a. C. Il Vega, insomma, con una stranezza sapienziale poco illuminata, propone l’edificazione di un “quartiere fortezza” capace di onorare, al tempo stesso, con il nome di Carlentini, tanto la Città di Gorgia (padre celebratissimo della prima Sofistica) e di Jacopo, poeta e funzionario di Corte (Capo della Scuola Poetica Siciliana sotto il regno di Federico II di Svevia, inventore del sonetto, nonché artefice precipuo e propositivo delle lingua italiana delle origini), quanto la gloria di Carlo Quinto Imperatore. Pertanto, la sommamente importante “piazzaforte” di Carlentini viene eretta “ex novo”, nel 1551, sul colle “La Meta”, dal Vicerè di Sicilia Vega e dall’ingegnere de Prado per la salvaguardia, innanzi tutto, della Città di Lentini. Ma veniamo, per sommi capi, al “maledetto imbroglio”! Bisogna, del resto, subitaneamente, tenere in mente come finestra trascinante e disperatamente verosimile, che già nel 1807 a Carlentini con il “Partito dei Patrioti” di don Luigi Baudo c’era stato un consapevole voto consiliare con il quale si chiedeva, carinamente, la ingannevole concessione non tanto furtiva “di qualche parte del territorio di Lentini”. Le vicende si complicano con i moti del 1837, quelli, appunto, del colera. Proprio da Siracusa parte il messaggio rivoluzionario per eccellenza: “il colera è borbonico, non asiatico”. Il Capoluogo da Siracusa, città ribelle e inaffidabile, viene trasferito all’istante nella filoborbonica Noto. I Carlentinesi (immaginati, simbolicamente, come “toglitori” di aree territoriali scippate ad altri), con la Intendenza non più a Siracusa ma a Noto ottengono, complice la deliberazione del 27 gennaio 1804, il riscontro tanto auspicato giacché “La Città di Carlentini, prima fondata sul territorio di Lentini, di cui fu a priori una colonia, e sul quale le furono assegnati gli usi e i comodi, aveva pieno diritto di vedere accolta la sua domanda, essendo giusto che Carlentini potesse creare un fondo per soddisfare i suoi bisogni, tassando le terre del territorio proprio, tenuto presente ancora che il territorio di Lentini era abbastanza per permettere l’implorato smembramento”. Si prepara così, “con arbitraria e ingiusta decisione” (Pisano Baudo, “Storia di Lentini”), l’atto di pesante spoliazione del territorio della “riottosa” Lentini, mentre per Siracusa la punizione sarà altrettanto cocente: “Ferdinando II trasferisce, ‘sic et simpliciter’, con provvedimento autoritaria, il detto Capoluogo da Siracusa a Noto”. Si elabora, ora, di conseguenza, un triplice quanto velenoso illuminismo borbonico: a) guai a dimenticare, giunti al punto in cui siamo, che in precedenza c’era stato a Vienna nel 1815 il notissimo Congresso Antinapoleonico dove Re Ferdinando con la paternalistica promozione a Primo, adesso con il nuovo vestito assolutistico, tiranneggia incontrastato i più deboli nel Regno avito della due Sicilie! b) guai a non ricordare che, nel frattempo, la problematica Costituzione targata 1812 (Costituzione siciliana e indipendenza/ Costituzione spagnolo-napoletana e Regno del Sud con Napoli prima donna: due credenze del potere totalitario in una, con la seconda versione che va direttamente verso il suo acme!), aveve abolito e il feudalesimo e il feudo e i privilegi del baronaggio e tante altre cose ancora! c) guai ad ostentare poca chiarezza di fronte alla riforma amministrativa sancita in Sicilia con legge dell’11 dicembre 1817 in cui alla cancellazione di Val di Noto, di Val Demone e di Val di Mazara, di estrazione araba, subentrava la divisione dell’Isola in sette Province o Intendenze, così di seguito menzionate: Palermo, Messina, Catania, Trapani, Siracusa, Girgenti, Caltanissetta! Quando l’Intendente della città di Noto, Capoluogo novello, si appresta a compilare la mappa di quei Comuni, incauti protagonisti della dichiarazione di decadenza della Casa Reale Borbonica, Carlentini, con la conturbante missiva del 13 agosto 1847, certifica il tutto in tale maniera: “La Comune di Carlentini, fedele sempre al suo Re, alla legittima dinastia regnante, accolse con lo ‘sputo del disprezzo’ l’atto di decadenza che la stampa demagogica sosteneva, quindi si respinse ogni invito e anche ogni minaccia”. Doppiezze senza velami! Fatta, quindi, l’unità d’Italia, Carlentini, da parte sua, opera repentinamente la rottura con il suo passato tutto borbonico e si inserisce, con ineccepibile tempismo, nel gaudio risorgimentale. Di Vincenzo Ferrarotto Alessi, Presidente del Consiglio Civico di Carlentini, riportiamo parte delle sue dichiarazione comiziate, in nome e per conto della comunità Carlentinese, in occasione della seduta solenne dell’11 luglio 1860:“Signori, l’ora della nostra libertà è già suonata, quella libertà di cui Dio e natura ci fecero dono, e che col ferro e col fuoco è stata per lunghi anni soffocata … Il nome di Giuseppe Garibaldi non si cancellerà mai nella memoria degli uomini, né dalle pagine della storia. Dobbiamo a Lui l’opera della nostra redenzione. Esultiamo ora che già trovasi da Lui assunta la dittatura dell’Isola a nome di Vittorio Emanuale, quel Re Galantuomo …Viva l’Italia ! Viva Garibaldi!”. C’è da riferire, per onestà intellettuale, la peccaminosa assenza dei Carlentinesi durante i moti rivoluzionari e del 1820 e del 1837 e del 1848 e del 1860. Si era in attesa palese dell’implorato smembramento del territorio leontino. Ma tant’è. E quella storia di Siracusa non più Capo Valle come è finita? I Siracusani, puniti con la perdita del titolo di Capo Valle da parte di Ferdinando II nel 1837 per avere “inventato” la rivolta del colera borbonico, ottengono, in via definitiva, vale a dire nel 1865, dal Parlamento Nazionale, con Firenze capitale provvisoria d’Italia, il ritorno del Capoluogo da Noto a Siracusa. E per i Leontini figli di Gorgia e per i cari Carlentinesi che pesci pigliare? Misteriose, meschine e sibilline le rinunce leontine! E’, probabilmente, arrivata l’ora, opportuna e propizia, perché le due comunità, Lentini e Carlentini, parlino lo stesso linguaggio sulla riunificazione territoriale, riportando, laboriosamente, in essere la bontà, feconda e faconda, di un territorio civilmente e spiritualmente veramente coeso e riunito, con una popolazione di oltre 50 mila abitanti orgogliosa essa di percorrere la strada che confluisce, a occhi chiusi, verso il riscatto, legittimo e nobile, della propria leggendaria identità e etica e politica ed economica. Una bella “chicca” terminale: allorquando ci si accorge che lo smembramento del territorio è stata effettuata non per scelte condivise da entrambi i lati, ma mediante rastrellamenti mirati come nel caso del feudo “Murgo” del potentissimo Barone Riso, (un acquisto fortissimamente voluto in barba alla Costituzione del 1812, dove giace in quella fascia costiera jonica la Murganzio marittima citata puntigliosamente dall’eminente archeologo di fama internazionale Biagio Pace “Arte e civiltà della Sicilia antica”), allora i malumori attorno alla Lentinità eterna oltraggiata per l’ennesima volta restano, giudiziosamente, tutti immobili. Dunque il grido, alla fine, è sempre solo uno: viva la riunificazione territoriale, libera e democratica, tra Lentini e Carlentini! Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 
 
Post del 15/01/2022 

TRAVOLTI E IL VALLO DI NOTO E I CAMPI LESTRIGONI (O LEONTINI), NETINI, LEONTINI E IL TERRITORIO

COME? QUANDO? PERCHE’ ?

Grazie a una classe dirigente, scomposta e negligente, si sono avuti in Sicilia, durante il regime borbonico, scompensi territoriali indecifrabili, culturalmente parlando, che appare quasi impossibile implorare laicamente perdonanze neppure tra i giusti largamente conclamati! Vediamo un esempio elementare e, al tempo stesso, prudentemente didattico: le cosiddette spoliazioni “anti Lentinità” e “antinetinità”, che hanno autori e credibili e responsabili, perché non pagano mai la rivoltante quanto spregiudicata condotta sibillina? Del resto nessun regime tirannico, o meno che sia, vuole ammettere magagne spudoratamente impopolari o perigliose romanticherie. I campanilismi e gli egoismi umani, tuttavia, restano colpevolmente sovrani a discapito della cultura e della verità storica. Riportiamo ora a galla due casi emblematici di guasti clamorosi del potere dominante: a) la sparizione dei Campi Lestrigoni (o Leontini); b) la poco onorevole eliminazione dalla carta geografica del Vallo di Noto, di arabica primogenitura. Attraverso la disamina storico-geografica dell’insigne storico Polibio (204/122 a.C.) salgono alla ribalta presentemente i Campi Lestrigoni (o Leontini): abbiamo qui messa in evidenza la fase regina di un “furto borbonico” rimasto, fra l’altro, impunito, tra la generale disattenzione della cattiva politica. Nello scritto di Polibio, ad esempio, sono apertamente accampati all’interno del tenere leontino, “i sopra celebrati Campi Lestrigoni” che, attualmente e assurdamente, essi vengono ricordati, senza pudore alcuno, “Piana di Catania”. Precisiamo subito come stanno effettivamente le cose: terminato nell’anno 1815 l’antinapoleonico congresso di Vienna, con la Sicilia seduta al tavolo delle superpotenze europee, è Ferdinando, adesso Primo di Borbone (in precedenza: Ferdinando III di a Sicilia e Ferdinando IV di Napoli), che viene consacrato “Re del Regno della due Sicilia”. Ritorna trionfante a casa e rispolvera il deleterio assolutismo regio. Difatti, declassata, impietosamente, la Costituzione Siciliana del 1812 ne approva, però, vilmente un’altra (Costituzione spagnolo-napoletana con uguale datazione) dentro cui resta stampato a carattere cubitale e l’abolizione pasticciona del feudalesimo e il ridimensionamento non anomalo dei privilegi baronali. Prendono vigore in Sicilia le riforme amministrative decisamente poco democratiche (le valli da tre - val di Noto, di Mazara, val Demone - diventano sette: Palermo, Catania, Messina, Trapani, Siracusa, Girgenti e Caltanissetta). Ciò comporta il verificarsi di uno sconquasso non gioioso in tutta l’isola poiché viene depennato, innanzitutto e nebulosamente, il Vallo di Noto. Da questo istante in poi sparisce, insensatamente, per la storia e per la cronaca, la poderosa Contesa di Modica. Per le due antichissime città e di Lentini e di Noto, dai valori archeologici e identitari illustri, il nocumento socio-economico-militare è fortemente devastante. La mala signoria borbonica ruggisce sposando appieno la tirannia più sentimentalmente becera. Ecco, intanto, le frammentazioni sopra il territorio di Lentini: le firme oltremodo autorevoli solennizzano, non tanto umoristicamente, il greve malfatto borbonico. Una prima ansietà: “Adolfo Holm, storico notissimo e bravissimo di cose siciliane (Storia della Sicilia nell’antichità) non improvvisa affatto: “Oggi si chiama la Piana di Catania, nell’antichità ‘i Campi Lestrigoni’ ”; indi una seconda tesi detentrice: il professore etneo, assai stimato e rispettato nel catanese universitario, e anche oltre, Giovanni Rizza (Università di Catania) in Katane, ‘Città greche in Sicilia’ ecumenizza chiaramente:“l’attuale famosa Piana di Catania, racchiusa tra l’Etna e i monti del siracusano, con l’estensione di ben 450 Kmq. appartenevano nella sua quasi totalità a Leontìnoi (Storia di Napoli e della Sicilia)”. Ma andiamo avanti. Una mappatura, per sommi capi, per la città di Noto, adesso s’impone categoricamente. Cioè: eliminato “borbonicamente” il Vallo di Noto, la cosa tremenda da condannare senza perdere neppure un minuto di tempo è la fine davvero ingloriosa della Contea di Modica. Ma non basta. Le scandalose ignominie borboniche proseguono spudoratamente a ritmo incalzante: per un tragico accento interpretativo legato a un presunto “colera siracusano” la città di Archimede (1837) perde con uno spogliamento arrogante e incivile il capoluogo che va in direzione della fedelissima Noto. Col favore di un clima rigidamente totalitario la magnificazione strategica del Vescovado, nella città di Ducezio il mitico, contiene fruttuosamente la condivisione anche se problematica di una fertile pacificazione comune. Una tale politica, frattanto, non perde mai di vista il suo significato egemonico: la fiammante Porta Nazionale, ex Porta Fernandea, diviene essa, di conseguenza, una potente tela di riferimento ideale che non consente equivoci di sorta. Per dovere di cronaca va menzionato per la posterità curiosa e interessata storicamente che il 6 ottobre 1836 avviene la visita ufficiale dei reali del Regno delle due Sicilie di quell’epoca senza lumi e con il risorgimento italico alle porte. Solo la città di Noto si mantiene fino in fondo borbonica e per ovvie motivazioni, naturalmente non eccelse (promozione “temporanea” a capoluogo al posto della riottosa Siracusa!), mentre la “nuovissima” Carlentini, “borbonissima” al cento per cento e per giunta, furbescamente antirisorgimentale (nata essa, si badi bene, e in emergenza difensiva “pro Lentini” e col titolo di città come privilegia e con l’epiteto “boffonesco” di inespugnabile!), rimane immobile in attesa dell’attimo fatale per abbattere e la Lentinità e per togliere “colposamente e arbitrariamente” alla città di Gorgia la parte più preziosa del suo leggendario territorio. Una peccaminosa realizzazione. Uno “scippo” lacerante commesso proprio alla luce del sole! Pertanto, lungi dal vittimismo generalizzato, cosa deve accadere ancora a Sua Maestà la “Pazienza Popolare”, per avere, finalmente, legittimazione affidabile e insieme, giustezza solidale, da parte di chi di competenza? Chi ha osato cancellato dalla storia e i Campi Lestigoni (o Leontini) e il Vallo di Noto? Quindi, parafrasando, amaramente, il Manzoni si può urlare pacatamente a tutto campo e al pianeta intero: fu, in effetti, vera gloria avendo, perennemente, e lo scetticismo galoppante e il demone documentaria tra le dita vogliose? Perché con i “leontini”, i “netini” e la “questione territoriale”, adagiati essi in Sicilia e nell’ignoranza capillare e nella dubbiezza sconfinata, si coprono, sepolte vivi, forse definitivamente, anche le lagnanze storico-archeologiche non menzognere. Ora l’eterno “tri-quesito”, magari stucchevole, rivolto, esplicitamente, ai cosiddetti “Poteri Alti” per una replica intrisa di sicilianità ordinata, pura e scevra di debolezze nei riferimenti degli ultimi. E allora il come il quando e il perché ci stanno tutti. Niente da fare, dunque, come primario acchito, con la ideologia sicilianista. Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 
 
Post del 06/01/2022 

LENTINI, CARLENTINI E LA QUESTIONE TERRITORIALE !

LA RIUNIFICAZIONE DENTRO LA LENTINITA’ ETERNA !

SANTINO RAGAZZI E VINCENZO PUPILLO “DICUNT” !

Non si può essere custodi autentici della Lentinità eterna se non si corre, insieme e uniti, una buona volta per tutte, partendo dalla cultura e dalla storia, se non si riparte, cioè, dal recupero pieno di una carta d’identità chiara e tonda legara, soprattutto, al glorioso passato generosamente avito.Tutti sappiamo che gli elementi costitutivi di una tale dimora identitaria, autonoma, libera e democratica, sono tre: a) territorio, b) sovranità, c) popolo. Non c’è cosa che tenga allorquando non si vengono ad essere tutelati a dovere questi tre principi fondamentali e sacri del buon vivere e civile e sociale. Nell’antichissima e feconda città di Lentini, è notorio, che in essa lentamente, silenziosamente, drammaticamente, perfino l’assurdo è depositario di brutti scherzi: praticamente è sempre più visibile la scomparsa dei valori intimi e simbolici della sua storia, del suo passato, delle sue radici, delle sue tradizioni, della sua civiltà, della sua cultura, della suo Lentinità. Non più essa città del mito e della grecità; non più essa città marittima come un tempo; non più città fluviale; non più vetusta città archeologica coma patria di Gorgia (pontefice massimo il leontino unitamente a Protagora di Abdera della prima Sofistica); non più “caput rei frumentariae” di ciceroniana memoria; non più sede vescovile (Siracusanità e Catanesità protagoniste insieme non secondarie del mutismo relativamente alla sospetta spoliazione frazionata intorno alla enorme ricchezza del vescovado leontino), dove l’ultimo vescovo della chiesa leontina Costantino, “Costantinus Leontinus episcopus”, partecipava al secondo concilio di Nicea del 747; non più città di Jacopo (capo costui della scuola poetica siciliana al tempo di Federico II di Svevia, inventore del sonetto, padre della linqua italiana delle origini) e di Alaimo (eroe in assoluto del Vespro); non più primo centro di produzione e di esportazione d’arance d’Italia. Oggi la città di Lentini, insomma, è quasi in caduta libera, essa ha benemerenze soltanto a livello “museale”. Se il Lago di Lentini, notte e giorno, sbadiglia e lo scalo ferroviario si adagia nei ricordi lontani la responsabilità colpevole è di tutti, nessuno escluso. E che dire dello scippo di fatto di “Lentini Sigonella” ? Ma continuare a fotografre miserie umane a non finire non è dopotutto simpaticamente onesto. E che pensare poi di tutta quella parte di costa ionica, passata nel nero dimenticatoio, che dal fiume Lentini (volgarmente detto San Leonardo) va fino alla spiaggia di Agnone Bagni nei cui paraggi, nascosta tra i lacrimanti aranceti inzuppati di malinconia, sorge bella, maestosa e incompiuta la federiciana “Basilica del Murgo”, probabilmente opera di quel Riccardo da Lentini. architetto della “Magna Curia” (prepositus aedificiorum), quale motivazione non esemplare da trasmettere ai posteri per tanta “Lentinità” poco gioiosamente abbandonata ovvero meschinamente peruta. Tenuto in debito conto delle tantissime eccellenze leontine disperse, avanza a meraviglia adesso il monito dell’avvocato Santino Ragazzi, ex sindaco ingegnoso della città di Lentini, a favore “della valorizzazione urbanistiche, economiche, sociali e culturali di entrambi i centri (ossia di Lentini e di Carlentini NdR): “Il Mare, il Lago di Lentini, la Ferrovia, Sigonella, la Zona Archeologica, diventerebbero patrimonio comune (“Leontìnoi oggi”, del 4 dicembre 2007)”. Carezzevole oltremodo il linguaggio, quello del Ragazzi, espresso nitidamente e per sommi capi e comprensibilmente a testa alta alta. Ma proseguiamo. La città di Lentini, giorno dopo giorno, assiste passivamente e inspiegabilmente non solo all’ingiusto depauperamento ma anche e soprattutto al ridimensionamento del suo classico territorio. E se è vero che il territorio, come abbiamo già articolato in principio, è uno degli elementi fondanti di una comunità proiettata verso un domani che brilla di luce amena, cosa accadrebbe se, viceversa, si dessero le carte, in maniera imbarazzante, per impaginare, seppure al meglio, una ennesima spoliazione diseducativa alquanto nei confronti di memorie senza più riconoscibilità. La città di Lentini deve recuperare, dunque, le sue sue elevate radici e per far questo occorre affrontare, innanzi tutto, culturalmente, democraticamente, politicamente ed eticamente, come finale prioritario, la “Questione Territoriale”. E’ proprio attorno a questa inequivocabile piattaforma d’amore quasi spirituale che i governanti locali del terzo millennio d.C. (di Lentini, di Carlentini, di Francofonte, di Augusta NdR) hanno il diritto-dovere di misurarsi, diligentemente, per tentare di cogliere appieno l’aurora di certezze senza paure. Il fiore all’occhiello della partita ci viene consegnato, tuttavia, dall’uomo politico più ragguardevole, in questo frangente, della vita politico-culturale regionale, vale a dire il lentinese Enzo Pupillo, figlio d’arte di stazza creativa certamente superlativa (il papà, avvocato-professore Filadelfo, era stato, ai suoi tempi, e un autorevole amministratore comunale e uno degli artefici più vistosi del celeberrimo “Premio Nazionale Lentini”, (eclatante paideia internazionale dal consenso corale indicibile, inarrivabile, irripetibile), che pronuncia ispirato magistralmente a un accorto spirito di fratellanza laica le seguenti finestre di pregio, spoglie, peraltro, di contorte e avventurose coloriture polititiche crepuscolari ovvero senza patrie: “Immagino, per un attimo, Lentini e Carlentini un unico Comune …‘Leontìnoi oggi’ del 4 dicembre 2006’ ”. Sic est. Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 
 
Post del 31/12/2021 

LA NASCITA DI CARLENTINI: UN ERRORE STORICO!

SCOPERTA L’ANTICA POLIS GRECA DI LEONTINOI!

POLIBIO NEL VENTESIMO SECOLO DOPO CRISTO!

Con il clamoroso e incredibile ritrovamento della Lentini antica, Leontìnoi, descritta essa del resto copiosamente dalla narrazione polibiana, salta poderosa e al tempo stesso avvincente davanti agli occho di tutto il mondo archeologico attivo una forte e penetrante dipintura identitaria Leontina. Partiamo, intanto, col fotografare, per sommi scatti, la figura importante di Polibio dentro il presente articolo saggio. Lo storico insigne Polibio di Megalopoli (204 a C/120 a C) che si tuffa in maniera approfondita, quale geografo e dirigente politico-militare, all’interno della storia romana durante il secondo secolo avanti Cristo, tratteggia acutamente per la “Città-Stato” di Leontìnoi, una carta topografica speciale che consentirà, successivamente, agli studiosi di tutta la terra conosciuta il ritrovamento della cosiddetta “Polis polibiana”. Il nutrito numero di “appassionati-competenti” in archeologia alimentato, con passione leonina super scolastica, dal circolo culturale “Jacopo da Lentini” (Dinu Adamasteanu, Giovanni Rizza, Carlo Lo Presti, Alfio Sgalambro, Carlo Cicero, Mario Piazza, Salvatore Ciancio, Filadelfo Pupillo, Vitale Martello) fa da cornice fedele intorno al prestigioso traguardo toccato sotto le linee guida essenzialmente polibiane. Questi, in quel preciso frangente, i rappresentanti più in vista della carta stampata che godevano, fra l’altro, di una larga popolarità perché apprezzati anche come simboli alti del nascente giornalimo nel Lentinese: Giuseppe La Pira (“La Sicilia”), Carlo Lo Presti (“Corriere di Sicilia”), Filadelfo Messina (“Espresso Sera”). Qui va schiusa, doverosamente, una breve parentesi sul commediografo Carlo Lo Presti (il cine teatro comunale – ex odeon – si chiama ora cine teatro comunale “Carlo Lo Presti” / deliberazione del Consiglio Comunale della città di Lentini, numero 211 del 18 novembre 1996/ amministrazione Salvatore Raiti). Difatti, il Lo Presti (mio amico, fratello maggiore e maestro senza se e senza ma), relativamente al lavoro polibiano, spalanca delle aree documentarie preziose che lasciano indiscutibilmente il segno: “… disponeva (Leontìnoi ndr) del Palazzo del Senato, del Foro, del Ginnasio, dei Bagni pubblici, del Castello Bricinna, sul Tirone, di un ampio Teatro di pietra che si vuole ubicare nei pressi della vallata “Falconello”, nella zona dei Templi e dello Stadium (Premio Lentini, in AAVV, Lentini Urbs Nobilissima, 1996)”. Facciamo, adesso, puntuale chiarezza sulla seguente tematica: la novella Carlentini, che con il suo territorio furbescamente levato al popolo lentinese nel 1837 il quale assiste esso, purtroppo, disciplinatamente e passivamente, al falsamente drammatico “evento-dimenticanza” della morente politica tirannica borbonica dal volto prettamente antirisorgimentale avendo, comunque, la copertura ambigua, tollerante e paradossale alla stregua di un tortuoso labirinto tutto kafkiano. Ultimissime: Carlentini (quartiere fortezza ideato dapprima per la difesa della Lentinità), modellata col titolo di città ma come privilegio solamente (regnante allora l’imperialismo assolutistico di Carlo V della nobile famiglia degli Asburgo/1516-1556), qualora essa non fosse stata coniugata, per esempio, con l’antichissima e famosissima città di Lentini, non avrebbe dovuto, necessariamente, ritrovarsi tra la gente o come DiCarlo o come DiCarloQuinto e basta? Misteri cosmici galoppanti eternamente calati nel vuoto infinito. Questa, pertanto, è, da sempre, la semplice e pura verità vera avente, altresì, per oggetto una poco virtuosa spoliazione territoriale programmata chiaramente a senso unico: circa due quinti di territorio scippato alla Lentinità (donati, incomprensibilmente, per il Pisano Baudo, “Storia di Lentini antica e moderna”) con una contropartita pari a sottozero. Ergo: “il Carlentini story” con il suo abbagliante nascimento è stato, a nostro avviso, un plateale errore della storia umana e nulla più, piaccia o non piaccia. Il lentinese Angelo Pellico (ragioniere capo del Comune di Lentini dal 1952 al 1978) perviene nella sua opera prima a queste incresciose conclusioni: “I confini della città di Lentini racchiudevano un immenso territorio, il cittadino lentinese era tenuto nell’assoluta ignoranza e non conosceva la vera storia della sua Città. I pochi ‘istruiti’avevano interessi contrastanti e nascondevano la verità. Perfino alcuni ritrovamenti archeologici sono stati nascosti o distrutti (‘Civitas fecundissima’, Angelo Parisi editore. 2011)”. La nostra impostazione logistico-operativa rimane, tuttavia, sempre tale e quale. Viva la Lentinità eterna!Viva, dunque, la verace riunificazione territoriale e pacifica e democratica e attualissima, opportunamente condivisa, tra Lentini e Carlentini! Finalino ameno, ma non troppo: avanti tutta, giovani e vecchi, per il ripristino super della giustezza leontina a tutti i livelli (storico-economico-sociale-culturale-territoriale)! Si riapra il nodo territoriale … Viva l’utopia del buon senso! Sic est. Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 
 
Post del 16/12/2021 

“NATALE AL CAMPO 119”  (il neorealismo nel grande cinema)

*GIACOMO RONDINELLA   (storico cantante siculo napoletano)

*“MUNASTERIO ‘E  SANTA CHIARA”   (musica senza tempo)

1“Natale al capo 119!; 2 Giacomo Rondinella (storico attore e cantante siculo napoletano) 3 “Munasterio ‘e ‘santa Chiara”: un trittico d’arte internazionale che grida sempre al mondo intero, in ogni tempo e in ogni luogo, la condanna morale in assoluto della malasignoria universale. Anno 1945: arriva con rimarcata gioiosità in tutta Italia un filmato commedia con racconti ad episodi, “Natale al campo 119”, di Pietro Francisci, ossia per essere prontamente comunicativi un documentario cinematografico esso (distribuzione: Minerva film) di eccezionale portata storica e, inoltre, di geniale impegno civile e sociale, dove i sentimenti e gli accadimenti degli italiani delle numerose regioni d’Italia trascorrono, tristemente, appena dopo l’armistizio, in California, dentro un campo di prigionia, e in attesa della sospirata liberazione, un emozionante santo Natale. La regia di Pietro Francisci, costruisce passo passo il tutto elegantemente e, si può anche arguire, con legittimi affondi di solare neorealismo. Ora una annotazione importante, anche se concepita, doverosamente, a titolo di contemplativa cronaca: “Natale al campo 119” ha partecipato nel 1989 al settimo festival internazionale di Torino, “Cinema Giovani”,  sezione “neorealismo”. Del resto le benevoli note critiche di Alfredo Panicucci (L’Avanti, 27 dicembre 1947) sono davvero etico paradigmatiche, senza riserva alcuna: “Un gruppo di ottimi attori (De Sica, Campanini, Fabrizi, De Filippo, Rondinella, Rabagliati  ecc…) con una sceneggiatura felice e un dialogo brillante, hanno messo insieme questo film ricco di trovatine divertente e affabile”. Attorno a “Natale al campo 119” ruotano, quindi, veri e propri mattatori del firmamento cinematografico italiano: da Peppino De Filippo a Carlo Campanini, da Vittorio De Sica ad Adolfo Celi, da Aldo Fabrizi a Rocco d’Assunta, da Massimo Girotti a Carlo Mazzarella, da Pietro De Vico a Beniamino Maggio, da Maria Mercder  a Vera Carmi, da Ave Ninchi a Olga Villi, da Giacomo Rondinella a Rabagliati. Al posto di comando nella regia, come è logico ripetere, c’è pertanto Pietro Francisci. Di Michele Galdieri, che mette in bella evidenza i valori colorati della dialettalità è, viceversa, il soggetto. La sceneggiatura si avvale di campioni valenti e senza rivali: Giuseppe Amato, Vittorio De Sica, Aldo Fabrizi, Pietro Francisci, Michele Galdieri. In questa cornice in celluloide non è trascurabile la visibilità di cantanti attori talentuosi come Giacomo Rondinella e Alberto Rabagliati. All’interno di “Natale al campo 119”, infine, spettacolo esso straordinariamente magnifico e sempre moderno il maestro Giacomo Rondinella canta da par suo, con voce limpida e soavemente realistica, la mitica canzono tutta napoletana “Munaterio ‘e Santa Chiara” di Galdieri (parole) e di Barberis (musica). Qui,Vittorio De Sica e Peppino De Filippo, i due fuoriclasse italiani della cinematografia mondiale ascoltano, in gradevole estasi silenziosa, e per la verità pure melanconicamente dolce, l’accorata e mirabilmente persuasiva interpretazione in “Munasterio’e Santa Chiara” da parte del celebre e popolarissimo attore e cantante siculo napoletano (nativo di Messina) di quegli anni indimenticabili e cari, vale a dire della buonanima del sempre immortale artisticamente che risponde al nome prestigioso di Giacomo Rondinella. Perché non si fa più il mai rimpianto abbastanza festival di Napoli? Siamo proprio certi che esso era divenuto solo misera ricreazione per via di un potere gestionale senza alcun valore? Oppure esso era ormai visto come un gruppettaro incompetente, oscuro e venale capace di svolgere alla luce del sole addirittura un malandrinaggio commerciale indigeno, poco onorevole e basta assaissimo?  Dove sono finiti i mitici cantanti napoletani di una volta? Povera canzone napoletana! Signora politica nazionale e internazionale dove sei? Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 
 
Post del 10/12/2021 

AL PITTORE LEONTINO FRANCO CONDORELLI PREMIO COPERTINA 2012 ALLA LENTINITA’

OMAGGIO DEL PERIODICO “Leontìnoi oggi”

Anno 1999: giunge in un clima grandemente civile, libero e democratico, un eroico movimento culturale per la riunificazione territoriale tra il comune di Lentini e quello di Carlentini, targato “Città di Leontìnoi”. Un evento storico, davvero inusitato, con Lentini e Carlentini probabilmente assise insieme sotto il segno unificante e vivificante del mitico nome greco di gorgiana memoria, ossia “Leontìnoi”. Il maestro Franco Condorelli, di recente scomparso, viene acclamato nel 1999 quale socio onorario dentro detto movimento culturale “Città di Leontìnoi”, giudicato il nostro, peraltro, in tale circostanza, il simbolo perfetto della Lentinità eterna. Nel 2012 al pittore Franco Condorelli dal periodico “Leontìnoi oggi” viene consegnato il premio copertina alla Lentinità perché mattatore nell’arte della dipintura, forza espressiva eccelsa che coniuga meravigliosamente la visione impareggiabile, tutta “condorelliana”, delle sue creazioni raffiguranti magistralmente la travagliata contemporaneità cosmica, aperta, lucida e feconda, con il rispetto non banale ma nobile del “vivere per non dimenticare mai”. Il tutto legato sempre alle radici, al storia, alle origini e alla coltura sovrana di questa terra di estrazione ionica, somma e illustre, che fu di Gorgia e del notaro Jacopo, entrambi cantori eterni della salvaguardia persuasiva della “Lentinità” nel Mondo antico e moderno. Ma andiamo avanti. Attraverso un soggetto pitturato di alta classe, veramente luminoso e, al tempo stesso, futurista, del bravissimi Franco Condorelli, si va a fotografare un Lentinità grandiosa dove la tematica precipua è, senza pudore alcuno, la riunificazione territoriale tra Carlentini e Lentini, spogliata vergognosamente quest’ultima a seguito di una “ingiusta e arbitraria” decisione da parte di quel crepuscolare assolutismo regio borbonico. Così sentenziava, e senza appello, severamente, nella sua opera sopra Lentini il più autorevole storico di casa nostra, Sebastiano Pisano Baudo. Nell’immagine in pittura a firma del Condorelli c’è la trattazione di una Leontinoi dai tre volti: a) Leontìnoi, città delle arance; b) Leontìnoi, città del Lago; c) Leontìnoi, città archeologica. In ordine al pensare delle due popolazioni in predicato (Leontini e Caelentinesi), l’orizzonte del loro essere intimo radicato nelle radici comuni avrebbe subitaneamente una carezzevole essenzialità ideale in cui si fonderebbero, egregiamente, pari e forse migliori condizioni economiche, giuridiche, finanziarie, sportive, educativa, politiche e magari religiose, per via di un itinerario mai perdente. Quando si cancella superficialmente e ingenerosamente il passato, allora non esiste un vero domani per chicchessia. E’ su queste vecchie e nuove basi contenutistiche di valori etico paradigmatiche che i governanti del terzo millennio, tanto di Lentini quanto di Carlentini, dovrebbero misurarsi onde assaporare gioiosamente l’inizio di certezze senza paure. Tutto difficile, è vero, ma è utile e sensato, tuttavia, non demordere. Si rimane, insomma, di stucco il riportare comunque alla luce, per dovere di cronaca, le seguenti e miserrime espressioni bue da rigettare sempre e all’istante, (carezze librarie, fra l’altro, esse dello stesso Pisano Baudo dedicate, nella fattispecie, alla madre Carlentinese): “La prima aspirazione degli antichi Carlentinesi- conclude amaramente il Pisano Baudo- fu certamente quella di attirare sul colle tutti i Lentinesi, e di vedere cancellato dalla carta geografica della Sicilia il nome di Lentini (Pisano Baudo “La Città Carleontina”, tip. Scolari Lentini, edizione 1981). Ogni ulteriore commento ci appare, in questa sede, superfluo e orbato letteralmente di senso né umano né divino. Nel sito storico e culturale (Libreria Amore) curato da Franco Amore con enorme pazienza e ferma onestà intellettuale troviamo in copertina un bella finestra con la foto dell’artista di Lentini Condorelli, i cui detti solenni e abbastanza impegnativi recitano in questi termini: “La forza dell’arte, l’unicità della pittura”. Addio Franco Condorelli, figlio illustre della città di Lentini. Qui, di certo, non sarai mai dimenticato. Viva la riunificazione territoriale libera, pacifica e democratica tra Lentini e Carlentini! Viva la Lentinità eterna! Sic est. Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 
 
Post del 04/12/2021 

CARLO LO PRESTI, CAMILLERI E PIPPO CENTAMORE INSIEME DENTRO L’ESTATE CULTURALE LEONTINA

LENTINITA’ NATALIZIA VIVA E SENZA TEMPO

Ricostruire cose lontane e al tempo stesso vicine sulla Lentinità eterna non sempre è cosa facile e allettante. Rivivere e stare insieme compiutamente dentro cotanti accadimenti è del resto e esaltante e giornalisticamente impareggiabile. Allora cominciamo a sparare le prime cartucce. Come eravamo nella città di Lentini circa quaranta anni addietro? Andiamo, pertanto, per un attimo, a ritroso. Tutto accade il 29 marzo 1981. L’episodio topico è uno di quelli che non tanto facilmente si può dimenticare e, non casualmente, porta il nome storicamente accattivante di “Stagione Culturale 1981”. In quell’anno, a nostro avviso, assai speciale, si registra, peraltro, un “evento incredibile”, forse mai più avvertibile: le istituzioni locali, le forza politiche e i cittadini diventano, per l’occasione, improvvisamente, un tutto unico e armonico. La finestra partecipativa tra le parti in causa (politiche, civili e religiose) è decisamente corale. Ecco la produzione civica e sociale, nomata, per l’esattezza, “Estate Culturale Leontina”. L’Amministrazione Comunale dell’epoca (l’avvocato Giacomo Capizzi - primo cittadino) si presentava alla gente per riscuotere quel vasto consenso di critica e di pubblico, al di sopra e al di fuori, delle fortissime coloriture politiche indigene. In questa città antichissima, quale è Lentini, di lontanissima estrazione ionica, da sempre altamente idealizzata, in quanto la gran parte degli abitatori si considera, a torto o a ragione, ancora oggi, figlia spirituale e sapienziale del celebre “retore-oratore-sofista-filosofo” Gorgia, campione degnissimo della prima sofistica, rivalutata essa alla grande da Hegel in poi, anche un avvenimento, seppure importante, siglato,“Stagione Culturale Leontina”, è ovvio il procacciare nella popolazione immediati istinti palesemente suggestivi, anche se misteriosamente incontrollabili. Esplode, insomma, come per uno strano sortilegio, “uno spettacolo nello spettacolo”! Sotto la spinta di una straripante mobilitazione popolare, assetata di emozionanti novità culturali e teatrali, si addiviene, saggiamente e responsabilmente, a un pensare positivo, stupefacente e coinvolgente, essenzialmente sorprendente e senza contraddizioni di sorta. L’ex “Odeon”, allo stato Cine-Teatro Comunale “Carlo Lo Presti” (Provvedimento deliberativo unanime del Consiglio Comunale della Città di Lentini n. 211 del 18 novembre 1996 – Amm.ne benemerita targata “Salvatore Raiti, oggi l’ex sindaco lungimirante riposante nel pianeta dei più), è il magico palcoscenico per la realizzazione ideale e patriottica di tanta platea, fatta e di cultura e di intrattenimento. Si vede, adesso, splendere di vigorosa ammirazione, significativamente, la commedia “Il Camaleonte” al fine di rendere fertile omaggio al mai compianto abbastanza concittadino Carlo Lo Presti. La regia è del grande Andrea Camilleri (recentemente scomparso, ma in quel tempo “firma” poco nota) che, a proposito della fatica teatrale “loprestiana”, abbozza il seguente pronunciamento critico: “Scritta nel 1948, la commedia si muove, senza mai stabilire l’esatto confine tra il reale e il sogno con il preciso intendimento di creare, alla fine, una ‘confusione’ che forse rappresenta il principio di tutte le cose, come contrapposto a precisione e chiarezza …”. Parole concise, rapide e compiute che lasciano segni indelebili e che trasportano, piacevolmente, lo spettatore nella direzione gioiosa e penetrante, vicina assai alla valenza “artistico-letteraria” importante dell’opera del Lo Presti, cioè “I Camaleonti”. Per dovere di cronaca aggiungiamo, sommessamente, che lo stesso maestro Camilleri, allora illustre 93enne, siciliano di Porto Empedocle (n. il 6 settembre 1925/ m. il 17 luglio 2019 a Roma, presso l’Ospedale di Santo Spirito) si trovava a Lentini, eccezionalmente, in quella gloriosa stagione culturale, per conto della Compagnia Stabile “Piccolo Teatro Pirandelliano Città di Agrigento” e per deferenza lapalissiana nei confronti di Carlo Lo Presti. Un particolare nobile, inoltre, da documentare: a commemorare Carlo Lo Presti, con acutezza di sentimenti, affetto e competenza, ci pensava l’avvocato Pippo Centamore (figura enorme, diligente e intelligente, di segretario generale facente funzione all’interno del Comune di Lentini): incantevoli e educativi, con applausi a scena aperta, restano i suoi verbali redatti con garbo unico durante ogni seduta di quei Consigli Comunali! La mitica sala dell’antico lavatoio comunale, doverosamente, sarebbe stata dedicato di recente proprio a lui, senza se e senza ma!). Per la città di Lentini possiamo tranquillamente concludere che il 1981 è stato un anno gravido di “lumi” esaltanti. E tutto ciò brilla sempre scevro di ideologie, perché la “cultura”, così concepita, non potrà essere mai al di sotto della “politica politicante”! La città di Lentini “deve” recuperare integralmente il suo territorio, le sue radici e per far questo occorre affrontare, innanzi tutto, socialmente e civilmente, culturalmente ed economicamente la questione territoriale tra Lentini e Carlentini. Bisogna mettere una pietra tombale sulle detestabili e ingiuste spoliazioni. Può essere l’inizio serio di certezze senza paure. In ordine al terremoto del 1693 il Pisano Baudo nella sua opera minore “La città Carleontina” diffonde maldestramente lo stanzone triste di un nudo e crudo campanilismo con questi segmenti piuttosto sterili, incomprensibili e vigliacchi : “Ma il terremoto del nove e dell’undici gennaio 1693 parve volesse rialzare Carlentini, la quale dall’alto vedendo Lentini completamente fra le macerie, credette giunto il momento di esclamare Mors Tua Vita Mea. Tale umiliante videata viene ripresa poco saggiamente dall’altro storico locale, Giovanni Bonfiglio, nel libro “Tradizioni e vicende di Lentini”, (volumetto ormai introvabile perché da tempo fuori commercio). Come mai tutta questa oscurità intellettuale attorno alla sacrosanta “questione territoriale” tra Lentini già polis polibiana e la novella Carlentini asburgica nata col titolo di città ma come privilegio? Sic est. Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 
 
 
Post del 15/11/2021 

LE TERRE MORGANTINE E LA LENTINITA’ ETERNA

In questo articolo-saggio è sempre presente e debitamente la tutela a iosa della Lentinità eterna.

Possiamo sin dall’inizio gridare a voce spiegata a tutto il mondo la seguente e gloriosa parole: viva la Lentinità eterna! Per molto tempo, nonostante l’autorità somma di Tito Livio che parla senza alcuna dubbiezza di Terre Morgantine e colloca tale problematica lungo il litorale recondito di Agnone Bagni (nelle vicinanze della millenaria Città di Lentini) anche l’ipotesi che vi potessero essere più città generate sotto la signoria dei Morgeti, (Pisano Baudo, “Storia di Lentini”, sintesi di facciata: popoli di origine asiatica che venuti in Sicilia occuparono un territorio antico che era stata fabbricato, secondo la leggenda, da Ercole fra il Simeto e il Teria), non trovava, di certo, alla fine, il riscontro debito se non alla stregua, al massimo, di un astuto beneficio d’inventario. Sennonché, presso Aidone, Provincia di Enna, e precisamente negli anni Cinquanta, veniva scoperta l’odierna Morgantina che, comunque, non poteva essere mai la “marittima” di liviano costrutto. Ma procediamo con ordine. In una bella pubblicazione Sellerio del 1991, dal titolo “Memorie sui vini siciliani”, l’autore Domenico Sensini dedica alla presenza vinicola nell’Agrum Leontinum questo memorabile quadretto simbolico: “Nobilissima e pregiatissima era l’uva morgantina, detta così dalla Città di Murganzio, poco discosta da quella di Lentini, Leontium degli antichi, la quale fu anche denominata Uva Pompeiana, come scrive Plinio nel libro quattordicesimo, capitolo 2”. Cosa aveva scritto Plinio nel volume suddetto a proposito dell’uva morgantina trapiantata in Campania con il dolce sigillo di Pompeiana? Ecco la “scrittura pliniana”, nomata “Le viti e il vino”, nel passaggio in cui tratta le contrade del Sorrentino fino al Vesuvio: “ Là, infatti, domina la murgantina, proveniente dalla Sicilia, chiamata da alcuni Pompeiana …”. In quanto, alla Morgantona, inoltre, la nota di Andrea Aragosti (Plinio “Storia naturale”) va incontro, gioco forza, a opinabili credenza: “La Morgantina è così detta da Murgantia, città della Sicilia orientale, di incerta localizzazione; tale uva, trapiantata poi nell’Agro di Pompei, assume il nome di pompeiana”. Andiamo avanti, pertanto, e senza un attimo di respiro, attraverso la narrazione liviana: “E li presso il feudo Murgo - scrive Biagio Pace - la Murganzio marittima ricavata da Livio (Arte e civiltà della Sicilia antica). Difatti Tito Livio sulle terre morgantine e sul “Porto Leontino” con le cento navi romane ospitate nella Murganzio sul mare non favoleggiava affatto (Livio XXXIV, 27, 5 “Ad Murgantium tum classem navium centum Romanus habebat …”). Dalle terre morgantine (ossia le presunte varie città lasciate in Sicilia dai Morgeti!) alle rarissime monete Morgantine dove, significativamente, nel rovescio di alcune medaglie c’è il leone leontino, la finestra è tanto breve quanto eloquente. Negli studi del Pisano Baudo (Storia di Lentini), del resto, c’è riportato che le monete di che trattasi “sono d’una esimia bellezza e del più grande modulo”. Hanno, perciò, nel diritto il capo galeato di Pallade con ornamenti elaboratissimi, mentre dietro di esse sta una civetta e dinanzi la epigrafe; nel rovescio il leone crinato che combatte il serpe. Insomma, attualmente, non solo il nome Murgo (ex feudo) ma anche una via Murganzio fanno parte integrante della storia vera della Lentini di ieri, di oggi, e volendo, anche di domani. Ad Agnone Bagni, nel subito dopo guerra, chi può ignorare l’esistenza storica del Lido Murganzio? Anche la stampa lentinese, di recente, (curatori editoriali encomiabili i fratelli Martines, Pippo e Salvatore), ha avuto il suo periodico locale colla testata magica di Murganzio. Non si scopre l’America quando si afferma che senza la coltivazione del passato ogni processo identitario (storico-archeologico-culturale) vicino alla tutela della radici, piaccia o non piaccia, va a farsi benedire. Cosa vuol dire, in effetti, la vivezza esplorativa dell’Agropoli di Leontìni (Metapiccola ad esempio!) all’interno del vissuto civile e sociale della pur giovane Carlentini con il suo territorio ammantato, vita natural durante, di Lentinità etico-paradigmatica? Una confessione, a nostro avviso, sgradevole, anacronistica e piuttosto antistorica, giunti al punto in cui siamo, va fortissimamente espletata! Che dire della Carlentini registrata allora con il pesante “privilegio” di città? Con un passato tronfio (Gli Asburgo,1515-1700) sorto necessariamente privo di territorio e con un futuro debole firmato “1857”, frutto di un indiscriminata spoliazione territoriale, non si compie, purtroppo, quel drammatico “evento-errore” di una politica antirisorgimentale, anacronistica e antistorica ? E’arrivato, possibilmente, il momento giusto perché le due comunità, Lentini e Carlentini, parlino lo stesso linguaggio sulla riunificazione territoriale, ponendo laboriosamente in essere la bontà di una sublime cultura patriotticamente e civilmente coese, con una popolazione di oltre 50 mila abitanti, mirante al riscatto della propria unica identità intellettuale, storica, politica e, infine, pure economica. Ma Carlentini che sin dalla nascita ha legato, legittimamente, il suo nome alla “fusione-rifondazione” tra Carlo V Imperatore e Lentini Città Stato antica, nobile e illustre, che, frattanto, come stemma ha sempre mantenuto il “leone leontino”, può pensare mai di essere chiamata soltanto “Di Carlo”? Cioè: Carlentini senza il nome di Lentini appresso porta non rischia veramente troppo come solo “Di Carlo” e basta? Sic est, piaccia o non piaccia. Gianni Cannone, ex Sindaco della Città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo

 
 
 
Post del 10/11/2021 

DIODORO SICULO DENTRO LA LENTINITA’ ETERNA

Scrutare dentro l’antichità della Leontìnoi del grande pensatore Gorgia, artefice massimo della prima sofistica, è sempre una prateria simpaticamente appetibile anche se complicata alquanto. Il coraggioso e diligente professore, Francesco Valenti, un bravo e apprezzato e appassionato giovane storico lentinese, con una intelligente e sovrana e acuta pubblicazione sopra la città di Lentini un testo dal titolo fortemente emblematico, ossia ”La città del leone” (Cuccm, Catania 1992), in cui propone magistralmente, a mio avviso, la sua duttile lentinità eterna. Stando così le cose legate all’antichissima Leontìnoi di gorgiana memoria, ed anche oltre, e, inoltre, deambulando, sinteticamente e compiutamente, lungo il vasto pianeta culturale leontino, avendo quale testimonianza, apposita e palpabile, le antiche monete greche di quei tempi, una domanda qui ora sorge spontanea, ivi compresa la sempre poco digeribile e continua e assurda spoliazione territoriale di casa nostra. Crollano, di conseguenza, in un solo colpo, clamorosamente e incredibilmente, e il tanto decantato leone d’oro di Venezia quanto il platealmente menzognero segnale imitativo enumerato, appunto, con leggerezza minima, leone d’argento relativamente alla nuova Carlentini, allora venuta alla luce sì col titolo di città ma sol come privilegio orbato, peraltro di territorio! L’unica dorata espressione etico-storica nonché la primogenitura non consona dei due enigmatici eventi risalirebbe inequivocabilmente dentro la lapalissiana verità leontina, piaccia o non piaccia. Alla ribalta innanzi tutto il procedere senza remore. Una cosa non di comodo va espressa subito e serenamente: ogni qual volta che si parla di cultura agricola la città di Lentini non è mai seduta in seconda fila. In epoche assai lontane, infatti, Aristotele non aveva avuto su ciò peli sulla lingua (cap. 18, 3 libro, ‘Natura degli animali’) allorquando raffigurava, in veloce sintesi, che i pascoli del Campi Lestrigoni (o Leontini), erano talmente feraci che gli stessi armenti correvano il rischio serio di morire per pinguedine. Allora apriamo, subitaneamente, una beffarda pagina legata proprio alla vera verità sopra una “vergognosa spoliazione” nel territorio lentinese, Anno 1817: arrivano e la riforma amministrativa e il decreto reale borbonico datato 14 ottobre dentro cui si sancisce la fine della tre valli di arabica memoria (val di Noto, val di Mazara e val Demone) per dare l’incipit ad una nuova divisione composta di sette valli (o province) in tal modo predisposte: Palermo, Messina, Catania, Siracusa, Girgenti (Agrigento). Caltanissetta e Trapani. Non poteva non esserci e l’esempio di mala signoria e l’atto indecente di una puzzolente “furbata” a tutto danno della popolazione leontina, che. in tutta sincerità, poco percepisce tra imbarazzi e perplessità, Del resto, l’attuale Piana di Catania (450 Kq circa di territorio lentinese!), conseguentemente, divenuta isola etnea, gestisce, adesso, connotati diversi da quelli originai, luccicando immeritatamente, nella forma e nella sostanza (storica e culture), all’interno dei leggendari Campi Lestrigoni o Leontini. Ma andiamo avanti. Diodoro Siculo è consapevole che proprio la terra di Sicilia, luogo sacro a Demetra e Core, generasse, in anteprima mondiale, il frutto di grano, e dopo tramite la bontà delle sue “ricette” si serve dei seguenti canti omerici (Odissea, IX, 109-111 - versione di Calzecchi Onesti): “ … ma lì inseminato e inarato tutto nasce; grano, orzo, viti che portano il vino nei grappoli e a loro gonfia la pioggia di Zeus”,. Il notissimo storico di Agira, detto l’Agirate, cioè Diodoro Siculo (n. intorno al 90/ m. nel 20 avanti Cristo), eleva, innanzi tutto, la Pianura di Lentini, chiaramente, a simbolo altissimo della fertilità siciliana. Queste le testuali parole diodoree: “Ed infatti nella Piana di Lentini e in molti altri luoghi della Sicilia nasce anche ora il cosiddetto grano selvatico”. La stessa notizia, autorevolmente, ripete molto più tardi il Fasello (n a Sciacca nel 1498/ m. a Palermo nel 1570): “E tutti gli antichi scrittori son convenuti d’accordo a dire che il primo grano che nascesse in Sicilia nacque per forza di natura da se medesimo. Perocché non solamente selvatico del Paese Leontino, come afferma Diodoro, ma ai miei tempi anche s’è veduto nascere non solo qui, ma anche in altri luoghi della Sicilia”. Nell’agro leontino, dunque, in un scenario così ben fotografato crescevano non solo l’orzo e il grano ma anche le famose viti. Argomentando, altresì, sulle viti, come si fa a non menzionare, a ragione, l’uva morgantina, ridente nel terre di che trattasi, in ricordo di un nutrito nucleo di Morgeti migranti, venuti a stabilirsi pacificamente nel “Lentinese”, in quella fascia marittima denominata Murganzio, riconosciuta “urbi et orbi”, da sempre, come il solo porto della Lentìni mitica? Insomma, la Città di Lentini, (di già indiscussa prima donna nel mercato arancicolo; patria e del celebre pensatore Gorgia, pontefice massimo nella grecità della Prima Sofistica e, successivamente, del Notaro Jacopo da Lentini, operoso costui sotto Federico II di Svevia, inventore del sonetto, Capo della Scuola Poetica Siciliana nonché Padre della Lingua Italiana delle origini), purtroppo, viene calcolata, come non mai, in crisi nebulosa cronica sia socialmente che eticamente, in virtù di una classe dirigente instancabile nel dissipare, tanto nella vita pubblica quanto in quella privata, attivismi spirituali e politici e, infine, anche e soprattutto, indistruttibili gioielli “storico-culturali” ereditati dagli invitti progenitori. La riunificazione territoriale, ormai, tra Lentini e Carlentini non è in fin dei conti un capriccio demenziale o un tabù. Con i penosi municipalismi, peraltro, vecchi e nuovi, non si tocca, di certo, nemmeno la saggezza sconfinata. Diceva in vernacolo Ciccio Carrà Tringali, il mai scordato poeta dialettale siciliano di Lentini, soprannominato dal numerosissimo popolo estimatore “lu spaccapetri di Lentini”, cose dolci e amare, così come segue: “Talia fra lu passatu e lu presenti/ granni è la differenza e fa pensari/ a lu passatu , è granni la tò storia/ ma oggi non hai chiù nienti di gloria”. E dulcis in fundo: viva la riunificazione territoriale amplissima chiara e condivisa tra Lentini e Carlentini! Gianni Cannone ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo!

 
 
Post del 05/11/2021 

IL BIVIERE DI LENTINI, (O LAGO ERCULEO)

NELLA TESI DI LAUREA DI ETTORE FERRARI

Il principe indiscusso della storiografia mondiale, Tucidide, è lo storico greco assolutamente autorevole che attesta l’esistenza di questa sua lezione di storia mai messa in discussione (La guerra del Peloponneso): “si dice che i più antiche siano stati i Ciclopi e i Lestrigoni, che abitarono una parte dell’Isola …”. Il professore Salvatore Ciancio, illustre archeologo del territorio della Lentini antica, a proposito dei Lestrigoni e dei Ciclopi, ha le sue verità ben ragionate (Sicilia nostra, Bietti 1971): “I Lestrigoni, uomini favolosi dalla statura gigantesca, citati quasi sempre assieme ai Ciclopi, da molto autori antichi vengono localizzati nel territorio Leontino (quando non sono identificati con gli abitanti di Leontìnoi)”. Dunque si comincia, e naturalmente per sommi capi. Parlare subitaneamente del mitico passato della città di Lentini e al tempo stesso della Lentinità eterna lo si fa avendo sempre un grosso nodo in gola. Le vie che si hanno dinanzi sono non sempre facile da percorrere anche se molto spesso assai interessate e interessanti. L’immagine parlante piena di radici purissime legate alla Sicilianità e alla Lentinità appare, sin dalla nascita, strettamente collegata alla parola “siepe” come simbologia meravigliosa di un trittico certamente di chiara fama a livello spiccatamente culturale in tutto il modo finora conosciuto: a) il Biviere leontino, o leggendario “Lago Erculeo”; b) il notaro Jacopo da Lentini, capo della Scuola Poetica Siciliana al tempo di Federico II di Svevia, inventore del sonetto, padre della lingua italiana delle origini; c) il celebre poeta Salvatore Quasimodo, premio nobel (1959) per la letteratura italiana. Allora partiamo, subitaneamente, dal siciliano di Modica Salvatore Quasimodo. La fermata di Salvatore Quasimodo nella casa poetica del notaro lentinese è quasi doverosa e pure faticosamente indispensabile: “Le spine del fichidindia/ sulla siepe, il tuo corpetto strappato/ forse a Lentini, vicino la palude/ di Jacopo notaio d’anguille/ e d’amore. In questa poesia dal titolo amabile “Un’anfora di rame” balza vincente il rapporto storico-culturale stretto tra il notaio d’anguille e il modicano Quasimodo il quale essendo, come lui stesso comunica, ad un bivio poetico-esistenziale, chiede esplicitamente al capo della Scuola Poetica Siciliano (allora nel Duecento letterario assiso regalmente sotto il regno siciliano di Federico II di Svevia) sostegno, protezione, spinta, luce e riparo nel percorso intimo in cui dentro il proprio spirito “siculo-greco” sta soffiando l’uragano del suo essere lirico in crisi profondo. La palude che annota il Nobel Salvatore Quasimodo nella lirica “Un’anfora di rame” è chiaramente il Lago di Lentini o Biviere o Lago Erculeo, che dava sì tanto lavoro e tanta ricchezza ma anche malaria in abbondanza e un’infinità di povera mortalità, tanto da fare esclamare al Verga drammaticamente “Il lago ti da e il lago ti piglia”. Ergo: e la problematica della arance sempre in crisi (esse elevata espressione della produzione “economico-sociale”, nonché “etico-paradigmatiche”) del “Lentinese” (Lentini-Carlentini-Francofonte) dove va sbattere senza una fattiva politica di corale sostentamento intellettuale da parte di chi di competenza? Intorno alla scottante ma sempre attuale tematica di cui sopra registrata va segnalata una brillante tesi di laurea avente come titolo “Il Biviere di Lentini, dal prosciugamento al nuovo Lago, ipotesi di sviluppo e di fruibilità turistica” del dottor Enzo Ferrari, allora studente universitario e coraggioso e fiducioso e pieno di speranze legate a un avvenire radioso, significativi e bello. L’anno accademico reca la seguente data: 1997/1998 mentre per ciò che concerne il nome del relatore troviamo quello della Chiarissima professoressa C. Cirelli. Università degli Studi di Catania, Facoltà di Economia, Corso di Laurea in Economia e Commercio completano il tutto gioiosamente. Oltremodo corretto è riportare ai fasti del glorioso passato questo pezzo di mare morto, adagiato in sonnolenza all’interno del “lentinese”, denominato Biviere. Oggi il Lago di Lentini sbadiglia, è stranamente disoccupato. Assioma conclusivo: solo a livello regionale e magari nazionale ovvero europeo un bene acquifero così importante (e non solo per la credibilità locale) potrebbe giovarsi di una crescita legittima su tutti i fronti: e in Sicilia, e in Italia e in Europa e nel Mondo. E per finire va menziona la dedica del Ferrari, certificata in data 21 dicembre 1998, che così culturalmente e storicamente si muove: “Al dott. Gianni Cannone, mio Maestro di storia e di “Lentinità” , con infinita amicizie e stima. Firmato Ettore Ferrari”. Sic est. Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo

 
 
Post del 01/11/2021 

A CHI LA PRIMOGENITURA DELLA LINGUA ITALIANA?

A DANTE ALIGHIERI O AL NOTARO JACOPO DA LENTINI?

IL NOTARO JACOPO VIENE PRIMA DEL SOMMO DANTE

LENTINI CITTA’ DI GORGIA, DELLE ARANCE E DEL NOTARO

CAPITALE UNIVERSALE DEL SONETTO LENTINIANO!

Ecco cosa diceva il famoso studioso Mario Untersteiner, geniale scrutatore mondiale e di chiara fama intorno alla grecità, massimo esperto su Lentini e la lentinità, sui Sofisti e più ancora sopra i nostri primi abitatori certamente di sublime e nobile ricordanza: “Gorgia, figlio di Carmantida, era nato a Lentini, in quella terra di Sicilia, ove l’ingegna vivo dei suoi abitanti aveva offerto mirabili prove di sé, dando inizio a nuove correnti spirituali, destinate a un grande avvenite nel mondo ellenico … ‘I sofisti- Bruno Mondadori editore- Milano 1996’ “. Torniamo, adesso, per un attimo indietro, soprattutto per andare avanti e storicamente e eticamente. Con la fine del potere svevo, entrano nel governo dell’Isola con l’aiuto del Papato gli Angioini di Francia che, successivamente, vengono cacciati dalla Sicilia nell’ora del vespro, mentre la poesia dei Siciliani finisce ma non muore. Ora la domanda è una e una sola: come sono pervenute fino a noi le poesie dei Siciliani? Le poesie dei Siciliani sono arrivate sino a noi per mezzo di speciali codici di sicura provenienza toscana di fine secolo tredicesimo, dopo Cristo naturalmente. I più conosciuti e, nello stesso tempo, i più quotati sono esattamente tre: il Codice Vaticano Latino 3793, il Codice Palatino 418, il Codice Laurenziano Rediano 9. Il Vaticano Latino, che comprende poesie che vanno dai Siciliani ai Siculo-Toscani, si compone di 24 fascicoli ed è diviso in 2 sezioni: nella prima parte le canzoni, nella seconda i sonetti. Qui Jacopo da Lentini viene collocato al primo posto come nella Divina Commedia. L’altro Codice, vale a dire il Palatino, che è l’unico che contiene illustrazioni con miniature di Scuola Fiorentina e che brilla in fatto di eleganza rispetto agli altri, ha nel suo seno canzoni, ballate e sonetti, dai Siciliani agli Stilnovisti. Il suddetto Codice custodisce una cosa tanto rara quanto preziosa, dalla finezza artistica unica, ossia la miniatura del Notaro Jacopo. Per quanto riguarda il Laurenziano Rediano 9, c’è da rilevare che esso è dedicato in maggior misura alla poesia di Guittone d’Arezzo. Resta chiarissimo che il ritorno ai versi purgatoriali dell’Alighieri rivolti al Notato non è un’affermazione casuale ma appartiene, come assioma sine qua non, all’incipit della lingua italiana delle origini. Jacopo da Lentini, infatti, è quel poeta che lasciato il latino nelle mani ormai malferme del potere e della cultura di marca clericale dell’età medievale, canta per primo, in volgare, a una società italica e laica in via di evoluzione, la natura dell’Amore:

“ Amor è un desio che ven da core

per abundanza di gran piacimento

e li occhi in prima generan l’Amore

e lo core li da nutrigamento “.

Questa è la prima quartina del sonetto “lentiniano” più famoso al Mondo, che s’intitola Amor è un desio che ven da core, e che nell’ultimo verso della seconda terzina semina soprattutto parole di pace: e questo Amor e regna fra la gente. Il poeta lentinese, ministro della cultura federiciana, fu dell’Amore il massimo teologo. Nella Corte di Federico II il Lentinese era, come funzionario il “notaio imperiale”, e come poeta il “Capo sella Scuola Poetica Siciliana”. Del rimatore di Lentini si annoverano ben 40 componimenti conosciuti e certi. Al Notaro va ascritto il merito dell’invenzione prestigiosa del sonetto che il Carducci nella sua creaturina Al sonetto osò definire acutamente: Questo breve e amplissimo … Onorare il sonetto con un altro sonetto diventa, alla lunga, un’esercitazione all’italiana storicamente qualificante. E Guido Gozzano, infatti, con il suo Elogio al sonetto, tesse, anche lui, fra gli altri, tramite un altro sonetto, una tela lentiniana singolare soprattutto quando arriva a dire negli ultimi tre versi della seconda terzina: O forma esatta più che ogn’altro mai/prodigio di parole di parole indistruttibili/come i vecchi gioielli ereditari!.Sonetto sarebbe praticamente sinonimo di suono dalle dimensioni piccole. Ma a Jacopo da Lentini di deve, più che il nome, la caratteristica strutturale del sonetto: due quartine e due terzine, meravigliosamente domiciliate dentro le mura di quattordici versi, in endecasillabo, cantano e continuano a cantare, nel bene e nel male, “e questo Amore regna fra la gente”. Il sonetto, grazie al Notaro Jacopo, nasce a Lentini, nella terra dove fioriscono gli agrumi, mentre l’elenco dei poeti che ha usato il “carme”del Lentinese sia in Sicilia, sia in Italia, sia in Europa che nel Mondo è interminabile. E Lentini, città delle arance per eccellenza, patria indimenticabile del celebre sofista Gorgia, padre sommo della prima sofistica, risulta essere, alla fine, per mezzo di Jacopo, e capitale d’Italia della lingua italiana delle origine e pianeta universale di Sua Maestà il Sonetto. E Lentini sta a guardare … Evviva la rivoluzione e democratica e culturale anche nella città di Lentini, sempre e comunque! Sic est! Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo

 
 
Post del 28/10/2021 

ATENE: QUINTO SECOLO AVANTI CRISTO. E’ PITAGORA LEONTINO L’AUTORE DEI BRONZI DI RIACE?

Ecco a noi arrivare un primo “incipit” in ordine e alla Lentinità eterne e all’autore da scoprire dei cosiddetti bronzi di Riace. La Sicilia, in realtà, tutta intera, prima della colonizzazione greca, è nelle mani piene delle leggende. Pure Lentini, per ciò che concerne le vetuste origini, non si sottrae affatto ad alcune forme di notiziario fantastico. I canti omerici, del resto, rappresentano, vistosamente, il filo conduttore ideale, quasi sacrale, in merito ai riferimenti legati al mito dei Lestrigoni e dei Ciclopi, giganti selvaggi quest’ultimi, inospitali e divoratori di uomini, abitatori da sempre dentro quella Trinacria protagonista e testimone in assoluto di vicende strabilianti e memorabili, secondo le più antiche tradizioni mitologiche che si sposavano, compiutamente, con la nascita dei quei nostri venerandi padri fondatori, stanziatisi rispettivamente e nella pianura di Lentini e nel monte Etna. Esibito questo avvincente preambolo non abbiamo esitazione alcuna nel dire che la trama delle origine dei cosiddetti bronzi di Riace ci parta direttamente nella città di Gorgia, cioè Lentini. Come è possibile tutto ciò? Ci spieghiamo meglio. Anno 1889: lo storico siculo-leontino Sebastiano Pisano Baudo pubblica la sua opera dal titolo “Storia di Lentini, antica e moderna” dove, fra tutti gli uomini illustri lentinesi, annovera anche un notissimo Pitagora (Pittagora con due “t” nella fine retorica presumibilmente gorgiana”, che viveva e operava allora, positivamente, nella brillante Grecia di rinomata fede tanto filosofica quanto sofistica. Del Pitagora Leontino sentiamo adesso il lentinese Pisano Baudo, massimo storico siciliano di cose leontine: “Che il famoso statuario della cui rinomanza menano vanto gli antichi sia stato il Pitagora Leontino e non Pitagora di Reggio della Magna Grecia è un questione ormai risolta, un fatto storico pienamente accettato …”. Così tuona patriotticamente il Pisano Baudo che nasce nella città di Lentini il 25 aprile del 1845 e muore nella sua città natale il 5 maggio del 1926. Ma torniamo per un attimo indietro nel tempo allorquando leggiamo che un subacqueo romano, bravo e fortunato, Stefano Mariottini, si trova a portare alla luce, nell’agosto del 1975, all’altezza di Capo Riace, i corpi superbi di due magnifici colossi bronzei. Una domanda corre veloce: chi essi, in sostanza, sono? Per Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, XXX IV, 59), oltre al Leontino nell’elenco viene riportato un altro con sede a Reggio Calabria e un altro ancora con lo studio a Samo. Sulla sensazionale “virtuosità”, l’illustre studioso-archeologo e della Lentinità e della Siracusanità e della Sicilianità, prof. Salvatore Ciancio, nel suo trattatello, “CHI DOVE COME”, modella la sua verità in questi termini: “Ma, cosa mette i Bronzi di Riace in relazione con Pitagora? Proprio il giudizio con cui Plinio, sottolineando i meriti del Leontino, sembra illuminare sui pregi indiscutibili dei Bronzi di Riace: ‘Hic primus nervis et venas espressit, capillumque diligentium’. Ed in realtà, osservando le opere a noi pervenute, non sappiamo chi, e in quale opera esprima meglio tendine e vene, nonché i capillari in maniera molto accurata”. Il Ciancio, però, non abbandonando mai al caso il suo consapevole ragionare afferma che, se le due statue di Riace fossero sorte, sul serio, nell’ambito della scuola reggina, ogni discussione sul naufragio di una nave perduta misteriosamente in mare diventerebbe, allora, una valorosa carta rappresentativa non degna di sopravvivenza. Qui la narrazione-verità “cianciana” non indietreggia, acutamente, nemmeno di un millimetro: “La nave che trasportava i Bronzi non raggiunse mai il porto di Atene. Era una nave greca, ovviamente. Se navigò dal porto di Leontìnoi (Murganzio NdR), raggiunse la zona dell’odierna Riace Marina dopo una notte e un giorno di viaggio. Tanto impiegava nave onoraria per coprire tale tragitto. Affondò per improvvisa tempesta? Fu avvistata al largo dello Stretto e affondata da navi di Siracusa e di Messina?”. Fin qui le intuizioni storico-culturali del professore Ciancio. Nonostante tutto, le dubbiezze persistenti intorno alla paternità sicura dei due Bronzi, rimangono tondi tondi. Il Pisano Baudo, che con ogni probabilità ispirò Salvatore Ciancio, così completa il quadretto delle sue ipotesi di lavoro culturale sul Pitagora Leontino: “Fu egli perciò il rappresentante principale di quella scuola di sviluppo nella statuaria, che precedette le scuole di arte perfetta stabilite in Atene ed in Argo da Fidia e Policleto”. La Lentinità eterna, in ultima analisi, è sempre e comunque accanto spiritualmente ai Bronzi di Riace. Nel quinto secolo avanti Cristo, la Leontìnoi “polis”, quale città stato, era una nobile e potente città e della grecità e della Magna Grecia. La grande Leontìnoi aveva e una aurea scuola bronzea, e una scuola di filosofia-sofistica e un’altra ancora di medicina, guidata rispettivamente e da Gorgia e dal fratello Erodico, che persino Platone ricorda nel suo, fortemente polemico, “Gorgia”. Annotazione terminale stravagante: e se il nostro Pitagora avesse avuto, in quel tempo lontano, tre luoghi di lavoro contemporaneamente? Uno a Lentini, un altro a Samo e un altro ancora a Reggio Calabria? Pensiamoci con cura! Scuole, in sintesi, governate e culturalmente e artisticamente e storicamente dalla stessa persona? E se, infine, i due bronzi “riacei” del Pitagora Leontino fossero, per davvero, i mitici Lestrigoni Leontini? Viva la Lentinità eterna. Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 
 
Post del 22/10/2021 

CHI HA CANCELLATO DALLA STORIA E I CAMPI LESTRIGONI (O LEONTINI) E IL VALLO DI NOTO ?

Per via di una classe non sempre elegantemente dirigente, scomposta e ignorante, si sono avuti in Sicilia, durante il periodo crepuscolare del regime assolutistico borbonico, scompensi territoriali, economici, etici, giuridici e umani terrorizzanti assai che appare quasi impossibile implorare laicamente vergogne irritanti nemmeno tra i giusti conclamati! Vediamo un esempio elementare e, al tempo stesso, prudentemente didattico: le cosiddette spoliazioni “anti Leonzio”, che hanno autori e certi e responsabili, perché non pagano mai la rivoltante quanto spregiudicata condotta? Del resto nessun regime tirannico o meno che sia vuole ammettere magagne spudoratamente illegittime o perigliose. I campanilismi e gli egoismi umani, tuttavia, restano colpevolmente sovrani a discapito della cultura e della verità storica. Riportiamo ora a galla due casi emblematici di guasti clamorosi del potere dominante: a) la sparizione dei Campi Lestrigoni (o Leontini); b) la poco onorevole eliminazione dalla carta geografica del Vallo di Noto, di arabica primogenitura. Attraverso la disamina storico-geografica dell’insigne storico Polibio (204/122 a.C.) salgono alla ribalta i Campi Lestrigoni (o Leontini): abbiamo qui in evidenza la fase regina di un “furto borbonico” rimasto, fra l’altro, impunito tra la generale disattenzione della cattiva politica. Nello scritto di Polibio sono apertamente espressi, proprio all’interno del tenere leontino, “i sopra detti Campi Lestrigoni” (cioè la fertile Piana di Lentini) che, attualmente e assurdamente, essi vengono chiamati, senza pudore alcuno, “Piana di Catania”. Precisiamo subito come stanno effettivamente le cose: terminato nell’anno 1815 l’antinapoleonico congresso di Vienna, con la Sicilia seduta al tavolo delle superpotenze europee, è Ferdinando, adesso Primo di Borbone (in precedenza: Ferdinando III di Sicilia e Ferdinando IV di Napoli), che viene consacrato “Re del Regno della due Sicilia”. Ritorna trionfante, in tal modo, il deleterio assolutismo regio. Difatti, declassata, impietosamente, la Costituzione Siciliana del 1812 (evento senza il massimo di voti, a mio avviso: e per l’abolizione pasticciona e del feudalesimo e dei privilegi baronali) prendono vigore in Sicilia le riforme amministrative decisamente poco democratiche (le valli da tre - val di Noto, di Mazara, val Demone - diventano sette: “ Palermo, Catania, Messina, Trapani, Siracusa, Girgenti e Caltanissetta”). Ciò comporta il verificarsi di uno sconquasso non gioioso in tutta l’isola poiché viene eliminato, innanzitutto e arbitrariamente, il Vallo di Noto. Da questo istante in poi sparisce, insensatamente, per la storia e per la cronaca, la poderosa Contesa di Modica. Per le due antichissime città e di Lentini e di Noto, dai valori archeologici e identitari illustri, il nocumento socio-economico-militare è letteralmente devastante. La mala signoria borbonica ruggisce sposando appieno la tirannia più sentimentalmente becera. Ecco, intanto, le frammentazioni sopra il mitico territorio di Lentini: la firma oltremodo autorevole solennizzano, non umoristicamente, il malfatto borbonico. Una prima ansietà: “Adolfo Holm, storico esimio di cose siciliane (Storia della Sicilia nell’antichità) non improvvisa affatto: “Oggi si chiama la Piana di Catania, nell’antichità i Campi Leontini”. La seconda cartolina parlante: il celebre professore archeologo Giovanni Rizza (Università di Catania) in Katane, ‘Città greche in Sicilia’ dice chiaramente:“l’attuale famosa Piana di Catania, racchiusa tra l’Etna e i monti del siracusano, con l’estensione di ben 450 Kmq. appartenevano nella sua quasi totalità a Leontìnoi (Storia di Napoli e della Sicilia)”. Una mappatura, per sommi capi, per la città di Noto, adesso s’impone categoricamente. Fa testo, insomma, come illuminante fermento iniziale e acutamente professionale, l’analisi critica di Paolo Arena: “Da questo momento una nuova éra sorge per il diritto pubblico siculo, éra d’arbitrio e d’abuso di potere da parte della Corona, che permise la creazione di una legge speciale per la Sicilia, con la quale si lasciava una certa autonomia amministrativa, ma di fatto la si serrava più che mai nelle tenaglie del più rigoroso controllo ( Paolo Arena: “La Sicilia nella sua storia e nei suoi problemi”, F. Agate editore, Palermo, 1949”) . Una volta eliminato il Vallo di Noto, la cosa tremenda da condannare senza perdere neppure un minuto di tempo è la fine davvero ingloriosa della notissima Contea di Modica. Ma non basta. Le scandalose ignominie borboniche proseguono spudoratamente a ritmo incalzante: per un tragico accento interpretativo legato a un presunto “colera siracusano” la città di Archimede (1837) perde con uno scippo arrogante e incivile il capoluogo che va in direzione di una fedelissima Noto. Col favore di un clima rigidamente tirannico la presa strategica nella città di Noto del Vescovado contiene fruttuosamente la condivisione anche se problematica di una fertile pacificazione comune. Una tale politica, frattanto, non perde mai di vista il suo significato egemonico: la fiammante Porta Nazionale, ex Porta Fernandea, diviene essa, di conseguenza, una tela di riferimento ideale che non consente equivoci di sorta. Per dovere di cronaca va menzionato per la posterità curiosa e interessata storicamente che il 6 ottobre 1836 avviene la visita ufficiale dei reali del Regno delle due Sicilie di quell’epoca senza lumi e con il risorgimento italico alle porte. Solo la città di Noto si mantiene fino in fondo borbonica e per ovvie motivazioni, naturalmente non eccelse (promozione “temporanea” a capoluogo al posto della riottosa Siracusa!), mentre la “nuovissima” Carlentini, “borbonissima” e furbescamente antirisorgimentale (nata essa, si badi bene, e in emergenza difensiva e col titolo di città come privilegia!), rimane immobile in attesa dell’attimo fatale per abbattere la Lentinità e per togliere “colposamente” alla città di Gorgia buona parte del suo leggendario territorio. Uno scippo lacerante commesso proprio alla luce del sole! Dunque, lungi dal vittimismo generalizzato, cosa deve accadere ancora a Sua Maestà “la pazienza popolare”, per avere, finalmente, legittimazione affidabile e giustizia solidale da parte di chi di competenza? Chi ha cancellato dalla storia e i Campi Lestigoni (o Leontini) e il Vallo di Noto? Quindi, parafrasando amaramente il Manzoni si grida pacatamente a tutto campo: fu vera gloria? Priorità biblica finale: viva il “LAVORO”, mai e poi mai disgiunto dalla “DIGNITAS” dell’Uomo! Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 
Post del 13/10/2021 

LA SCUOLA POETICA SICILIANA DI JACOPO DA LENTINI

E POI VENNE IL TRECENTO LETTERARIO CON DANTE

Viva la scuola poetica siciliana! Viva il notaro Jacopo da Lentini! viva Dante Alighieri!

Sotto l’aquila Sveva di Federico II e la Sicilia e la città di Lentini acquistano peso e prestigio in ogni campo e del sapere e del sociale (Tredicesimo secolo dopo Cristo). Il poeta lentinese, cioè il Notaro Jacopo, ministro della politica culturale federiciana e Capo della Scuola Poetica Siciliana, fu dell’Amore il primo e il massimo teologo (si accreditano a re Federico, fra l’altro, e l’Università di Napoli e la Scuola Medica Salernitana). Qual era e qual è il giudizio critico di Dante Alighieri sui Siciliani di Jacopo da Lentini e ancora qual era e qual è quello nobile di Francesco Petrarca? Incominciamo con Dante Alighieri. Ecco qual era e qual è il giudizio critico sui Siciliani di Jacopo nell’opera latina il “De Vulgari Eloquentia”: “Et quia regale solium erat Sicilia … E poiché il soglio regale era la Sicilia , è avvenuto che tutto ciò che i nostri predecessori hanno composto in volgare si chiami Siciliano e questo noi teniamo fermo; né i nostri posteri potranno cambiarlo”. E Francesco Petrarca, l’altra voce del Trecento letterario italiano? Ed ecco ora il giudizio critico del Petrarca sui Siciliani di Jacopo da Lentini attraverso alcuni versi del Trionfo d’Amore: “ Così, or quinci or quindi rimirando/ vidi gente ir per una verde piaggia/ pur d’amor volgarmente ragionando…”. E l’autore del Canzoniere, dopo avere passato in rassegna i nomi di tanti illustri predecessori, così conclude senza esitazione alcuna: “…e i Ciciliani che fur già primi…”. In ordine alla primogenitura siciliana della lingua italiana. possiamo dire, francamente, oggi come oggi, stando così le cose, che su questo svolgimento non c’è più partita, così come non c’è più partita sulla riconoscibilità di padre della lingua italiana. Vale la pena riportare, sulla base di studi rigorosi e non più riconducibili ad alcun taglio campanilistico, il profilo critico-letterario di Bruno Migliorini il quale nella sua pregiatissima “Storia della Lingua Italiana”, (Sansoni editore, Firenze 1984), si muove, senza offesa per nessuno, in questa ineguagliabile direzione: “E’ vero, e in un certo senso, l’espressione vulgata che chiama Dante <padre della lingua italiana> o l’altra, un po’ meno forte ma meno onorevole per cui il Petrarca lo chiamò (Sen.V,2) dux nostri eloquii vulgaris? Se è vero che da Giacomo da Lentini prende le mosse la lirica federiciana, perché questi titoli non dovrebbero spettare, invece, a lui?”. Perché questi titoli non dovrebbero spettare a lui, lamenta il Migliorini? Vale a dire al Notaro Jacopo? Ossia al Notaro Jacopo (o Giacomo) da Lentini, a cui va riconosciuto, ormai, senza alcuna possibilità di dubbiezza, il ruolo di padre della lingua italiana delle origini. Nella Magna Curia, dunque, il lentinese Jacopo, accreditato oggi, con estrema correttezza, padre della lingua italiana delle origini, viveva la “vita federiciana” dalla caratura internazionale con le mansioni di notaio imperiale. Inoltre, è giusto osservare che la citazione per eleganza di linguaggio fatta da Dante nel “De vulgari Eloquentia” con la canzone Madonna dir vi voglio denota, marcatamente, un attestato di palese meritocrazia che la dice lunga sul ruolo di assoluta grandezza del Siciliano Jacopo di Lentini dentro la Magna Curia. Quante volte Dante parla del Notaro? Scopriamolo insieme. Primo: nella Divina Commedia in cui Jacopo è per tutti il Notaro e basta. Secondo: nel De Vulgari Eloqunzia dove il Notaro, dopo essere stato messo in bella mostra ad esempio di chi tra i Pugliesi si diparte dal linguaggio del volgo, viene citato semplicemente tramite il titolo della sua canzone Madonna dir vi voglio. Terzo: nella Vita Nova allorquando il Notaro Jacopo da Lentini è esclusivamente lo primo che cominciò a dire di sì come poeta volgare. Il nome di Jacopo, praticamente, non c’è mai. Per tre volte c’è l’anonimato e per tre volte la persona di Jacopo viene rappresentata senza il nominativo identitario. Se Jacopo era nativo di Lentini, perché l’Alighieri lo inserisce in letteratura tra i Pugliesi? Una situazione analoga, insomma, non veniva raccontata per lo stesso Federico che, benché nato a Jesi, non si intercettava anche come l’Apulo? La città di Lentini, comunque, resta sempre in attesa dell’emissione, dovutamente, di un francobollo commemorativo in onore del suo illustre figlio, poeta e notaro (Consiglio Comunale di Lentini/ seduta del 7 febbraio 2013/ approvazione del deliberato sul francobollo per Jacopo e con voto unanime e per acclamazione/ Sindaco pro-tempore Alfio Mangiameli/ Presidente di quel massimo consesso cittadino Marcello Cormaci). Ergo: tu caro mondo culturalmente regale della filatelia nazionale coniugato col sapere sovrano, se ci sei batti un colpo! Sic est. Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 
 
Post del 07/10/2021 

LA POLIS POLIBIANA DI LENTINI E LA GRANDE LENTINITA’ ETERNA

Immaginare a occhi chiusi il Parco Archeologico di Lentini finalmente operativo, (lunare decreto “Tusa” permettendo, anche se culturalmente carico esso e di dubbiezze giuridiche e di imprudenze ambientali e territoriali assai verosimili o presunti e a livello istituzionale e costituzionale), è cosa che semina, in ogni caso, sgomento ironico intelligente a non finire nei confronti, soprattutto, della popolazione dell’intero arco planetario vicino, generosamente, alla tutela archeologia intesa, senza se e senza ma, come un bene e supremo e universale. Subito, difatti, una domanda che si presenta sicuramente rivelatrice: perché tutto questo, proprio qui, a Lentini, nella celebre “Polis” della “gorgiana” finestra topografica “polibiana”? Semplice: perché Lentini risulta essere la più antica città della Sicilia. Scriveva il Fazello (Storia della Sicilia): “Questa città, se noi vogliamo trovar da la sua origine, è la più antica di quante ne sono in Sicilia, poiché i primi che l’abitarono, secondo che si trova scritto, furono i Lestrigoni”. Polibio (Storie) riferisce che i Lestrigoni furono coloro “che abitarono la pianura di Lentini”. Omero parla del mito dei Lestrigoni e dei Ciclopi nel decimo canto dell’Odissea. Pure Tucidide (La guerra del Peloponneso) descrive i Lestrigoni leontini quali primi abitatori dell’Isola. Tra i leggendari popoli che abitarono la Sicilia vi sono i Sicani e i Siculi i quali come racconta Diodoro (Biblioteca Storica) “venuti in discordia fra loro” consegnarono il governo del territorio di Lentini a Xuto, uno dei sei figli di Eolo. Nel 728 a C l’ecista ateniese Teocle, al comando al comando di una colonia di greci provenienti dalla Calcide d’Eubea fonda Leontìnoi. Le fotografie di questo storico processo migratorio vengono così incorniciate da Tucidide nella sua immortale storia del Peloponneso: “Teocle e i Calcidesi, cinque anni dopo la fondazione di Siracusa, partiti da Naxos, scacciarono con le armi i Siculi e diedero vita a Lentini e in seguito a Catania”. Tutto iperbolico? Tutto paradossale? Tutto orizzonte e mitico e storico veri? Proviamo a ragionarci sopra e timidamente e sinteticamente. Ecco, intanto, con il cosiddetto decreto”Tusa”davanti i due articoli “uno” e del Parco Archeologico di Siracusa e, appresso, di quello strategico di Lentini: a) è istituito il “Parco Archeologico di Siracusa, Eloro e Villa del Tellaro”, ricadente nel territorio dei Comuni di Siracusa, Noto, Avola, Palazzolo Acreide e Buscemi; b) è istituito il “Parco Archeologico di Leontìnoi”, ricadente nei territori dei Comuni di Augusta (ex Mégara Iblea), Carlentini e Lentini. Mediante l’articolo 5 del decreto assessoriale in predicato si evidenzia la gestione dei Parchi. Quello di Lentini, ad esempio, viene ad essere affidata a un Direttore e a un “Comitato Tecnico-Scientifico” ai sensi degli artt. 22 e 23, in preciso riferimento alla stravecchia quanto superata L. R. del 3 novembre 2000, n. 20. Attraverso l’articolo 22, insomma, si evince, chiaramente, che la nomina dell’alto incarico di direttore conferito, a tempo determinato, spetta all’autorità governativa regionale, mentre per il “Comitato Tecnico-Scientifico”, sempre di esclusiva nomina governativa regionale, il ripetitivo è di casa. Ambedue le “entità” sono composte e dal Soprintendente con funzione di Presidente, e dai Sindaci dei Comuni coinvolti (Augusta, Lentini e Carlentini), nonché da due esperti tratteggiati dal governo siciliano scelti tra i docenti universitari o tra i componenti di fondazioni o associazioni culturali di rilevanza nazionale, e. inoltre, da un “esperto” designato dai Sindaci dei Comuni di che trattasi scelto anche qui tra i docenti universitari o tra i componenti di fondazioni e associazioni culturali di rilevanza nazionale. Ergo: il Comitato Tecnico Scientifico deve essere nominato, “more solito”, noiosamente dall’alto, tassativamente entro 60 giorni dal decreto di istituzione del Parco (vedi Lentini come data: 7/3/ 2019). Siamo, dunque, appieno dentro le calende greche e per il Parco Archeologico di Leontìnoi e anche per quello di Siracusa. Soprintendenza archeologia aretusea perché dormi? Enti Locali dove siete? E’dignitoso emettere suoni oscuri e per giunta soltanto alla rovescia? Sic est. Viva la Lentinità eterna! Viva la riunificazione territoriale democratica popolare e condivisa tra Lentini e Carlentini! Giovani, dov’è l’urlo dalle idee nuove e propositive? Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 
 
Post del 27/09/2021 

JACOPO DA LENTINI E IL MONDO FILATELICO NAZIONALE.

Chi era in effetti il notaro Jacopo da Lentini vissuto sotto il Regno Siculo di Federico II di Svevia?

Con i versi purgatoriali 55-56-57 della Divina Commedia, capitolo ventiquattresimo, si accede culturalmente nella viva rappresentazione storica di una comprensibile genesi della letteratura italiana: “O frate, issa vegg’io, diss’elli, il nodo/ che il Notaro e Guittone e me ritenne/ di qua dal dolce stil novo, ch’i’ odo”. Questi tre versi parlano chiaro e tondo sin dalla prime battute. Il primo della lista, infatti, è Jacopo da Lentini, detto il Notaro per antonomasia, che a mio avviso viene messo davanti agli altri e come capo della Scuola Poetica Siciliana e come costruttore del pensiero linguistico nazionale già trasparente sotto il regno siciliano di Federico II di Svevia. Subito dopo arriva il nome di frate Guittone d’Arezzo, visto come leader di primo piano della scuola Siculo-Toscana o di transizione. Terzo: per la prima volta nella narrazione della lingua italiana appare il trittico “dolce stil novo” che nel bolognese Guido Guinizzelli ha il suo iniziatore e la sua guida. Ma c’è di più in fatto di excursus viaggiante e, perciò, non certamente di facile presa, Il personaggio che interloquisce con Dante sulle “nuove rime”, pertanto, è maestro Bonagiunta Orbicciani da Lucca conosciuto dapprima quale impenitente imitatore della poesia lentiniana e poi come un piccolo opportunista al servizio della “finestra di transizione” dell’Aretino il quale, alla fine, verrà clamorosamente condannato nel dantesco “De Vulgari Eloquentia” proprio dall’Alighieri stesso per il semplice motivo di non aver mirato al volgare illustre. L’edificazione di una comunità nazionale laica fu realmente il tormentato percorso intrapreso con indomabile fede dalla politica cultural-religiosa federiciana illuminata, peraltro, sempre e devotamente dall’Uomo di Lentini, altissimo funzionario e primo poeta dell’italica società in fieri. Jacopo da Lentini anelava il Paradiso ma Dante lo colloca nel Purgatorio, nella cornice dei golosi. Sentiamo adesso cosa ritaglia il Notaro Jacopo da Lentini nella prima quartina del celebre sonetto Io m’aggio posto in core a Dio servire che tanto intrigò persino Benedetto Croce: “Io m’aggio posto in core a Dio servire/ com’io potesse gire in Paradiso/ al santo loco c’aggio dire/ u’ si mantien sollazzo, gioco e riso”. Con la fine del potere svevo entrano nel governo della Sicilia con l’aiuto del Papato gli Angioini di Francia che, successivamente, vengono cacciati dall’Isola nell’ora terribile del Vespro, mentre la poesia dei Siciliani finisce ma non muore. Le poesie dei Siciliani pare che siano arrivate a noi per via di speciali codici di sicura provenienza toscana di fine secondo secolo dopo Cristo, I più conosciuti, e al tempo stesso, i più quotati sono esattamente tre: il codice Vaticano Latino 3793, il codice Palatino 418, il codice Laureziano Rediano 9. Il Vaticano Latino che comprende poesie che vanno dai Siciliani ai cosiddetti Siculo-Toscani ha nel suo seno canzoni e sonetti. Qui Jacopo da Lentini viene incastonato al primo posto come nella Divina Commedia. L’altro codice, vale a dire il Palatino, che è l’unico che contiene illustrazioni con miniature di scuola fiorentina e che brilla in tema di eleganza rispetto agli altri, ha nel suo interno canzoni, ballate e sonetti dai Siciliani agli Stilnovisti. Il suddetto codice custodisce una “res” tanto rara quanto preziosa, dalle finezze artistiche sensazionali: la miniatura del notaro Jacopo da Lentini. Per quanto attiene al Laurenziano-Rediano 9 c’è da rilevare che esso è dedicato in maggior misura a Guittone d’Arezzo. Jacopo da Lentini, insomma, è quel poeta che lasciato il latino nelle mani ormai malferme della cultura di stampo medioevale canta per primo a una società italico-laico-cristiana in via di formazione la natura dell’Amore: “Amor è un desio che ven da core/ per abondanza di gran piacimento/ e li occhi in prima generan l’Amore/ e lo core li dà nutrigamento”. Questa è, comunque, la prima quartina del sonetto leniniano più famoso nel mondo. Il poeta lentinese, importante ministro della politica culturale sveva, fu con un vociare intenso dell’Amore il massimo teologo. Il sonetto sarebbe praticamente sinonimo di suono dalle piccole dimensioni. Lo scrittore Vincenzo Di Giovanni (Filologia e letteratura siciliana, Forni, Bologna, 1968/ Ristampa anastatica) sentenzia acutamente il tutto nei seguenti termini: “Le conquiste della Scuola Poetica Siciliana che recano il sigillo del Notaro Jacopo da Lentini consegnate definitivamente alla storia della letteratura italiana oltre al sonetto sono la dialogata amorosa e le tenzoni”. Ma andiamo avanti e, di certo, sempre per sommi capi. Vale la pena riportare nella quasi conclusione sulla base di studi molto rigorosi il profilo critico di Bruno Migliorini (Sansoni editore, Firenze, 1984) il quale afferma perentoriamente: “E’ vera e in un certo senso l’espressione che chiama Dante padre della lingua italiana e l’altra un po’ meno forte ma meno onorevole per cui il Petrarca lo chiamò (Sen. V2) dux nostri eloqui vulgaris? Se è vero che da Giacomo (o Jacopo nda) da Lentini prende le mosse la lirica federiciana perché questi titoli no dovrebbero spettare a lui?”. Perché questi titoli grida in maniera assai composta il Migliorini? Cioè al Notaro Jacopo da Lentini a cui va riconosciuta senza alcuna possibilità di dubbiezza il titolo di padre della lingua italiana (però, secondo me, delle origini senza riserve). Il sonetto, grazie al Notaro Jacopo, nasce a Lentini, nella terra dove fioriscono gli agrumi, mentre l’elenco dei poeti che hanno usato il corpus del Lentinese sia in Sicilia, sia in Italia, sia in Europa, sia nel Mondo è platealmente interminabile. E Lentini, città delle arance per eccellenza, patria del sommo sofista Gorgia, risulta essere, alla fine, per mezzo di Jacopo, Notaro e Poeta, e capitale d’Italia della lingua italiana delle origini e dimora universale a vita del sonetto lentiniano. Per finire ecco una ultima annotazione: si resta in attesa, come operosa cittadina che ha dato i natali al suo illustre figlio, da parte di chi di competenza, l’emissione di un francobollo commemorativo in onore, appunto, del Notaro Jacopo da Lentini. Conclusione dedicata al mondo filatelico italiano e a tutti i governanti centrali di competenza: un francobollo per il Notaro e per la lentinità eterna culturalmente non fa male a nessuno! Gianni Cannone, ex sindaco dalla città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 
 
Post del 18/09/2021 
 
LA NASCITA FALSAMENTE PATRIOTTICA DI CARLENTINI:
UNO STRANO “ABBAGLIO” STORICO-POLITICO-CULTURALE.
EVVIVA LA RIUNIFICAZIONE TRA CARLENTINI E LENTINI !
 
Alla ricerca spasmodica di una morale: davanti agli occhi del mondo, comunque, c’è sempre vivo, in forma stabile, l’anno 1848, allorquando circa due quinti del territorio di Lentini (la più antica città di Sicilia : Tucidide Ateniese/Tommaso Fazello di Sciacca) furono donati, con “ingiusta e arbitraria” decisione, da quell’assolutismo regio borbonico, (così testimonia il Pisano Baudo, il più illustre scrittore siciliano di “cose leontine” nella sua monumentale “Storia di Lentini”), alla filo borbonica Carlentini. Si deve aspettare, però, la data del 2 gennaio 1847 per il relativo decreto governativo. Il passaggio delle consegne territoriali tra le due formazioni in campo (sindaci contraenti: Angelo Modica per Carlentini e Francesco Carmito Bonfiglio per Lentini) avviene nel mese di aprile dello stesso anno. Adesso un piccolo passo indietro si impone. Il Gonzaga che incontriamo vice re di Sicilia nel 1546 è ancora in servizio nel momento in cui la città di Lentini è distrutta quasi del tutto dal violentissimo terremoto del 1542. Anche i due castelli federiciani di Riccardo da Lentini (Castrum vetus e Castellum novum) sono ora semplicemente un ammasso di polvere. In forza del nuovo corso della politica socio-economico-militare spagnola non c’è più spazio per la ricostruzione dei due castelli. Il Vega, insomma, propone con successo l’edificazione di un “quartiere fortezza” capace di onorare contemporaneamente , col nome di Carlentini, sia la città antica del sommo sofista Gorgia che la gloria di Carlo Quinto Imperatore. Dunque Carlentini alla stregua di “piazzaforte” viene fondata “ex novo” nel 1551 sul colle La Meta dal Viceré Giovanni Vega, con nell’interno la competenza tecnica dell’ingegnere Giovanni de Prado, per la salvaguardia, soprattutto, e di Lentini e della Lentinità eterna. Paradossalmente, ecco spuntare un lucente prologo davvero non reticente: Carlentini da soggetto, scalzo e nudo, a tutela della Lentinità si veste con intenti ironicamente patriottici, impertinenti e certamente non etici, per distruggere, viceversa, e Lentini e la eterna Lentinità. Una ingloriosa verità e deludente e toccante e pungente che fotografare senza pregiudizio alcuno una “Carlentini comunità, ma senza territorio”! Perché? Semplice, semplice! L’anomalia a cui si fa esplicito riferimento non poteva giammai avere accenti di legittimità. Si percepisce, finalmente, e crudelmente e realisticamente, l’ennesimo atto di spoliazione territoriale da parte di quell’assolutismo di turno, “ingiusto e arbitrario, come educava il Pisano Baudo”, ai danni della Lontinoi gorgiana. La Costituzione Siciliana del 1812, del resto, che aboliva il feudalesimo fu propagandata abilmente anche nei consigli civici attraverso i nomi prestigiosi di Caronda, di Empedocle e pure di Gorgia, pensatori universali i tre da sempre in essere (Palmeri: “Saggio storico e politico sulla costituzione del regno”). E’ mestieri aggiungere che avendo incoronato il Congresso di Vienna nel 1815 il Borbone Ferdinando primo quale Re del regno delle due Sicilie era ritornato, di conseguenza, implacabilmente, l’assolutismo regale e con esso spariva purtroppo anche la Costituzione Siciliane del 1812, mentre le Province , fra il serio e il faceto, diventavano sette: vengono così definitivamente buttate al macero, brutalmente, con una insensata riforma amministrativa i vetusti valli di araba origine (val di Noto, val di Mazara, val Demone). Non è ammissibile ulteriormente, perciò, occultare il misfatto internazionale che i celeberrimi Campi Lestrigoni o Leontini portino oggi, ignominiosamente, la testata di Piana di Catania (una immorale spoliazione: 450 Kmq circa di territorio). Per essere meno oscuri riportiamo, a questo punto, quanto segue: non un territorio qualsiasi si “rapina”, colpevolmente, ma, a mio avviso, una vasta area territoriale ricamata ad hoc dal potere tirannico e per a una sola parte (quella carlentinese) dalla valenza storica essa altissima, sia sotto il profilo politico che etico-socio-economico. Ma proseguiamo, giacché le sorprese ambigue sono in agguato ad ogni piè sospinto. Bisogna rammentare che già nel 1807 a Carlentini , con il “Partito dei Patrioti” di don Luigi Baudo. in prima linea, c’era stato un voto consiliare carlentinese il cui succo non era da considerarsi scevro di titubanze. Le cose si complicano con la rivolta del1837, quella sentita del colera. Da Siracusa parte il messaggio “urbi et orbi” antiborbonico per eccellenza: “il colera è borbonico!”. Il capoluogo da Siracusa, ribelle e infedele, viene consegnato alla fedele e notoriamente filo borbonica Noto. Si prepara, naturalmente, con ogni evidenza il papello di spoliazione a tutto nocumento anche della risorgimentale Lentini, mentre la punizione per Siracusa sarà cocente: Ferdinando II non trova ostacoli nel trasferire, con decisione autoritaria, il capoluogo da Siracusa alla borbonica Noto. Qui salta fuori, vergognosamente, che la divisione del territorio era stato effettuato non per scelte condivise da entrambi le soggettività, ma per via di “rastrellamenti” mirati, come nel caso del feudo Murgo del barone Riso, dove tuttavia giace ancora la Murganzio marittima ben descritta dal famoso archeologo Biagio Pace. Veniva calpestata a cuor leggero e, a pieni mani, la Legge Costituzionale siciliana del 1812 che sanciva l’abolizione del feudalesimo e vieppiù del feudo baronale in predicato. Non possono essere omesse, pertanto, alcune voci, secondo noi, e critiche e sensiili e passionali, ma anche belle e autorevoli. Una stanza di orizzonti tematici più che plausibili. La prima comunicazione: abbastanza recise le parole di Mara Concetta Franco (Lentini, prima e dopo il sismo del 1693/ Quaderno del Mediterraneo, direttore Gianluca Siracusa/G. e G stampe Siracusa 1993): Carlentini è fondata per consolidare il debole sistema difensivo lentinese …; indi la seconda comunicazione: molto elegante e ben documentata la descrizione curata dall’associazione turistica Pro Loco di Carlentini (Guida turistica con stradario: testi di Silvio Breci, Grafica BAB e L 2001): “Nasce così, col “privilegio di città” e con epiteto di “inespugnabile” Carlentini, toponimo che è la fusione di Carlo e Lentini, ovvero la Lentini dell’imperatore Carlo V”. Lungo tutto il XX secolo d. C, una importante campagna scavi metteva in evidente luce la scoperta della “Polis” di Leontìnoi (o città stato) magistralmente descritta dallo storico immortale Polibio da Megalopoli (204 a. C./ 120 a, C). Ergo: la nascita di Carlentini, antistorica, anacronistica e sinteticamente temporanea, fu un “abbaglio” storico-gioridico-culturale davvero clamoroso. Infine sovrano si leva il nostro amplissimo grido che è uno e uno solo: viva la riunificazione territoriale tra Lentini e Carlentini, Viva “lo stare insieme” sotto l’egida ideale della tutela ad oltranza della Lentinità eterna. Gli impulsi sacri, liberi e democratici della gioventù umana, e non solo, perché stanno con la dottrina della bagnomaria? Sic est. Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.
 
 
Post del 10/09/2021
 
SICILIANITA’ !  SICILIANITA’ !  SICILIANITA’ !
 
Viva “l’incipit” universale con un trittico culturale targato Sicilia nel mondo che vuol dire apertamente per i popoli e libertà e democrazia e giustizia giusta! E allora cominciamo.  Terra di leggende, ricca di cultura e pure di dominazioni di continuo nelle mani di governi stranieri, a volta come conquistatori, a volta da colonizzatori, questa Sicilia, da sempre nata europea, “era un paese bramato, un eccezionale crocevia della storia nel quale si mescolavano razze e civiltà diverse” (Eberhard Horst di Dusseldorf, “Federico II di Svevia”, Rizzoli 1981). Nel suo illustre passato è possibile, perciò, annoverare nella nobile Trinacria e gli antichi abitatori e i governanti di passaggio quali, ad esempio, i Lestrigoni Leontini, i Ciclopi, i Greci, i Cartaginesi, i Romani, i Vandali, i Goti, i Bizantini, i Saraceni, i Normanni, gli Svevi, gli Spagnoli, i Francesi (Angioini), e infine, dopo la patriottica parentesi risorgimentale, gli Italiani di oggi.  Come si fa a non citare, a questo punto, le profetiche e crude parole di don Fabrizio espresse proprio dentro il famoso romanzo di Tomasi di Lampedusa, “Il Gattopardo”? Mai un “riporto” fu così azzeccato!: “Tutti questi governi, sbarcati in armi chissà da dove, subito serviti, presto detestati, e sempre incompresi, che si sono espressi soltanto con opere d’arte per noi enigmatiche e con concretissimi esattori d’imposte spese poi altrove: tutte queste cose hanno formato il carattere nostro, che così rimane condizionato da fatalità esteriori oltre che da una terrificante insularità d’anima”. Ma entriamo ora, e per sommi capi, nel dunque medioevale. Quando nacque Federico II di Svevia, un frate cistercense, Gioacchino da Fiore, così urlava all’umanità intera: “Questo neonato è il futuro castigatore del mondo! E’ L’Anticristo! E’ colui che porterà il mondo nel caos!”. Ma chi era in effetti Gioacchino da Fiore, questo monaco di Celice (Cosenza): un povero ciarlatano o un immenso utopista del cristianesimo? Dante Alighieri così lo ricorda nella Divina Commedia: “ … calabrese abate Gioacchino di spirito profetico dotato”. Una cosa, comunque, appare certa: “Gioacchino da Fiore fu uno degli eminenti personaggi di questioni apocalittiche di fede cristiana. Entriamo subito nel merito: l’abate calabrese divide la storia del mondo in tre fasi: l’età del Padre, l’età del Figlio e l’età dello Spirito Santo. Questa terza età, ossia quella riferita alla fase dello Spirito Santo, programmata come Vangelo Eterno, trasporta il tempo nell’era spirituale dove, se per Osvaldo Filippone, noto studioso di argomenti teologici e messianici (“Le profezie di Dante e del Vangelo Eterno”, Cada editrice MEB, Padova 1983), il tutto apocalittico ruota attorno alla lingua di Dante che i giova attivamente e positivamente dell’opera dei rimatori a lui precedenti (vedi La Scuola Poetica Siciliana del notaro Jacopo da Lentini), per Gioacchino da Fiore, viceversa, lo stesso visionare si realizza tramite l’avvento della Spirito Santo con il prelievo della sintesi perfetta che vede mirabilmente fuse e l’armonia, e la pace, e la verità santa e la giustizia assoluta. L’era feudale era già al tramonto allorquando Federico Barbarossa trattò per suo figlio Enrico Sesto, il possesso del “favoloso” regno che fu di Ruggero II il Normanno. A Milano il 27 gennaio 1189 si celebrano le nozze tra Enrico e Costanza, erede del regno di Sicilia. Costanza al tempo delle nozze aveva 32 anni, mentre Enrico ne contava solo 21. Fu necessario per Costanza, affinché il matrimonio potesse svolgersi regolarmente, la speciale dispensa papale poiché essa aveva pronunciato i voti, era già stata fatta monaca. E’, a questo punto, che entra in ballo la decisiva testimonianza storica di frate Simuni da Lentini: “Questa Costanza figlia di Re Ruggeri fu fatta monaca in Calabria, in lo monastero di Santu Benedittu: et essendo monaca et la donna di anni, lo Papa dispensau a cussì peer non diveniri minu la successione di lo regno et fo data per muglieri a lo imperatore Arrigu”. Qui troneggia, appunto, la Sicilianità plenaria della regina Costanza. Perché buona parte della critica del tempo si era sempre affrettata nel pensare che Costanza d’Altavilla non fosse tata mai suora al cento per cento? Eppure anche Dante la pensò alla stessa maniera, quasi contemporaneamente, dello storico leontino frate Simuni e mise Costanza in Paradiso fra le anime che, per volontà altrui, non avevano potuto portare a compimento i voti religiosi: “Quest’è la luce de la gran Costanza/ che dal secondo vento di Soave/ generò ‘l terzo e l’ultima possanza”. Viene facili, adesso, interpretare “l’urlo” celeberrimo emesso da parte di “Gioacchino abate” il quale, conoscendo meglio degli altri la vita di Costanza monaca, poté a suo piacimento profetizzare che con Federico II lo Svevo sarebbe spuntato l’Anticristo. Dunque, chiudiamo la narrazione di che trattasi proclamando che Dante Alighieri e Simuni da Lentini, sulla questione della “Gran Costanza”, stabilirono la verità vera con inusitata sintonia. Sic est. Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.
 
 
Post del 03/08/2021
 
GORGIA DA LENTINI, LA POLIS POLIBIANA E LE OLIMPIADI ANTICHE E MODERNE 
 
Anno 427 avanti Cristo, quinto secolo: dentro il clima assai lungimirante della cultura periclea, sullo sfondo della guerra del Peloponneso di tucididea narrazione, arrivava dalla illustre città siciliana di Lentini in quella di Atene cosmopolita, nomata la magnifica per eccellenza, il celebre sofista lentinese Filippo Gorgia, (padre sommo costui della prima sofistica, dove per la prima volta, tramite la coinvolgente e iniziale e ardita e rivoluzionaria e intelligente rivalutazione filosofica kegeliana nascevano e fiorivano “i veri e unici e autentici maestri della Grecia” - dal calibro appunto e gorgiano e protagoreo), quale ambasciatore egli di Leontìnoi, allora “polis” ovvero “città stato”, al fine esclusivo di perorare la causa della Lentinità eterna contro le pretese egemoniche in fatto di territorio della siracusanità tirannica di quei tempi. Inseguendo, insomma, idealmente, pure le doviziose vetrine della carta topografica di Polibio di Megalopoli (204 aC/ 120 aC) ecco l’affascinante, sorprendente ed emozionante pensiero dottrinale di Gorgia Leontino sulle Olimpiadi: “Anche la nostra gara, come dice Gorgia di Leontini, richiede duplice virtù, ardimento e saggezza: ardimento nel resistere davanti al pericolo, la saggezza nel riconoscere ciò che si conviene. Giacché la parola, come il bando di un araldo ad Olimpia, chiama a se chi lo desidera, ma incorona chi riesce”, (Clemente di Alessandria, Stromati 1, 51). Gorgia, stando alla competente storiografia consolidata, pare che sia morto all’età di 109 anni. Ergo: sic est. Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.
 
 
Post del 15/07/2021
 
PERCHE’ NON SI TROVA MAI IL GRANDE TEATRO GRECO DI LENTINI TESTIMONIATO ALLA GRANDE DA PLUTARCO ?
 
Dal mito splendente del passato recondito conosciuto come Leontinoi (Lestrigonia, Xutia) alla protostoria incantevole e favolosa (Campi Lestigoni, oggi Piana di Catania per assurda tirannia borbonica, Biviere o Lago Erculeo); dalla storia principesca e virile (Elimi, Sicani, Siculi) alla colonizzazione calcidese con Teocle l’ateniese, fondatore ed ecista (728 aC) di ionica ricordanza; dalla Lentini gorgiana, quella cioè avente nel suo seno e la versione storiografica, dapprima tucididea, e successivamente quell’altra molto dopo, nel Cinquecento letterario italiano dopo Cristo, firmata Fazello, relativamente, appunto, in entrambi gli autori, ai primi abitatori dell’Isola del Sole (Lestrigoni e Ciclopi); di qui, pertanto, il passaggio, attorno a tutte queste cose pregevoli dell’antichità sicula è veramente esplosivo. Vediamo, per sommi capi, come. Leontìnoi, un volta indipendente, ricca e potente “polis” di polibiana narrazione e pure insigne “città stato” con Gorgia Leontino, sommo personaggio della prima sofistica e celebre pensatore universale dentro la grecità periclea, e anche oltre (Quinto secolo avanti Cristo). La ardimentosa e ambigua e bislacca città di Lentini, assisa tra la dottanza e la consapevolezza civile regale mai finta, piena di talenti tuttofare in ogni dove e in ogni epoca, conosce, di continuo, miserie e nobiltà senza precedenti per via, innanzi tutto, e dell’ignoranza e della tracotanza dei vari poteri denominati istituzionali e, perciò, dominanti e, al tempo stesso, assolutistici oltremodo, succedutesi naturalmente nel corso dei millenni in cui anche le luminose radici identitarie, vale a dire le tematiche brillanti delle nobili origini dei pur famosi progenitori generosamente aviti, che se mal custodite e negativamente e superficialmente contro il bene comune e superiore, esse si perdono, come valenza etica, economica e morale, nella notte implacabile della temporalità silenziosa. E veniamo ora sinteticamente al dunque. Com’è possibile, a questo punto, non confutare, a voce spiegata e rotonda assai, l’irresponsabilità e l’incompetenza delle istituzioni tutte (nazionali, regionali, provinciali, locali) per cotanto oscurantismo? Perché restare tiepidi di fronte ai precisi e autorevoli cenni storici di Plutarco (Vite Parallele) il quale sulla “presenza-esistenza”, e non soltanto di indirizzo simbolico, del grande teatro greco di Leontìnoi non si è mai tirato indietro circa la bontà di una verità cosmica, sapienziale e priva di ulteriori e pietosi veli di amaro assenteismo sull’argomento che non è più solamente di natura archeologica. Viva le Lentinità eterna la cui difesa ad oltranza è di certo al di sopra delle coloriture ideologiche! Abbasso le spoliazioni territoriali, arbitrarie e antistoriche, di quel potere politico che agendo avendo accanto e l’ignoranza e la mini chiaroveggenza arreca nocumento e alla Sicilianità e alla Lentinità eterna, e di ieri e di oggi e di domani, ossia, a mio avviso, di sempre, di sempre, di sempre, di sempre. E i giovani vicini alla cultura dove sono?
Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.
 
 
Post del 27/02/2021
 
DOVE SI TROVA OGGI IL FANTASTICO TEATRO GRECO DI LENTINI ?
VIVA LA RIUNIFICAZIONE TERRITORIALE TRA LENTINI E CARLENTINI SOTTO IL SEGNO SOLARE DELLA TUTELA DELLA LENTINITA’ ETERNA! Di GIANNI CANNONE
 
Proviamo a favellare come se fossimo dei bambini: c’era una volta nella leggendaria e storica e nobile città di Gorgia il Teatro Greco di Leontìnoi. Chi si occupa, di vicende antiche con amore e passione non può ignorare fino in fondo la videata consapevole e reale dell’esistenza in Lentini di un teatro greco assai rinomato. Gli albori della storia arcaica, è notorio, sono avvolti nel velame della leggenda. L’intera Sicilia, del resto (ivi compresa la Lentini arcaica) sugli accadimenti dei suoi aborigeni che tra il vero e il verosimile precedono l’avvento delle diverse colonizzazioni, è assai ricca di fatti davvero portentosi (i mitici: Letrigoni, Ciclopi, Sicani, Siculi, Elimi, Xutiani). Il nome, comunque, della città di Lentini è legato, ad essere appropriati, al culto di Ercole e del leone nemèo. La fonte di Diodoro Siculo di Agira è emblematica: “Ercole, nell’attraversare la pianura leontina (oggi antistorica pianura di Catania per volontà “politico-rocambolesca” dell’assolutismo regio borbonico del tempo) ammirò la bellezza della regione e trattò con familiarità quanti lo onoravano, lasciando presso di loro ricordi immemorabili”. Tale fantastico evento è narrato fedelmente dal Bonfiglio Costanzo (“Dall’Historia Siciliana”/ A. Forni editore/ ristampa dell’edizione di Messina, 1738-39) in queste forme: “E i Lentinesi si gloriano che Hercole havesse lor donata la pelle del Leone per insegna; che quivi havesse fabricato egli il Lago detto il Beverio, celebrato per l’abondanza de’ cefali e della anquille che quivi si pescano; che la fortezza Leontina fosse stata parimenti fabricata da Hercole, perciò dimostrano il maschio della Rocca, qual è una Torre di tre canti che riguarda a linea, per ciascun angolo della delle tre valli della Sicilia”. Ortensio Sammacca, nativo di Lentini, padre nel Cinquecento del Teatro Gesuitico Italiano, attraverso la tragedia sacra dal titolo “I Santi fratelli Alfio Filadelfo e Cirino” canta le origini della polis (città-stato) di Lentini. Per lo Scammacca il cominciamento della città di Lentini aveva il suo prezioso avvampamento nella mitologia e in tal senso ricorda che Ercole, dopo avere ucciso il Leone Nemeo, abbia donato la pelle del Re degli animali agli antichi Lentinesi: “Per voi Leontini mi spoglio. O quante patrie al Mondo m’han chiesto in dono il glorioso ammanto!”. A questo punto, però, mettiamo nel soffitto le mitiche ricordanze, anche se parziali, ed entriamo, a voce spiegata, dentro il mondo straordinariamente vivo e incomparabile del Teatro Greco di Leontinoi. Plutarco di Cheronea (n. 540 d.C./m. 170 circa), famoso storico della “Vite parallele”, in quella di Dione e sul Teatro Greco di Leontìnoi certifica, fra l’altro, quanto segue: “ … I Siracusani questa volta non si danno pace per avere rinnegato troppo presto la virtù di Dione e, senza perdere altro tempo, mandano a Lentini una delegazione di cavalieri per affrettare il suo rientro in patria. Gli ambasciatori di Siracusa, giunti a Lentini verso sera, si incontrano subito con Dione. Piangono i Siracusani e Dione si commuove. Nel Teatro Greco di Leontìnoi viene immediatamente convocata l’assemblea generale. Tutto il popolo lentinese e i mercenari dionei accolsero silenziosamente la parola di Dione …” Chi è, insomma, Dione? Questo in breve il “curriculum”: condottiero e filosofo, cognato ma in seguito anche genero di Dionisio il Grande, perciò zio di Dionisio II, nonché affettuoso amico di Platone. Dunque Dione è quel personaggio “politico-intellettuale” che alla fine libera Siracusa dalla tirannide di Dionisio il Giovane. Torniamo, comunque, a discutere intorno al Teatro Greco di Leontìnoi che allo stato attuale, purtroppo, esisterebbe ancora ma solo storicamente. Eppure non è stato solamente Plutarco a segnalare a livello cosmico la presenza del Teatro Greco di Leontìnoi! Tuttavia ci corre l’obbligo di registrare le numerosa testimonianza di studiosi e appassionati di archeologia che si sono spesi coraggiosamente in aggiunta alla vetrina immobile plutarchea. Per sommi capi, pertanto, evochiamo chi sono stati gli autori post-plutarchei che hanno dato indicazioni misurate e tuttavia ben precise sull’argomento impregnato di grecità gorgiana elevata oltre il midollo: 1) Sebastiano Pisano Baudo “Storia di Lentini, antica e moderna”, tip.Scolari , Lentini 1974: 2) Tipografia Rosario Saluta, Lentini 1933 “Storia di Lentini”, autore anonimo; 3) Tipografia Rosario Saluta, Lentini 1939, “Tradizioni e vicende di Lentini”, autore: Giovanni Bonfiglio; 4) Tipografia Scolari, Lentini 1965, “Leontìnoi” autore Salvatore Ciancio (opera inserita nel volume speciale della Storia di Lentini del Pisano Baudo); 5) Editrice “I Centauri”, Firenze 1969, “Sicilia Teatro”, autore: Carlo Lo Presti; 6) Tipografia Etna Catania 1969, “Lentini Urbs Nobilissima” in “Premio Lentini”, AAVV, autore e curatore : Carlo Lo Presti; 7) Francesco Valenti “ Leontìnoi, Storia della città” , Publisicula Palermo 2007. Perché per il monumentale Teatro Greco di Leontìnoi esistono solo opacità e per giunta dilettantistiche? Frazionare superficialmente la territorialità della Lentini e gorgiana e polibiana e plutarchea e diodorea gestita nel tempo dall’ignoranza senza appello e calpestando ogni versione storica accorta di un passato identitario sposato da sempre colla Lentinità eterna. Nel frattempo, essendo stato abolito giuridicamente anche in Sicilia l’anti-baronale feudalesimo (Costituzione del 1812, approvata alcuni anni prima del famoso e anti napoleonico congresso di Vienna) diventano incomprensibili le arbitrarie assegnazioni tramite le indecorose e cadaveriche credenze feudali (un esempio fra tanti: feudo del Murgo/ Barone Riso/ vedesi quando la Carlentini borbonica ottiene il titolo di città soltanto come “privilegio” e con l’epiteto ridicolo e farsesco di entità e imperiale e inespugnabile). Muri silenti, enigmatici, impauriti, misteriosi e, al tempo stesso, pazzeschi rilievi amorali, che non vogliono fotografare con occhio realistico, sereno ed equilibrato cotanto “furto clamoroso” portato verso l’ennesima spoliazione anti-Lentinità. Con la venuta alla luce, nel ventesimo secolo dopo Cristo, dopo una intelligente e fruttuosa campagna scavi (misteriosamente poi fermata) si certificata alla grande quanto segue: la lucida carta toponomastica dello storico Polibio non era affatto una barzelletta. Dove è finito, allora, il grande Teatro Greco di Leontìnoi? Ma non solo quello … e non adiamo avanti per intelligena di patria etico-paradigmatica. Dulcis in fundo: ecco perché la riunificazione territoriale tra Lentini ex polis e Carlentini, piaccia o non piaccia, significa avere per tutti, finalmente, un futuro socio-culturale-economico e diverso e magari migliore sotto il segno solare della tutela della Lentinità eterna. Sic est. Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.
 
 
Post del 11/01/2021
 
JACOPO DA LENTINI, INVENTORE DEL SONETTO, CAPO DELLA SCUOLA POETICA SICILIANA AL TEMPO DI FEDERICO SECONDO DI SVEVIA, PADRE DELLA LINGUA ITALIANA DELLE ORIGINI DENTRO LA DIVINA COMMEDIA DI DANTE. QUANDO UN FRANCOBOLLO PER LA LENTINITA’ 
 
Con i versi purgatoriali 55-56-57 della Divina Commedia, capitolo ventiquattresimo, si accede culturalmente nella viva rappresentazione storica di una comprensibile genesi della letteratura italiana: “O frate, issa vegg’io, diss’elli, il nodo/ che il Notaro e Guittone e me ritenne/ di qua dal dolce stil novo, ch’i’ odo”. Questi tre versi parlano chiaro e tondo sin dalla prime battute. Il primo della lista, infatti, è Jacopo da Lentini, detto il Notaro per antonomasia, che a mio avviso viene messo davanti agli altri e come capo della Scuola Poetica Siciliana e come costruttore del pensiero linguistico nazionale già trasparente sotto il regno siciliano di Federico II di Svevia. Subito dopo arriva il nome di frate Guittone d’Arezzo, visto come leader di primo piano della scuola Siculo-Toscana o di transizione. Terzo: per la prima volta nella narrazione della lingua italiana appare il trittico “dolce stil novo” che nel bolognese Guido Guinizzelli ha il suo iniziatore e la sua guida. Ma c’è di più in fatto di excursus viaggiante e, perciò, non certamente di facile presa, Il personaggio che interloquisce con Dante sulle “nuove rime”, pertanto, è maestro Bonagiunta Orbicciani da Lucca conosciuto dapprima quale impenitente imitatore della poesia lentiniana e poi come un piccolo opportunista al servizio della “finestra di transizione” dell’Aretino il quale, alla fine, verrà clamorosamente condannato nel dantesco “De Vulgari Eloquentia” proprio dall’Alighieri stesso per il semplice motivo di non aver mirato al volgare illustre. L’edificazione di una comunità nazionale laica fu realmente il tormentato percorso intrapreso con indomabile fede dalla politica cultural-religiosa federiciana illuminata, peraltro, sempre e devotamente dall’Uomo di Lentini, altissimo funzionario e primo poeta dell’italica società in fieri. Jacopo da Lentini anelava il Paradiso ma Dante lo colloca nel Purgatorio, nella cornice dei golosi. Sentiamo adesso cosa ritaglia il Notaro Jacopo da Lentini nella prima quartina del celebre sonetto Io m’aggio posto in core a Dio servire che tanto intrigò persino Benedetto Croce: “Io m’aggio posto in core a Dio servire/ com’io potesse gire in Paradiso/ al santo loco c’aggio dire/ u’ si mantien sollazzo, gioco e riso”. Con la fine del potere svevo entrano nel governo della Sicilia con l’aiuto del Papato gli Angioini di Francia che, successivamente, vengono cacciati dall’Isola nell’ora terribile del Vespro, mentre la poesia dei Siciliani finisce ma non muore. Le poesie dei Siciliani pare che siano arrivate a noi per via di speciali codici di sicura provenienza toscana di fine secondo secolo dopo Cristo, I più conosciuti, e al tempo stesso, i più quotati sono esattamente tre: il codice Vaticano Latino 3793, il codice Palatino 418, il codice Laureziano Rediano 9. Il Vaticano Latino che comprende poesie che vanno dai Siciliani ai cosiddetti Siculo-Toscani ha nel suo seno canzoni e sonetti. Qui Jacopo da Lentini viene incastonato al primo posto come nella Divina Commedia. L’altro codice, vale a dire il Palatino, che è l’unico che contiene illustrazioni con miniature di scuola fiorentina e che brilla in tema di eleganza rispetto agli altri, ha nel suo interno canzoni, ballate e sonetti dai Siciliani agli Stilnovisti. Il suddetto codice custodisce una “res” tanto rara quanto preziosa, dalle finezze artistiche sensazionali: la miniatura del notaro Jacopo da Lentini. Per quanto attiene al Laurenziano-Rediano 9 c’è da rilevare che esso è dedicato in maggior misura a Guittone d’Arezzo. Jacopo da Lentini, insomma, è quel poeta che lasciato il latino nelle mani ormai malferme della cultura di stampo medioevale canta per primo a una società italico-laico-cristiana in via di formazione la natura dell’Amore: “Amor è un desio che ven da core/ per abondanza di gran piacimento/ e li occhi in prima generan l’Amore/ e lo core li dà nutrigamento”. Questa è, comunque, la prima quartina del sonetto leniniano più famoso nel mondo. Il poeta lentinese, importante ministro della politica culturale sveva, fu con un vociare intenso dell’Amore il massimo teologo. Il sonetto sarebbe praticamente sinonimo di suono dalle piccole dimensioni. Lo scrittore Vincenzo Di Giovanni (Filologia e letteratura siciliana, Forni, Bologna, 1968/ Ristampa anastatica) sentenzia acutamente il tutto nei seguenti termini: “Le conquiste della Scuola Poetica Siciliana che recano il sigillo del Notaro Jacopo da Lentini consegnate definitivamente alla storia della letteratura italiana oltre al sonetto sono la dialogata amorosa e le tenzoni”. Ma andiamo avanti e, di certo, sempre per sommi capi. Vale la pena riportare nella quasi conclusione sulla base di studi molto rigorosi il profilo critico di Bruno Migliorini (Sansoni editore, Firenze, 1984) il quale afferma perentoriamente: “E’ vera e in un certo senso l’espressione che chiama Dante padre della lingua italiana e l’altra un po’ meno forte ma meno onorevole per cui il Petrarca lo chiamò (Sen. V2) dux nostri eloqui vulgaris? Se è vero che da Giacomo (o Jacopo nda) da Lentini prende le mosse la lirica federiciana perché questi titoli no dovrebbero spettare a lui?”. Perché questi titoli grida in maniera composta il Migliorini? Cioè al Notaro Jacopo da Lentini a cui va riconosciuta senza alcuna possibilità di dubbiezza il titolo di padre della lingua italiana (però, secondo me, delle origini senza riserve). Il sonetto, grazie al Notaro Jacopo, nasce a Lentini, nella terra dove fioriscono gli agrumi, mentre l’elenco dei poeti che hanno usato il corpus del Lentinese sia in Sicilia, sia in Italia, sia in Europa, sia nel Mondo è platealmente interminabile. E Lentini, città delle arance per eccellenza, patria del sommo sofista Gorgia, risulta essere, alla fine, per mezzo di Jacopo, Notaro e Poeta, e capitale d’Italia della lingua italiana delle origini e dimora universale a vita del sonetto lentiniano. Per finire ecco una ultima annotazione: si resta in attesa, come operosa cittadina che ha dato i natali al suo illustre figlio, da parte di chi di competenza, l’emissione di un francobollo commemorativo in onore, appunto, del Notaro Jacopo da Lentini. Conclusione dedicata al mondo filatelico italiano e a tutti i governanti centrali di competenza: un francobollo per il Notaro e per la lentinità eterna non fa male a nessuno! Sic est. Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.
 
 
Post del 20/12/2020
 
ECCO IL NATALE COI COLORI DEL NEOREALISMO:
“NATALE AL CAMPO 119” DI PIETRO FRANCISCI
VIRTUOSO ESEMPIO DEL CINEMA ITALIANO
 
Evviva il Santo Natale per il panorama laico-cristiano di tutto il mondo conosciuto! Questo film del 1947, “Natale al campo 119”, di Pietro Francisci è una significativa pagina “storico-documentaristica” di vara e propria italianità e culturale ed etica, la cui azione si svolge in un campo di prigionia, nella lontana California, in mezzo a rimembranze gioiose e, a volta, poco tenere ivi compresa l’attesa spasmodica e, al tempo stesso, febbrile in ordine al sospirato ritorno a casa di quei soldati italiani in sofferenza, cinematograficamente internati e, successivamente, finalmente liberati. In “Natale al campo 119”, si evidenziano, innanzi tutto, sentimenti effettivamente sentiti e decisamente sofferti tra il serio e il faceto di vite umane, raccontate esse con trame a episodi, con legittima criticità di solare neorealismo, su come si può seriamente immaginare a trascorre in un campo di prigionia il “cosiddetto tempo libero” in assenza del calore della patria e dalle affettività familiari. A proposito di neorealismo e storico e culturale ecco una annotazione ragionevole riguardante sinteticamente il film di Pietro Francisci: “Natale al campo 119” ha partecipato nel 1989 al settimo festival internazionale di Torino “cinema giovani”, sezione denominata “il neorealismo in 50 film”. Per quanto concerne poi il documentario conosciuto come natalizio, cioè “Natale al campo 119”, così iniziava la nota acuta di Alfredo Panicucci (L’Avanti, 27 dicembre 1949): “un gruppo di ottimi attori (De Sica, Campanini, Fabrizi, De Filippo, Rondinella, Rabagliati ecc …) hanno messo insieme questo film ricco di trovatine, divertenti, affabili”. Ma proseguiamo, pertanto, con attenzioni davvero speciali. La regia come sopra già accennato di cotanto gioiello quasi sacro e ovviamente senza tempo del cinema mondiale è di Pietro Francisci. Altro punto importante: di Michele Galdieri che mette in bella mostra il valore della dialettalità regionale è, invece, il soggetto. La sceneggiatura si avvale di campioni senza rivali: Giuseppe Amato, Vittorio De Sica, Aldo Fabrizi, Pietro Francisci e Michele Galdieri. Dentro “Natale al campo 119” ruotano, significativamente, molti mattatori del firmamento italiano e internazionale: da Peppino De Filippo a Carlo Campanini, da Vittorio De Sica ad Adolfo Celi, da Aldo Fabrizi a Rocco D’assunta, da Massimo Girotti a Carlo Mazzarella, da Pietro De Vico a Beniamino Maggio, da Maria Mercedes a Vera Carmi, da Ave Ninchi a Olga Villi. Come si può facilmente evincere all’interno di “Natale al campo 119” girano anche altri personaggi: un grande Rabagliati (e come cantante e come attore) e più ancora un giovanissimo e mirabile Giacomo Rondinella, non ancora divo al cento per cento e nemmeno personaggio di chiara fama e del cinema e della canzone sia interna che cosmica. Una curiosità su Giacomo Rondinella, artista sublime e dal volto nazionalpopolare non trascurabile: il leggendario attore a cantante siculo-napoletano (nativo di Messina) da poco tempo passato a miglior vita, vale a dire Giacomo Rondinella, pur non essendo presente da protagonista in tutte le scene proiettate, ossia dal principio alla fine, interpreta, tuttavia, giganteggiando comunque, la parte del simpatico cantante napoletano senza profferire mai parola come da copione allestito e concordato. La canzone che egli, Giacomo Rondinella, alla fine, divinamente canta e che trasmette meravigliosamente bene alla posterità è niente poco di meno che l’indicibilmente immortale “Munasterio ‘e Santa Chiara” di Galdieri e Barberis. Il neorealismo italico, dunque, è sempre generosamente in cammino. Mamma rai dove sei? Non c’è solamente il festival di Sanremo! Sic est. GIANNI CANNONE

 

Post del 31/10/2020

NASCE MUTO IL PARCO ARCHEOLOGICO DI LEONTINOI !

SENZA FUTURO LA FIRMA DEL PRESIDENTE MICCICHE’ ?

DOVE SONO GLI ENTI LOCALI ?

DOVE IL GOVERNO SICILIANO ?

DOVE  LA VENERANDA SOPRINTENDENZA DI SIRACUSA ?

In tema di spoliazioni avvenute nel corso dei secoli ai danni del mitico territorio di Lentini non può non essere evidenziato, di continuo e senza pudore, la incredibile questione di cui sopra, in quanto i momenti in predicato non sono giammai poveri del taglio etico e noi, ragionevolmente, non abbiamo mai avuto difficoltà alcuna nella scelta degli argomenti di che trattasi. Quando nella seconda metà del ventesimo secolo dopo Cristo viene alla luce la Polis, o città stato greca, di Leontìnoi attivata dalla lucida carta topografica dello storico Polibio (204/122 a. C.) e tradotta con cura appassionata e sentita dall’archeologo principe di “cose leontine”, Salvatore Ciancio, si viene a sapere anche che dentro gli excursus polibiani, oltre alla polis di Lentini (VII 6), egli indica e la toponomastica di Agrigento (IX 27) e pure quella di Alessandria (XXXIV 12). Nella disamina storico-geografica di Polibio salgono prepotentemente alla ribalta i Campi Leontini. Abbiamo qui, senza dubbio, il primo atto di un “furto cosmico” rimasto, fra l’altro, e impunito e connotato virtualmente dalla generale disattenzione, umana e politica. Procediamo, ora, a piccoli passi, prima di arrivare al nostro laborioso dunque. Nello scritto di Polibio sono apertamente menzionati proprio all’interno del territorio leontino “i cosiddetto Campi Leontini” (cioè la fertile Piana di Lentini) che attualmente chiamasi colpevolmente “Piana di Catania”. Vediamo e come e  perché. Terminato nel 1815 il noto e antinapoleonico congresso di Vienna con la Sicilia seduta al tavolo dei grandi e con Ferdinando Primo di Borbone consacrato, coralmente, dall’Europa monarchica di allora Re del regno delle due Sicilie, trionfa, subitaneamente e irresponsabilmente, anche il deleterio assolutismo regio. Difatti, declassata la Costituzione del 1912 (abolizione del feudalesimo)  è’, appunto, con la riforma totalitaria amministrativa del 1818 (le valli da tre che erano, ‘val di Noto, val Demone, val di Mazara’, diventano furbescamente sette, ‘Palermo, Messina, Catania, Trapani, Siracusa, Girgenti e Caltanissetta’) che la celebre Piana di Lentini si trova, paradossalmente, ad essere registrata come Piana di Catania poiché inclusa essa nella neo provincia omonima. Tutto ciò a reale nocumento dell’archeologia, dell’economia e della identità notevole di Lentini e della Lentinità: a niente servono voci autorevoli circa la denuncia solenne del malfatto borbonico. Ecco qualche firma illustre sulla verità vera: “Adolfo Holm (Storia della Sicilia nell’antichità): “oggi si chiama la Piana di Catania, nell’antichità i campi di Leontini”; Giovanni Rizza in Katane, ‘Città greche in Sicilia’: “l’attuale famosa Piana di Catania, racchiusa tra l’Etna e i monti del Siracusano, con una estensione di bel 450 kmq. apparteneva allora nella sua quasi totalità a Leontìnoi (Storia di Napoli e della Sicilia)”. Pertanto, lungi dal vittimismo banale, procediamo adesso per ordine e, naturalmente, per sommi capi. Giunti a questo punto non è possibile avere uno sguardo benevolo nei confronti del costituendo Parco Archeologico di Leontìnoi. E i perché sono tanti da digerire. Il primo perché riguarda il “ruolo comparsa” degli Enti Locali. Come si compone strutturalmente il Parco Archeologico di Leontìnoi? Chi ha in mano la debita perimetrazione del tutto? Accostiamoci, dunque, all’articolo uno del decreto Susa (assessore regionale e studioso di chiara fama, spentosi di recente e drammaticamente a seguito di un disgraziato incidente aereo) controfirmato emotivamente, all’istante, dal governatore di Sicilia Micciché, che così sinteticamente recita: “ … ai sensi dell’art 20 della L. R. del 3 novembre 2000, n. 20, è istituito il Parco Archeologico di Leontìnoi ricadente nei territori dei Comuni di Augusta, Carlentini  e Lentini”. Tutto è veramente compiuto allora? Assolutamente no. Siamo è vero agli inizi di una tragicomica finestra archeologica condannata a restare, forse, sempre aperta. Attraverso la “famosissima” legge regionale 2000 (Leanza/Granata) giocano, in contemporanea, una partita non facile le allegate “linee guida” proposte diligentemente da un “certo coordinamento” in cui i Comuni di riferimento avrebbero dovuto essere soltanto Lentini e Carlentini, ancorché considerati, a ragione veduta, “amministrativamente divisi”. A chi viene affidata la gestione del Parco di Lentini? Secondo l’art. 4 del suddetto dispositivo legislativo, davvero capestro, ad un direttore e a uno “ignoto” comitato tecnico-scientifico, (presi entrambi dall’alto), “ in ottemperanza agli articoli 20 e 21 della stravecchia legge ‘Leanza/Granata’ del 2000”. Sulla buona fede degli obiettivi da raggiungere letteralmente insieme (Governo Regionale, Soprintendenza, Enti Locali eccetera …) per la salvaguardia dell’intero territorio archeologico siciliano l’accoglienza è oggi carica di dubbiezze ad oltranza. Ergo: siamo nell’ultimo perché. Perché, in definitiva, sono passati, a vuoto, quasi venti anni, dal varo effettivo della legge “Leanza/Granata” mentre, al tempo stesso, le speranze sociali e civili rivolte verso un futuro più amico dei Parchi Archeologici dentro l’isola parlino sempre con meno certezze? Sic est!   GIANNI CANNONE

 

Post del 30/10/2020

ATENE: QUINTO SECOLO AVANTI CRISTO

GORGIA  DA LENTINI  E  LA PAROLA

LA PAROLA E’ UN GRANDE SIGNORE

CHE CON UN CORPO PICCOLISSIMO E

INVISIBILISSIMO …………………………….

Antica cultura storica dalla radici leggendarie della città stato di Lentini (polis), filosofia e sofistica  greca imperanti fatte di civiltà libere e democratiche, ossia di mezzi di comunicazione in via di sviluppo costante ma non adeguatamente controllabili e di verità gorgiane le cui scaturigini trovano testimonianze acute dentro la Jonia, cenacolo essa virtuoso del primo ellenismo all’interno del sesto secolo avanti Cristo quale finestra parlante tramite un sapere e cosmico e attuale e coinvolgente in maniera amplissima attorno alle radici imperiture di una lentinità eterna. Cosa onestamente non improvvisare quindi? Ci piace ora riportare, subitaneamente, un celebre passaggio fortemente etico-paradigmatico del famoso studioso francese Jean Paul Dumont (La filosofia greca – Xenia edizione  - 1994) che così suona: “Così, dal periodo arcaico al VI secolo, la Jonia costituisce il principale focolaio della cultura ellenica, presto sostituita dalla Sicilia greca di Siracusa, Leonzio (Gorgia nda), Agrigento, e dall’Italia di Crotone e di Elea”. Dalle leggende alla protostoria e poi di seguito alla storia vera e propria: Omero narra del mito dei Lestrigoni leontini nel decimo canto dell’Odissea. Pure Tucidide (La guerra del Peloponneso) descrive i Lestrigoni quali primi abitatori dell’isola. Ma il tutto non finisce qui. Nel Cinquecento dopo Cristo è il siciliano Domenico Fazello (Storia della Sicilia) che spiega a regola d’arte il perché Lentini sarebbe la più vetusta cittadina siciliana: “Questa città, se noi vogliamo trovar da lunge la sua origine, è la più antica di quante ne sono in Sicilia, poiché i primi che l’abitarono (secondo che si trova scritto) furono i Lestrigoni”. Entriamo adesso nel vivo della questione legata appunto a Gorgia e alla sua straripante Lentinità. L’anno è il 427 avanti Cristo quando Gorgia, padre sommo della prima Sofistica nonché inventore pregevole della retorica antica, giunge come messaggero della sua patria nella città di Atene, in quel tempo scuola dell’Ellade. Christos Stremmenos, allora ambasciatore di Grecia in Italia, appositamente invitato dalle autorità comunali del tempo nella città di Lentini, fa notare con gioia verace e per sommi capi ai numerosi congressisti le motivazioni feconde e faconde della sua appropriata presenza:“ … L’amicizia mai spenta e l’osmosi culturale tra Sicilia e Grecia che il vostro congresso implicitamente intende rinnovare ebbe in Gorgia uno dei suoi fautori più convinti. Figlio di quella stirpe jonica che compì e cantò gesta di eroi, Gorgia dedicò la sua vita più che centenaria e la sua impareggiabile arte oratoria alla nobile idea della pace e della convivenza pacifica tra città stato. … Mente poliedrica, filosofo e precettore, scienziato, oratore, il più illustre figlio dell’antica Leontìnoi, fu soprattutto uomo d’azione: non soltanto si adoperò per l’alleanza dell’indifesa Lentini con la potente e democratica Atene, contro i soprusi del nemici dorici (Siracusa ad esempio che da sempre mirava al possesso dei Campi Lestrigoni, vale a dire della fertilissima e vastissima pianura sita sin dalla nascita nell’ubertoso territorio di Lentini, vittima esso alla fine di una indecente spoliazione, politicamente scorretta, da parte del regime assolutistico borbonico, ormai agonizzante, a favore della provincia di Catania, nda) compiendo egli stesso l’ambasceria presso gli Ateniesi, che conquistò con la sua arte oratoria …”. (in Gorgia e la Sofistica, atti del convegno internazionale Lentini-Catania, 12-15 dicembre 1983, pubblicati dalla rivista dell’Ateneo etneo “Syculorum Gymnasjum” nel 1985). Inoltre non bisogna non prendere atto, a questo punto, che la suddetta pubblicazione prende corpo definitivamente per via dei buoni uffici dell’onorevole Mario Bosco, già deputato della Regione Siciliana e in quei trascorsi ex primo cittadino di Lentini. Nei confronti della figura maestosa di Filippo Gorgia si svolgeva, intanto, sotto l’amministrazione operosa di Davide Battiato, assessore alla culture il giornalista e scrittore Gianni Cannone, il “Progetto Gorgia ‘90”, ovvero la fotografia della superba Lentinità in Sicilia, in Italia, in Europa e nel Mondo. È tutto? Ancora no. Curatori di “Gorgia e la Sofistica” i professori universitari Luciano Montoneri e Francesco Romano, allora ambedue attivi in quel di Catania. Davano sostegno spirituale e culturale alla prestigiosa manifestazione lentinese e l’Università di Catania e la Società filosofia italiana. E la Sofistica? La Sofistica in Grecia è un autorevole movimento culturale unico e irripetibile che a partire da Hegel per i Sofisti della prima generazione viene accolta una rivaluta storico-letteraria-filosofiva; ad essi si attribuisc, pertanto, il titolo di “maestri della Grecia”. Scrive, a tal uopo, Santo Arcoleo: “Le pagine che Hegel dedica alla Sofistica ed a Gorgia in particolare, sono fra le più interessanti delle sue ‘Lezioni sulla storia della filosofia’; la Sofistica è per Hegel una dimensione ‘perenne’ dello spirito …” ( Santo Arcoleo in Gorgia e la Sofistica, atti del convegno internazionale Lentini-Catania 12-15 dicembre 1983). Nonostante le polpette al veleno di Platone e di Aristotele i Sofisti compirono con Gorgia capofila una inesorabile e inevitabile rivoluzione culturale, anche se furono continuamente accusati di praticare un insegnamento con un pagamento davvero salatissimo. Giunti al punto in cui siamo ci tocca per un attimo di tornare indietro per toccare sinteticamente il tema del logos gorgiano. Gorgia si serve, dunque, della parola e della retorica antica per il conseguimento non immorale della persuasione, aspetto questo molto avvertito nella laicità gorgiana della vita politica della città stato: “La parola è un grande signore, che con un piccolo corpo e invisibilissimo porta a compimento opere divinissime. È infatti capace di far cessare la paura, di levare il dolore, di provocare la gioia, di sollevare la pietà. …” (Elogio di Elena, una declamazione questa del lentinese Gorgia che fa coppia con l’altra dello stesso autore cioè la Difesa di Palamede, mentre Sulla natura e Sul non essere la discussione tra gli studiosi se sia un autentico trattato filosofico oppure no si resta ancora oggi con approdi del tutto enigmatici, nda). Durante lo svolgimento solare delle epocali giornate gorgiani leontine l’amico Filippo Motta, insegnate all’epoca di storia e filosofia presso il liceo Gorgia, è stato con competenza assolutamente ineccepibile molto vicino alla amministrazione civica della città di Lentini. Filippo Motta è venuto proprio ieri con la mascherina in faccia a casa mia facendomi omaggio di un libro, datato 19/10/2020, dal titolo La forza del Logos/Gorgia a 2500 anni dalla nascita con questa dedica “a Gianni, con grande affetto per un grande amico, firmato Filippo Motta. Un gesto sicuramente amicale e nobile quello di Filippo Motta a me peraltro graditissimo che comunque mi spinge a concludere affettuosamente e serenamente in questi termini, chiari e limpidi: “Viva la riunificazione territoriale tra Carlentini e Lentini”. Evviva la Lentinità gorgiana. Sic est!   GIANNI CANNONE

 

Post del 07/02/2020

LA VITA BREVE DELLA “CAMERA REGINALE ARETUSEA”.
LO “STRATOSFERICO” PARCO ARCHEOLOGICO DI SIRACUSA …
RICCO DI PROBLEMI IL PARCO ARCHEOLOGICO DI LEONTINOI

In tempi lontani, ma non troppo, Siracusa veniva ricordata e citata senza alcuna fatica “storico-culturale” come una città che dava lustro e decoro a tutta la Sicilia, antica e moderna, ed anche oltre. Scriveva, in tal senso e opportunamente, sopra Siracusa, lo storico internazionale Moses I. Finley le seguenti pennellare indimenticabili (Storia della Sicilia antica, Laterza 1970): “ … Per 1500 anni Siracusa era stata la prima città della Sicilia e per un certo periodo era stata la più ricca e potente di tutta l’Europa. La sua preminenza in Sicilia era sopravvissuta alla conquista romana e bizantina, come era sopravvissuta alla conversione al cristianesimo. Ma essa fu costretta a cedere il passo a Palermo …”. Del resto, intorno a Siracusa, a dire il vero, Cicerone aveva di già avuto lo sguardo assai lungimirante dal momento che le sue affettività rimamevano sempre vere verità, seppur tra lo sgomento e la cruda acquiescenza indigena: “E così la più nobile città della Grecia, una volta per certo anche la più dotta, avrebbe ignorato il monumento del suo più geniale cittadino, se non fosse venuto a saperlo da un uomo nato ad Arpino (Tusculanae disputationes)”. Un scoperta epocale, quella di Cicerone, dove emergono due circostanze ben appropriate: a) è merito dell’Arpinate se la tomba di Archimede torna a vivere; b) un atto di accusa senza alcuna reticenza nei confronti dei Siracusani colpevoli costoro di “lesa maestà” per il precario patriottismo circa la tutela per eccellenza delle Siracusanità. E’ la volta, ora, di Guido Piovene (Viaggio in Italia, 1957) che rende omaggio alla grandezza eterna della città di Archimede: “Siracusa, una città in cui l’archeologia e la storia si sono spontaneamente disposte in modo da offrire riposi, passeggiate e idilli”. Pertanto, se non ci fosse stato il decreto dell’Assessore Tusa (indiscusso archeologo italiano di chiara fama, di recente scomparso perché vittima di un disgraziato incidente aereo) sarebbe stato difficile rispolverare fatti e circostanze della poco nota “Camera Reginale”, con Siracusa ritornata a recitare in Sicilia il ruolo vibrante di Capitale Reginale, cioè quello di un vero e proprio Stato dentro lo Stato. Con il feudalesimo dominante e con il Vespro ancora non trapassato, le donne regine entrano nelle stanze dei bottoni con lo stratagemma del dotario nuziale: il Re di turno assegnava alla consorte in dote un territorio fatto di Comuni importanti, fra cui, ad esempio, pure Lentini, da gestire autonomamente e con tutti i poteri vigenti mai a scavalco, però. rispetto a quelli del marito sovrano. Un momento davvero rivoluzionaria, veramente unico nel suo genere, che metteva in Sicilia l’essere femminile in prima fila soprattutto sulla via dello sviluppo e del progresso “socio-economico” nonché della emancipazione ante litteram sicuramente. Nasce, comunque, la Camera Reginale nel 1302 (Eleonora d’Angiò e Federico III d’Aragona gli sposi di riferimento) mentre l’istituzione camerale esala l’ultimo respiro dentro due frazioni di tempo: il primo, nel 1523, allorquando il Parlamento vota la fine della Camera; il secondo, nel 1538, per volontà dello stesso Carlo V che conferma lo scioglimento di essa definitivamente appena morta la Regina Germana, l’ultima della serie, avvenuta il 30 ottobre 1538. Queste, in ordine cronologico, le ultime dieci regine di quel periodo, cosiddetto aurea, dominato precipuamente da Aragonesi e Catalani: Eleonora d’Angiò, Elisabetta di Carinzia, Costanza d’Aragona, Antonia del Balzo, Bianca di Navarra, Eleonora d’Alburquerque, Maria di Castiglia, Giovanna Enriquez, Isabella di Castiglia e, infine, Germana de Foix. La “dea bendata”, tuttavia, non abbandona mai la Siracusanità, dignitosa e altera, eroina essa e abbellita dallo splendore del suo passato glorioso: grazie al “Decreto Tusa”, Siracusa entra di giustezza nella enorme civiltà dei popoli quale capitale cosmica dell’archeologia universale. Vediamo, ora, come parlano i 5 articoli del decreto di che trattasi, firmato a Palermo in data 11/4/ 2019 dal Presidente Musumeci nella qualità di assessore regionale “ad interim” dei Beni culturali e dell’Identità Siciliana: art. 1) Per i motivi sopra esposti, ai sensi del comma 7 dell’art 20 della legge regionale 3 novembre 2000 n. 20 (Legge “Leanza-Granata”), è istituito il “Parco Archeologico di Siracusa, Eloro e Villa del Tellaro”, ricadente nel territorio dei Comuni di Siracusa, Noto, Avola, Palazzolo Acreide e Buscemi; art. 2) Ai sensi dell’art. 20 della L. R. del 3 novembre 2000, n. 20, la normativa di cui al regolamento allegato al D. A. del 3/4/2014, n. 936 costituisce integrazione e, qualora in contrasto, variante agli strumenti urbanistici vigenti nel territorio interessato; art. 3) Ai sensi del comma 8 dell’art. 20 della legge regionale 3 novembre 2000, n. 20, al “Parco Archeologico di Siracusa, Eloro e Villa del Tellaro” è attribuita autonomia scientifica, di ricerca, organizzativa, amministrativa e finanziaria; art. 4) Al “Parco Archeologico di Siracusa, Eloro e Villa del Tellaro” di cui al presente decreto, trovano applicazione le norme contenute al Titolo II della legge regionale 3 novembre 2000, n. 20; art. 5) La gestione del “Parco di Siracusa, Eloro e Villa del Tellaro” è affidata, ai sensi degli artt. 22 e 23 della legge regionale 3 novembre 2000 n. 20, a un direttore e a un comitato tecnico scientifico che saranno nominati con successivi provvedimenti. Sarà parimenti approvato, ai sensi dell’art. 20, il regolamento interno per l’organizzazione e il funzionamento del Parco. Naturalmente è logico supporre che ogni cosa sia stata praticata in termini di assoluta risolvenza finale. Ma andiamo avanti. Il “Parco di Leontinoi”, frattanto, dapprima indicato, sulle “linee guida” (allegato alla L.R.3 novembre 2000) su Lentini e Carlentini soltanto oggi, invece, per mezzo del cosiddetto Decreto Tusa, repentinamente e apertamente non bollato ma istantaneamente approvata dal Presidente della Regione Siciliana Miccichè, fotografa un’area territoriale del tutto diversa dal verbo iniziale, anche se appartenente, rocambolescamente, ai Comuni di Augusta (l’antica Mégara Iblea), Carlentini (Carlo V Imperatore e la mitica Lentini messi insieme) e Lentini, la città di Gorgia (Leontìnoi). Per quanto attiene al “Parco di Siracusa, Eloro e Villa del Tellaro” il cui tenere è seduto, tramite il presente decreto istitutivo, sopra i Comuni di Siracusa, Noto, Avola, Palazzolo Acreide e Buscemi, come la mettiamo, senza aggiungere peli sulla lingua, e con la perimetrazione ancora oscura dei singoli territori interessati e con la nomina mai concordata del direttore del Parco e con la creazione di dirigenti stranieri dettati dall’Assessorato di pertinenza e, inoltre, come è possibile dormire sonni tranquilli con le soprintendenze lontane dal sentire reale dei Comuni, eccetera eccetera …? Dove sono le funzioni pilota ed educative degli Enti locali, del Sindacato, della Stampa e della Scuola? Tutto, finora, è venuto fuori furbescamente e “dall’alto”, e silenziosamente e in modo invero disordinato. Uccisa, per l’occasione, sia la Lentinità che la Siracusanità. Uccisa, in un solo colpo, e la dignità, e l’identità e la loro grandiosa storia ultra millenaria! E, infine: le normative, la sopravvivenza economica, le scadenze e le date previste rigorosamente dalla “stravecchia” legge 2000 toccano o non toccano piattaforme fra il perentorio e il dilatorio? Volontà politica sapienziale cercasi! Dunque è tutto da rivedere? Forse. Probabilmente.

Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 

Post del 05/02/2020

PER IL LENTINESE LUIGI BRIGANTI UNA BELLA MEDAGLIA D’ORO AL VALOR MILITARE DELLA RESISTENZA

“Un canto di morte troneggia sul modo. / Si uccide la vita con parole di pace. / La fame e la guerra, sorella gemelle, / viaggiano impazzite su un tappeto di sangue. / Perché tante bombe? / Perché mammina non posso giocare? / Il Cristo cammina porta ancora la Croce. / Nelle prigioni politiche non c’è primavera. / Chi prende il Potere ha il destino segnato / se pane e lavoro non so per tutti. / E tu Partigiano venuto dal Sud, / di Lestrigonia (1) figlio, / ‘Resistenza!’ hai gridato, ma sei stato tradito!”
Questi versi, apparentemente a ruota libera, dedicati dal giornalista e scrittore Gianni Cannone al Partigiano leontino Fortunello, dottor Luigi Briganti (n, Lentini 25 dicembre 1920 - m. Lentini 5 aprile 2006), medaglia d’oro al valor militare della Resistenza, fanno parte integrante della pubblicazione dal titolo “ Fortunello va a morire cantando libertà!” del maggio 1982, nata sotto gli auspici benemeriti del Comune di Lentini (amministrazione on. Mario Bosco). Nel libro in predicato (Giuseppe Adernò e Giuseppe Sisto, entrambi pare curatori), si trovano in prima pagina, da parte del “Briganti-Fortunello”, le seguenti espressioni nei confronti del Cannone, autore, appunto, della poesia suddetta: “Al carissimo amico, Gianni Cannone, scrittore, poeta, patriota, con stima e affetto. Firmato: Luigi Briganti/Fortunello”. Intanto arriva con l’egida del Comune e del M.O.V.M (Istituto del nastro azzurro fra combattenti decorati al valore militare; eretto in ente morale con R.D. 31-5-1928 n.1308) la creazione dei premi “Luigi Brigati” e quello della “Legalità”. Nella 5^ edizione del Premio “Luigi Briganti” il premiato è Gianni Cannone (raduno nella grande aula consiliare: 29 novembre 2014) con la presente motivazione: “ Giornalista e intellettuale poliedrico, scrittore e studioso, dotato di grandi capacità non indifferenti, Gianni Cannone è sempre stato un protagonista elegante, lucido e aggiornatissimo della nostra storia cittadina. A lui si debbono importanti opere in cui, con la creatività stilistica che lo contraddistingue, ha messo in luce personaggi della nostra città e della nostra isola, a volte volutamente forse dimenticati, ma non storicamente meno importanti di altri nazionali molto più conosciuti, descrivendoli sempre con un pizzico di orgoglio. Conoscitore impareggiabile della civica leontina, rappresenta ancora oggi una voce molto riconoscibile nel quadro della storia culturale locale. Ha saputo mettere al servizio della città, la sua sapienza accademica, svolgendo con onore i compiti istituzionali cui era chiamato, studiando e definendo le strutture economiche, istituzionali, culturali del contesto in cui ha vissuto, avendo come punto cardine e trovando nella storia stessa della città un importante grimaldello intellettuale con cui comprendere i moti più significativi della stessa. A lui, con molta stima, consegniamo questo abito riconoscimento della sezione cultura del Premio Nazionale intitolato alla memoria della Medaglia d’Oro al Valor Militare Dott. Luigi Briganti”. Un attestato assolutamente di gran pregio che il Cannone riceve direttamente dalle mani stesse del Presidente della sezione Cav. Ivan Grancagnolo. Ma riprendiamo a colloquiare con “Fortunello” e col suo “curriculum” senza cecità di alcun genere: nel febbraio del 1954 Luigi Briganti ottiene la Medaglia d’Oro al Valor Militare della Resistenza. Con decreto in data “Roma 2 giugno 1979” il Presedente della Repubblica Pertini conferisce a Luigi Briganti la più alta onorificenza al merito della Repubblica, quella cioè di “Cavaliere di Gran Croce”. Ma andiamo avanti e per sommi capi. Due erano le ragioni che da tempo amareggiavano profondamente il partigiano Luigi Briganti. Della cosa, del resto, “Fortunello” non ne faceva, orma alcun mistero seppur doloroso. Aspettava, il nostro eroe, risposte che non arriveranno mai: la cittadinanza onoraria di Torino, ad esempio. Infine la delusione maggiore: la mancata attenzione sulla nomina a Senatore a vita cui egli aspirava legittimamente. Ciccio Carrà Tringali, il noto poeta dialettale lentinese, chiamato “Lu spaccapetri sicilianu” in una lirica composta appositamente per Luigi Briganti nel 1947, attraverso un verso altamente emblematico di un sonetto, così lo propone all’attenzione popolare: “Oggi Lintini teni tali vantu”. Amarezze e gioiosità insieme nell’animo nobile del Nostro!

*Note “storiche-culturali” tratte dall’archivio personale del giornalista e scrittore Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini. 1) Omero parla del mito dei Lestrigoni Leontini nel decimo canto dell’Odissea.

 

Post del 20/01/2020

IL PARCO ARCHEOLOGICO DI LEONTINOI TRA LENTINI CARLENTINI E AUGUSTA. DIRETTORE DEL PARCO GUZZANTI “QUO VADIS” ?

E’ subito chiarissima una cosa: l’Assessore regionale Sebastiano Tusa in data 7/3/2019, nella sede palermitana del suo ufficio e prima ancora della dolorosa e tragica dipartita tramite il disgraziato incidente aereo, firmava il decreto, composto di soli cinque articoli, circa l’istituzione del “Parco Archeologico di Leontìnoi” nei territori di Lentini, di Carlentini e di Augusta (Megara Iblea), tenendo come punto fermo l’art 20 della L. R. 2000, n. 20. Si fa osservare, insomma, sin dall’inizio, la versione ufficiale “tusiana” citando, innanzi tutto, l’articolo 4 del cosiddetto decreto Tusa (Qui il governatore Miccichè, senza indugio alcuno, aveva avocato a sé tutto quello che era stato gestito dallo scomparso Assessore!) che recita nella inequivocabile maniera: “La gestione del Parco Archeologico, ai sensi degli artt. 22 e 23 della L. R. del 3 novembre 2000 n. 20, ad un direttore e a un comitato tecnico-scientifico, che saranno nominati con successivi provvedimenti. Sarà parimenti approvato, ai sensi del citato art. 20 il regolamento interno del Parco”. A proposito del direttore del Parco si apprende che questa assai preziosa figura dirigenziale, cioè il dott. Lorenzo Gurrardi nella fattispecie, è stata a suo tempo nominata dal Presidente Musumeci (decreto del 7 giugno 2019, reso immediatamente esecutivo). Ecco, comunque, avanzare e senza alcun commento, in rapida successione, rispettivamente gli articoli 2, 3 e 5 del decreto nomato Tusa: art. 2, ai sensi dell’art. 20 della L. R. del 3 novembre 2000, n. 20, la normativa di cui al regolamento allegato al D. A. del 20 marzo 2014 costituisce integrazione e, qualora in contrasto, variante agli strumenti urbanistici vigenti nel territorio interessati; art 3, ai sensi del comma 8 dell’art. 20 della L. R. del 3 novembre 2000, n. 20 al Parco è attribuita autonomia scientifica e di ricerca, organizzativa, amministrativa e finanziaria; art. 5, al Parco archeologico di Leontìnoi istituito con il presente decreto si applicano le norme contenute nella L. R. del 3 novembre 2000, n. 20, TitoloII e ss. Mm. ìì. Vediamo, pertanto, per sommi capi, come si evidenziano, in virtù degli artt. 22 e 23, gli organi del Parco legati alla scheda e del direttore e del comitato tecnico-scietifico, di stanza presso il Titolo II della riferita legge regionale siciliana (Lanza-Granata, i legislatori del tempo): Direttore: 1) L’incarico di direttore del Parco è conferito, a tempo determinato, dall’Assessore regionale per i beni culturali e ambientali e per la pubblica istruzione ad un dirigente tecnico presso il suddetto assessorato; 2) Il direttore, cui spetta la rappresentanza legale e la responsabilità generale della gestione de Parco, esercita le seguenti funzioni: a) partecipa al comitato tecnico-scientifico; b) predispone lo schema di regolamento interno per l’organizzazione e il funzionamento del Parco ed i programmi annuali e triennali di attività, con particolare riferimento alla ricerca archeologica, al restauro, manutenzione e conservazione del patrimonio archeologico; c) dà esecuzione ai medesimi programmi dopo l’approvazione da parte dell’Assessore regionale al ramo; d) sovrintende al corretto funzionamento del Parco, vigilando sul rispetto del regolamento; e) dirige il personale del Parco; f) formula proposte da sottoporre al parere del comitato tecnico-scientifico, ivi compresi gli schemi di bilancio e i conto consuntivo; g) provvede alle spese necessarie per l’ordinario funzionamento del Parco; h) esercita tutte le altre funzioni attribuitigli dal regolamento; Comitato tecnico-scientifivo: 1) Il comitato tecnico-scientifico è nominato dall’Assessore regionale per i beni culturali ed ambientali e per la pubblica istruzione entro 60 giorni dal decreto di istituzione del Parco ed è composto: a) dal sovrintendente per i beni culturale e ambientali competenti per territorio, con funzione di presidente; b) dal sindaco o dai sindaci dei comuni interessati; c) da due esperti designati dal’Assessore regionale per i beni culturali e ambientali e per la pubblica istruzione, scelti tra i docenti universitari o tra i componenti di fondazioni o associazioni culturali e ambientali di rilevanza nazionale; d) da un esperto, designato dal sindaco o dai sindaci dei comini interessati, scelti tra i docenti universitari o tra i componenti di fondazioni e associazioni culturali ed ambientali di rilevanza nazionale; 2) Il Comitato tecnico-scientifico esprime il proprio parere sullo schema di regolamento interno per l’organizzazione ed il funzionamento del Parco, sullo schema di bilancio, sul programma annuale e triennale di attività nonché sugli interventi da esercitare all’interno del perimetro del Parco da parte del Parco stesso e su ogni altra questione allo stesso sottoposta al direttore. 3) I componenti designati durano in carica 3 anni e possono essere riconfermati una sola volta. 4) Ai componenti del Comitato tecnico-scientifico sono corrisposti in rimborso delle spese di viaggio e un’indennità di missione, se dovuta, nonché un gettone di presenza nella misura pari a quello spettante ai componenti del Consiglio regionale dei beni culturali e ambientali. 5) Fermo restando i compiti di tutela delle soprintendenze per i beni culturali, per gli interventi proposi dal direttore del Parco e da eseguire all’interno del perimetro del Parco da parte del Parco stesso, il parere espresso dal Comitato presieduto dal soprintendente sostituisce l’autorizzazione da rendersi ai sensi degli articoli 21 e 121 del D. L. 29 ottobre 1999, n. 490. Al Parco è assegnata, secondo la suddetta legge, la datazione di personale stabilita dall’Assessore per i beni culturali, sentito il direttore del Parco. Per quanto riguarda le entrate del Parco e somme e proventi e contributi e donazioni e via discorrendo c’è un modo di agire nel segno dello sviluppo e del progresso sotto l’egida partecipativa dell’Assessorato di riferimento. Ergo: ma gli enti locali dove sono? Il sindacato cosa sta facendo? Gli organismi culturali, politici, economici, professionali e democratici abitano in un altro mondo? E la vivissima stampa, diligente, trasparente e vigile al cento per cento, cosa pensa esattamente di comporre di fronte a una ennesima “spoliazione di competenze” ai danni e della mitica Lentini e della sua Lentinità eterna … Dunque, niente può essere rimosso, se non si tiene conto, nella dinamica applicazione, il già menzionato articolo 20 della legge regionale “Leanza-Granata” fatta di normative costituzionali tutte da rispettare e da fare rispettare da parte dei responsabili interessati che sono tanti, anzi tantissimi. Ma andiamo avanti: “Istituzione e finalità”. Con questo serio occhiello viene introdotto, come “conditio sine qua non”, il tanto super citato articolo 20 che ora, per dovere di cronaca, viene integralmente pubblicato così come segue: comma 1) In attuazione delle finalità di cui all’art. 1 della legge regionale 1 agosto 1977, n. 80, la Regione Siciliana istituisce un sistema di parchi archeologici per la salvaguardia, la gestione, la conservazione e la difesa dl patrimonio archeologico regionale e per consentire migliori condizioni di fruibilità a scopi scientifici, sociali, economici e turistici dello stesso. 2) Entro 180 giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, l’Assessore regionale per i beni culturali ed ambientali e per la pubblica istruzione, sentito il parere del Consiglio regionale per i beni culturali, provvede ad individuare, con apposito decreto, le aree che, in relazione alla presenza di rilevante patrimonio , possono essere istituti in parco archeologico regionale. 3) Entro trenta giorni dalla data del decreto di istituzione del Parco, l’Assessore regionale per i beni cultura lied ambientali e per la pubblica istruzione provvede ad individuare con decreto le aree già perimetrale dalle competenti soprintendenze ai beni culturali e ambientali. 4) Entro 180 giorni dall’individuazione delle aree di cui al comma 2, le soprintendenze competenti per territorio provvedono ad avanzare all’Assessore competente la proposta di Parco, sentiti i Comuni interessati, che debbono pronunziare entro il termine perentorio di 45 giorni dalla richiesta della soprintendenza. 5) La proposta di Parco deve contenere la perimetrazione dell’area archeologica (Zona A), dell’area di rispetto (Zona B) e l’eventuale perimetrazione dell’area di interesse paesaggistico (Zona C). 6) La proposta deve contenere, altresì, uno schema di regolamento che, per le aree nel Parco individuate, indichi modalità d’uso. 7) Il Parco archeologico è istituito con decreto dell’Assessore regionale previo parere del Consiglio Regionale dello stesso settore. La normativa del Parco costituisce integrazione e, qualora in contrasto, variante agli strumenti urbanistici nel territorio interessato. 8) Il Parco ha autonomia scientifica e di ricerca, organizzativa, amministrativa e finanziaria. L’autonomia finanziaria comprende la gestione delle entrate che affluiscono al suo bilancio e non include le spese relative al personale. 9) Il bilancio e il conto consuntivo del Parco sono approvati dall’Assessore regionale per i beni culturali ed ambientali e per la pubblica istruzuine. 10) Le entrate del Parco sono costituite da: a) somma delle entrate assegnate a carico dello stato di previsione dell’Assessore regionale dei beni culturali ed ambientali e della pubblica istruzione per il finanziamento dell’istruzione; b) proventi dalla rendita dei biglietti d’ingresso, dai servizi offerti a pagamento, dalla vendita di pubblicazioni dallo stesso edite e da altre attività organizzate dal Parco; c) contributi e donazioni di soggetti pubblici e privati. 11) Al Parco è assegnato la datazione di personale stabilita dall’Assessore regionale, sentito il direttore dl Parco. 12) Con apposito regolamento, emanato dall’Assessore regionale per i beni culturale e ambientali e per la pubblica istruzione, sono stabiliti l’ordinamento interno e le modalità di funzionamento del Parco. Questo è tutto? Assolutamente no. Tuttavia, è quasi sufficiente, a livello di informativa, democratica e pluralista, dire tutto quello che correttamente possiamo e dobbiamo dire alla sempre assetata pubblica opinione, nel rispetto dovuto pienamente alla legge, che anche se, a volte, severa, non può da alcuno essere violata, a cuor leggero. Dura lex, sed lex : un monito che vale per tutti! Come si può evincere da cotanti “intendimenti” non fragili, il “ruolo” degli Enti Locali viene così ridotto a semplice “comparsa” ! Direttore del Parco Guzzanti da solo “quo vadis?”. Infine, un ruggito amoroso, “erga omnes”: attenti tutti quanti alla suggestiva perimetrazione!

Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo

 

Post del 04/01/2020

CUSTODITA MISTERIOSAMENTE A TOLEDO DENTRO LA FONDAZIONE “MEDINACELI” UNA RARA PERGAMENA CON L’AUTOGRAFO DEL POETA E NOTARO JACOPO DA LENTINI

Se si tratta invero di scrutare, diligentemente, circostanze appassionate che appartengono alla chiara ed imprescindibile tutela della “Lentinità”, allora vuol dire anche che non si può rimanere del tutto indifferenti di fronte alle “presunte” scoperte che attengono, direttamente, e alla città di Lentini in primo luogo e, al tempo stesso, in maniera non secondaria, alle vicende “storico-culturali-politiche” insieme col ritrovamento “eccitante” nella spagnola Toledo di una “virtuosità” del Notaro Jacopo da Lentini, capo della Scuola Poetica Siciliana, celebre inventore del “sonetto”, insigne padre della lingua italiana delle origini, vissuto e operoso durante il regno di Federico II di Svevia, Re di quella Sicilia. Ci spieghiamo meglio. L’ “iter” delle attività intellettuali e fattuali di Jacopo da Lentini, come notaio imperiale, la cui giurisdizione valeva “per universum orbem terrarum”, salta fuori attraverso studi e ricerche e del Pisano Baudo (Storia di Lentini, tip. Saluta, Lentini 1890), e del Panvini (Poeti italiani della Corte di Federico II, Cuecm ed., Catania 1989), e di Giuseppe Agnello (L’architettura sveva in Sicilia, collezione meridionale, Roma 1935), e del Carcani (Costitutiones Regum Regni utriusque Siciliae, Napoli 1786), e dell’Huillard-Bréolles (Historia diplomatic Fridérici secundi, Parigi 1859), e, ancora, del Boehmer (Acti imperi selecta, Innsbruck 1970). Questa, per sommi capi, la mappa accreditata: a) nel marzo del 1233 il notaio imperiale è a Policoro, nella Basilicata, per redigere un diploma dove Federico II lo Svevo concede in donazione al figlio Corrado sia la città di Gaeta che altri feudi degli Abruzzi; b) giugno 1233: il notaio imperiale lentinese è a Catania dove per conto del suo Re redige il diploma con cui si confermano a Macario e ai frati del Convento del Santo Salvatore, nei pressi di Messina, gli stessi privilegi che precedentemente erano stati largiti da Re Ruggero, da Guglielmo I, da Guglielmo II, da Enrico Sesto e da Costanza Imperatrice; c) il 14 agosto Egli fa laboriosamente sosta a Castrogiovanni (l’odierna Enna) per stendere le lettere patenti e di Federico e di Gregorio Papa relativamente a quanto stabilito nei patti concordati concernenti le città lombarde; d) nel mese di settembre il Leontino è a Palermo dove scrive un rilevante privilegio a favore del Vescovo di Agrigento. Ma proseguiamo e sempre per sommi cappi. Del notaio imperiale, Jacopo da Lentini, e questo ce lo ricorda bene il Panvini, già sopra citato, esistono non uno ma due privilegi “scritti di propri pugno”:1) quello di Policoro del marzo 1233 - 2) quello di Catania del giugno dello stesso anno che è poi diventato una sorprendente “tavola rotonda” in virtù dell’articolo del “Sole 24 Ore” del gennaio 2011, che ci fa sapere ciò che in sostanza già platealmente e culturalmente si sapeva. Cioè: il documento, in carta vergata, estratto dal forziere della Fondazione di Toledo, targato “Casa ducale di Medinaceli”(ossia la pergamena bianca perfettamente conservata) non poteva ulteriormente essere occultato il retorico “furtarello di stato” dell’ importante “cartaceo” di cosmica rinomanza. Un’annotazione curiosa: questo Medinaceli altro non sarebbe che il duca Giovanni Vega, viceré di Sicilia dal 1556 al 1567, attivo sotto la signoria di Filippo Primo, figlio di Carlo Quinto. L’eccezionale documento di Toledo, pone, tuttavia, nodi da sciogliere a iosa. Ci si chiede: quella del Medinaceli fu tutta vera gloria? Il dubbio assillante rimane: chi portò via, forse quale “trofeo dei caccia”, il “gioiello aureo” di Jacopo leontino dalla terra dei leggendari Lestrigoni alla “Casa Ducale” di Spagna, se non lo stesso Medinaceli? Un depistaggio assoluto! Ecco, a nostro avviso, un palese atto di consapevole “razzia” compiuto ai danni della cultura e siciliana e leontina dal Medinaceli viceré, novello Verre in tema di depredazione orbata della punizione del colpevole. Dalle fonti nelle nostre mani sappiamo che il suddetto viceré nel 1952 ebbe incontri, persino epistolari, con Matteo Sgalambro, sindaco a Lentini di quegli anni, in ordine al ripristino nella città di Gorgia della famosa “Fiera di Lentini”, ben nota, “in illo tempore”, in tutto il mondo agricolo-commerciale conosciuto. L’ultima datazione, del resto, quella del maggio 1240, ci conduce fino alla città di Messina. Nel Panvini, infatti, all’interno del suo apprezzato lavoro “Poeti italiani della Corte di Federico II”, brilla oltremodo la testimonianza assai “intrigante” dello straordinario “tesoretto” (un transunto dal greco in latino) con la firma autografa dell’artista-funzionario federiciano, Jacopo da Lentini. Un ennesimo tentativo di spoliazione identitaria contro la Lentinità venuto alla luce, peraltro, “more solito”, con la non aperta condanna di un vero responsabile! Ergo: chi porterà a casa la parola fine e con quale morale? Il giallo continua … Sic est.

Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 

Post del 26/12/2019

IL DECRETO DEL DOTTISSIMO TUSA SUL PARCO ARCHEOLOGICO DI LEONTINOI UNISCE DAVVERO IN SICILIA AUGUSTA, LENTINI E CARLENTINI ?

Nella fascia degli autori di rilievo che raccontano “cose mirabili” si colloca autorevolmente lo storico e geografo Tommaso Fazello, un frate provinciale dell’ordine domenicano, nato a Sciacca nel 1492 che nella sua ben nota “Storia di Sicilia” effettua per Lentini una disamina di notevole portata storico-culturale: “Questa città, se noi vogliamo trovar da lunge la sua origine, è la più antica di quante ne siano in Sicilia, perché i primi che l’abbitarono (come si trova scritto) furono i Lestrigoni”. Ma andiamo avanti e per sommi capi. Polibio (Storie) dietro un riporto dello storico Teopompo di Chio riferisce “che i Lestrigoni furono coloro che abitarono la pianura di Lentini”. Plinio il Vecchio (Storia naturale), da parte sua, quando mette i Campi Lestrigoni all’interno del territorio di Lentini, ha senza dubbio lo stesso modo di ragionare di Polibio. Omero parla del mito dei Lestrigoni Leontini nel decimo canto dell’Odissea. Anche Tucidide (La guerra del Peloponneso) descrive i Lestrigoni quali primi abitatori dell’isola. Tra gli antichi popoli che abitarono la Sicilia troviamo, innanzi tutto, i Sicani e i Siculi i quali, come racconta Diodoro Siculo (Biblioteca Storica) “venuti in disaccordo tra loro”, consegnarono il governo del territorio di Lentini a Sciuto, uno dei sei figli di Eolo: “Sciuto regnò sulla Regione di Lentini che ha preso nome da lui e si chiama ancor oggi Xutia”. Nel 729 a.C. l’ecista ateniese Teocle, al comando di una colonia di greci provenienti dalla Calcide d’Eubea, fonda Leontìnoi. Le immagini di questo epocale avvenimento migratorio vengono così incorniciate sempre dallo stesso Tucidide (La guerra del Peloponneso): “Teocle e i Calcidesi, cinque anni dopo la fondazione di Siracusa, partiti da Nasso, scacciarono con le armi i Siculi e diedero vita a Lentini e, in seguito, a Catania”. Più tardi i Leontini essendo cresciuti di popolo fondarono una sub colonia a cui diedero il nome di Eubea (forse l’odierna Licodia Eubea: Erodoto, “Le storie”). Ecco perché in virtù di questo elevato e virtuoso passato giunge il Parco Archeologico pure di Leontinoi. In ordine ai nuovi Parchi archeologici in Sicilia, (15 in tutto: Parco di Leontìnoi, di Catania, di Lilibeo-Marsala, delle isole Eolie, di Himera, di Solunto, d Monte Jato, di Camarina, di Cava d’Ispica, della valle d’Aci, di Morgantina, di Eloro-valle del Tellaro, di Siracusa. di Gela, di Tindari, di Pantelleria), e facendo tesoro, ma fino ad un certo punto, delle “linee guida” di cui alla L. R. 3 novembre 2000 (legge Leanza-Granata) tre sono state le possibilità di avviamento, tramite “proposte” ai fini della composizione dei Parchi Archeologici: a) proposta della soprintendenza, b) proposta degli Enti Locali, c) proposta del Coordinamento. Qui è ora il Coordinamento con Giuseppe Voza (Coordinamento scientifico) a dare i seguenti indirizzi allettanti sopra il Parco archeologico di Leontinoi: “Anche il Parco archeologico di Leontinoi si caratterizza per l’incomparabile bellezza de contesto ambientale in cui si inserisce il sito archeologico dell’antica Leontìnoi, fondata nel 727 a. C. dai Calcidesi di Naxsos e a lungo antagonisti di Siracusa. I resti di Leontìnoi, amministrativamente divisi tra i comuni di Lentini e Carlentini, connotano infatti, un vasto e suggestivo territorio che comprende le tracce del villaggio preistorico di Metapiccola e le rovine di età calcidese e greco-romane”. Con l’avvento di Tusa (tragicamente scomparso di recente) tutto cambia: adesso i Parchi da 14 (atti del coordinamento) diventano 15. Il decreto Tusa del 3 maggio 2019 che è legato alla istituzione in Sicilia del Parco archeologico di Leontìnoi (tralasciando la narrativa) consta di 5 articoli così predisposti: art. 1) per i motivi sopra esposti ai sensi dell’art.20 della L.R. del 3 novembre 2000, n.20, è istituito il Parco archeologico di Leontìnoi ricadente nei territori dei Comuni di Augusta, Carlentini e Lentini; art.2) ai sensi dell’art. 20 della L. R. del 3 novembre 2000, n.20, la normativa di cui al regolamento allegato al D. A. 726 del 20 marzo 2014 costituisce integrazione e, qualora in contrasto, variante agli strumenti urbanistici; art. 3) ai sensi del comma 8 dell’art.20 della L. R. del 3 novembre 2000, n. 20, al Parco è attribuita autonomia scientifica e di ricerca, organizzativa, amministrativa e finanziaria; art. 4) La gestione del Parco archeologico è affidata, ai sensi degli artt. 22 e 23 della L R. del 3 novembre 2000, n. 20, ad un direttore e a un comitato tecnico-scientifico, che saranno nominati con successivo provvedimento. Sarà parimente approvato, ai sensi del citato art.20 il regolamento interno al Parco; art. 5) Al Parco archeologico di Leontìnoi istituito con il presente decreto si applicano le norme contenute nella L. R. del 3 novembre 2000, n. 20, Titolo II e ss, mm. ii (ripetiamo: è sempre di scena il duo Leanza-Granata, con fierezza d’intenti). Morale della favola: anche in queste pagine storiografiche vi sono dei vincitori e dei vinti! La burocrazia sta, di certo, fino a prova contraria, dalla parte dei vincitori, mentre con i perdenti possiamo annoverare, tranquillamente, tutta la classe politica locale, e anche oltre, assente ad oltranza, “more solito”, per quanto concerne il non entrare nella mischia di fronte all’ennesima circostanza sospetta di spoliazione identitaria di Lentini e della Lentinità. Chi vivrà vedrà! Sic est.

Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 

Post del 24/12/2019

C’ERA UNA VOLTA IL TEATRO GRECO DELL’ANTICA LENTINI

Chi si occupa di vicende antiche con amore e passione altamente professionali non può ignorare fino in fondo la fotografia consapevole e reale dell’esistenza in Leontìnoi di un teatro greco assai rinomato. Gli albori della storia arcaica, è notorio, sono avvolte nel velame della leggenda. L’intera Sicilia, del resto (ivi compresa la Lentini antica) sugli accadimenti dei suoi aborigeni che tra il vero e il verosimile precedono l’avvento delle diverse colonizzazioni, è assai ricca di fatti davvero portentosi. Il nome della città di Lentini è legato, ad esempio, al culto di Ercole e del leone nemèo. La fonte di Diodoro Siculo è emblematica: “Ercole, nell’attraversare la pianura leontina (oggi antistorica pianura di Catania per volontà “politico-legislativa” dell’assolutismo regio borbonico del tempo) ammirò la bellezza della regione e trattò con familiarità quanti lo onoravano, lasciando presso di loro ricordi immemorabili”. A questo punto mettiamo nel soffitto le mitiche parole diodoree, cioè “lasciando ricordi immemorabili ai Lentinesi di allora) ed entriamo, subitaneamente, a voce spiegata, dentro il mondo straordinariamente vivo e incomparabile del teatro greco di Leontinoi. Plutarco di Cheronea (n. 540 d.C./m. 170 circa), famoso storico della “Vite parallele”, nella vita di Dione e sul teatro greco di Leontìnoi certifica, fra l’altro, quanto segue: “I Siracusani questa volta non si danno pace per avere rinnegato troppo presto la virtù di Dione e, senza perdere altro tempo, mandano a Lentini una delegazione di cavalieri per affrettare il suo rientro in patria. Gli ambasciatori di Siracusa, giunti a Lentini verso sera, si incontrano subito con Dione. Piangono i Siracusani e Dione si commuove. Nel teatro greco di Leontìnoi viene immediatamente convocata l’assemblea generale. Tutto il popolo lentinese e i mercenari dionei accolsero silenziosamente la parola di Dione …”. Lo stesso Plutarco è, appunto, l’inviato speciale di cotanto eccezionale evento internazionale. Spetta, inoltre, all’insigne storico e geografo siciliano, ossia a Tommaso Fazello, detto l’Agirale, avvertire, oltre a Plutarco, molti secoli prima, la presenza partecipativa targata Diodoro: “Il teatro del resto ci viene ricordato anche da Diodoro, quando narra che Dionigi nel 406 av. C. rientra in Siracusa da Gela …”. Chi è, insomma, Dione? Questo in breve il “curriculum”: condottiero e filosofo, cognato ma in seguito anche genero di Dionisio il Grande, perciò zio di Dionisio II, nonché celebre amico di Platone. Dunque Dione è quel personaggio “politico-intellettuale” che alla fine libera Siracusa dalla tirannide di Dionisio il Giovane. Torniamo, comunque, a discutere intorno al teatro greco di Leontìnoi che allo stato attuale, purtroppo, esiste ancora ma solo storicamente. Eppure non è stato solamente Plutarco a segnalare a livello cosmico la presenza del teatro greco di Leontìnoi!Tuttavia ci corre l’obbligo di registrare le numerose testimonianze di studiosi che si sono spesi coraggiosamente in aggiunta alla verità plutarchea. Ecco, per sommi capi, chi sono stati gli storici post-plutarchei che hanno dato indicazioni serie e ben precise sull’argomento: 1) Sebastiano Pisano Baudo “Storia di Lentini, antica e moderna”, tip. Scolari, Lentini, 1974; 2) Tipografia Rosario Saluta, Lentini, 1933, “Storia di Lentini”, autore: anonimo; 3) Tipografia Rosario Saluta, Lentini, 1939, “Tradizioni e vicende di Lentini”, autore: Giovanni Bonfiglio; 4) Tipografia Scolari, Lentini, 1965, “Leontìnoi”, autore: Salvatore Ciancio (opera inserita nel volume della Storia di Lentini del Pisano Baudo); 5) Editrice “I Centauri”, Firenze, 1909, “Sicilia Teatro”, autore: Carlo Lo Presti; 6) Tipografia Etna Catania, 1969, “Lentini Urbs Nobilissima” in “Premio Lentini”, autore curatore: Carlo Lo Presti. Infine, nella dolorosa pagina in ordine alle ripetute e anacronistiche spoliazioni sopra il territorio leontino, si sono avvicendati, durante il trascorrere impietoso dei lustri, a tutto nocumento e di Lentini illustre e della Lentinità eterna, incomprensibili e sconcertanti vuoti del potere locale e, soprattutto, carenze politiche, religiose, scarsamente culturali e persino densi di pochezza diplomatica non lungimirante, che hanno interessato, paradossalmente, inesorabilmente e inevitabilmente, le seguenti identità cittadine: Catania, Siracusa Francofonte e Carlentini. Sic est.

Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 

Post del 11/12/2019

ALFIO FILADELFO E CIRINO I TRE SANTI MARTIRI PATRONI E AVVOCATI DELLA CITTA’ DI LENTINI

La città di Lentini tutta in festa “laico-cristiana” nei giorni 9-10-11 del mese di maggio di ogni anno in onore dei tre santi martiri Alfio, Filadelfo e Cirino! Ma vediamo subito, per sommi capi e significativamente, cosa scrive sull’argomento e su Lentini il frate cappuccino Tommaso Fazello, dell’ordine dei domenicani, stimato perennemente come il più importante storico e geografo siciliano di quei tempi, e anche oltre (“Storia di Sicilia”; n. Sciacca-AG-1498/ m. Palermo 1570): “E’ fatta nobile questa città ancora dalle reliquie di Sant’Alfio, di San Filadelfo e di San Cirino, i quali furono martirizzati per la fede di Cristo, da Tertillo (Tertullo n.d.a) presidente della Sicilia, e sono in tanta venerazione, che sono venerati come protettori, e avvocati della città”. A Lentini, infatti, secondo la tradizione, nel 254 a. C., ad opera di quel triste paganesimo romana, avviene il feroce e drammatico epilogo: ad Alfio viene strappata la lingua, mentre Filadelfo, dopo essere stato denudato, finisce brutalmente sopra una graticola ardente. Cirino, il più piccolo dei fratelli, viene gettato in una caldaia di pece bollente. Ora, quando, come vuole l’iter storico, giunge trionfante il 10 di maggio, in lode del solo Sant’Alfio (perché il maggiore dei fratelli), esplode gioiosamente, tra la popolazione, cotanta solennità di fede, di gioia popolare e di folkore spirituale. Pertanto, il “non abiura” a Cristo Redentore fa irretire oltremodo il potere assoluto di Roma, cosicché le conseguenze sono durissime e immediate: il proconsole romano, detentore di un potere totalitario straripante e narcotizzante, fa strappare, come primo acchito, ai tre fratelli, ignominiosamente, la fantastica e smagliante capigliatura. Nell’ultimo “manfesto-depliant” (2019), promosso diligentemente dalla parrocchia vivificante, reso ampiamente noto ai cittadini, è enunciato, in copertina, in modo piuttosto originale, il momento “logistico-operativi”, altamente simbolico ma di certo essenziale, legato al programma della “gloriosa” manifestazione intrisa appieno di “lentinità religiosa e sacrale”, indomita fino alle stelle. Sempre nella stessa pagina comunicativa si trovano inseriti i due famosi inni sacri dedicati a Sant’Alfio: quello con i versi di mons. Salvatore Moschitto, musicato dal maestro don Liggeri e l’altro del dottore don Giovanni M. D’Asta (ex parroco della Chiesa Madre di Lentini), composto in musica dallo stesso prelato. Durante le giornate di tripudio verso i Santi Patroni di Lentini, Alfio, Filadelfo e Cirino, vengono vissute finestre di elevata e straordinaria commozione di fede religiosa e di enorme spiritualità popolare. Questi i passaggi, davvero emozionanti, a cui difficilmente si viene meno da parte della moltitudine dei credenti e pure dei non credenti. La sequenza abbraccia questo allineamento temporale: a) il 9 di maggio, verso l’una di notte, si assiste al famoso “giro santo”, segmento di umile penitenza, effettuato misticamente dai “nuri o nudi”, con “cattolici e laici” in cammino silente lungo quella via dolorosa già battuta da Alfio, Filadelfo e Cirino tra canti e preghiere, onde comporre in veste laudativa lo scioglimento liberatorio del cosiddetto voto “per una grazia invocata e ricevuta”; b) 10 maggio, alle ore dieci del mattino: si ripete la storica “uscita”, spettacolare e intoccabile, con la “vara” che avanza imperiosa all’aperto, tra fuochi e grida, proprio nei riquardi di Sant’Alfio (il figlio maggiore, ovvero “il primo fra pari”, patrono e avvocato “reale” di Lentini che, come predica l’usanza più consolidata, nasce a Vaste, in Puglia); c) 11 maggio, ore undici: il rituale e solenne Messa Pontificale viene celebrata dall’Arcivescovo Metropolitano di Siracusa. Dalla leggenda, dunque, alla protostoria; dalla protostoria alla storia; dalla storia alla geografia: in quest’ottica spaziale, insomma, si muovono, da sempre, dentro Lentini antica e moderna nonché nel mondo i miracolosi Alfio, Filadelfo e Cirino. L’elenco degli autori che hanno toccato, con mano sapiente, “vita, morte e miracoli” dei tre santi “leontino-pugliesi”, denominati “santalfini”, è parziale, ma assai nutrito: Turi Vasile, Pippo La Pira, Guglielmo Tocco, Francesco Valenti, Elio Cardillo, Ciccio Carrà Tringali, Giovanni Coniglione, Michelangelo Cassarino. Infine, rilevante e ben confezionato, è il testo siciliano dell’autrice Palmina Bosco, che presentando le ricordanze di nonno Giovanni, menziona, nel modo migliore, il “Patrono Simbolo” di Lentini e della Lentinità: “Sant’Affiu”. Sic est.

Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 

Post del 01/12/2019

CULTURA LEONTINA ARANCE E SICILIANITA’!  A QUANDO LA RIUNIFICAZIONE TERRITORIALE TRA LENTINI E CARLENTINI?

Nel 1990, sotto l’amministrazione di Davide Battiato, sindaco della città di Lentini, attivo, fattivo e costruttivo, assessore alla culture il giornalista e scrittore Gianni Cannone, si svolgeva nella patria di Gorgia, celebre e immortale cantore nella grecità della Prima Sofistica, un accadimento culturale di notevole rilevanza: “Il Progetto Gorgia ‘90”, ossia la riscrittura lucente della “Lentinità” in Sicilia, in Italia e nel Mondo. Scriveva, a tal uopo, il compianto e bravo giornalista lentinese, Gregorio Valvo, sul quotidiano “Il giornale di Sicilia” di Palermo, del 20 marzo 1990, tramite il passo iniziale, le seguenti cose: “Presentato ieri alla stampa dal sindaco di Lentini Davide Battiato e dall’assessore alla Cultura Gianni Cannone un avvenimento culturale di grandissimo rilievo che lascerà una traccia alla “Lentintà” che raccoglie sempre più estimatori nel mondo della cultura”. Le sedi scelte, per un totale di sei incontri culturali legati al “Progetto Gorgia ’90” sono diverse e, al tempo stesso, opportunamente mirate: a) l’Antico Levatoio Comunale per il famoso filosofo lentinese, Manlio Sgalambro (di recente scomparso) con la conferenza-dibattito “Lentini città Archeologica”, mentre con “Agricoltura ricca nel Lentinese”, rispondono i relatori Salvatore Lupo e il leontino Rosario Mangiameli, entrambi professori universitari; b) il Liceo Scientifico “Vittorini” con il compianto scrittore Sebastiano Addamo, relatore sul tema “Elio Vittorini e il Novecento”; c) il “Liceo Gorgia” per “Il Notaro Jacopo da Lentini” (Maria Nivea Zagarella e Gianni Cannone, noti e apprezzati autori di zona); inoltre per la presentazione del volume “Gorgia e la Sofistica” brilla la partecipazione di Gabriele Giannantoni, Francesco Romano, Luciano Moltoneri e Filippo Motta, eminenti figure del pianeta filosofico italiano. Ma andiamo avanti. Essere “figli di Gorgia” e del “Notaro Jacopo da Lentini”, trovarsi lavoratori e pensatori nel terreno omerico di Lestrigonia, leggere la città di Lentini con la qualifica di “Capul Rei Frumentariae” di “ciceroniana” memoria, significa, in prima istanza, che nello sviluppo socio-economico-culturale di un territorio nobile la conservazione delle radici, delle tradizioni, delle memorie e della storia nomata “Lentinità” contano per davvero fino in fondo. Arriva, comunque, dalla storia e dalla cultura la finestra della speranzosa riqualificazione. Lo storico Antonio Aniante, che in realtà si chiamava Antonio Rapisardi, nel suo interessante saggio “I Catanesi”, Giannotta editore, Catania 1970, dichiarava Lentini e i Lentinesi veri e propri combattenti per la valorizzazione e la salvaguardia della produzione, lavorazione ed esportazione delle arance sia in Italia che all’estero. Un tempo, del “Lentinese” si intendeva un territorio dentro cui Lentini, Carlentini e Francofonte navigavano uniti e insieme sotto il segno di una comune appartenenza! Oggi, purtroppo, con i “municipalismi”, anacronistici e insensati, di “questo presente” che non avverte vivezza delle radici che contano, si corre il rischio, alla fine, di completare un percorso a ritroso, nocivo e senza avvenire. In tale contesto, dove i pericoli della globalizzazione vengono sistematicamente ignorati dagli egoismi paesani non si spegne mai la grande “utopia” della riunificazione territoriale tra Lentini e Carlentini. Infin, va sottolineato l’errore storico: Carlentini con il suo territorio, furbescamente levato al popolo leontino solo nel 1857, subisce ogni cosa nonostante gli ultimi Borboni, ormai in fuga e proiettati verso l’esilio eterno! Senza alcun dubbio, siamo di fronte a un drammatico “evento-errore”della politica borbonica dal volto antirisorgimentale dentro la copertura, ambigua e paradossale, di un tortuoso labirinto essenzialmente kafkiano. Carlentinii nata col titolo di città come privilegio (regnante Carlo V, della famiglia dagli Asburgo,1516-1556), qualora non fosse stata coniugata con l’antica Lentini, avrebbe dovuto, necessariamente, ritrovarsi soltanto come Di Carlo o come Di Carloquinto e basta. Piaccia o non piaccia, meditazioni a parte, questa è da sempre la vera verità a cui, purtroppo, si vuole continuare a mettere sopra il cappello di una “spoliazione” vergognosa (circa due quinti di territorio leontino scippato!) la pietosa parola chiamata “silenzio”. Ma fini a quando? Cultura leontina, dunque, arance e sicilianità gorgiana gridate forte! Sic est.

Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 

Post del 26/11/2019

DALLE ALPI ALLA SICILIA, L’ITALIA DIVISA IN DUE PARTI. PRIMO: IL PONTE MORANDI (GENOVA); SECONDO: IL PONTE PRIMOSOLE (CATANIA) E IL PONTE DEI MALATI (LENTINI) DENTRO LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Ecco questa Italia, ancora una volta, divisa drammaticamente in due parti, così come, per sommi capi, segue: a) il Ponte Morandi, crollato di recente, ivi compresi, eccezionalmente, i vari spaventosi mancamenti registrati sia nel Piemontese che in Liguria in quanto turbati essi e dai cambiamenti climatici e dai dissesti idrogeologici grevi e perché, infine, responsabili dalla mala signoria politica di repubblicana stanza; b) la storia vera e bella tanto del Ponte Primosole che del Ponte dei Malati, eroi, entrambi, poco raccontati, all’epoca, ma gravidi, comunque, di una gloria infinita all’interno della grandiosa pagina relativamente alla seconda guerra mondiale. In quel tempo, perciò, allorquando ancora l’autostrada legata alla città di Gorgia (Lentini), di Archimede (Siracusa) e di Caronda (Catania) era soltanto un sogno proibito, due erano le aree che avevano l’assoluta potestà di accesso sulle vie di comunicazione imperanti lungo la Statale 117: “l Ponte dei Malati “ (Città di Lentini, Provincia di Siracusa) e il “Ponte di Primosole” (Città di Catania). Va detto subito una cosa: nel momento stesso dello sbarco anglo-americano nel luglio del 1943 i due Ponti diventano, di colpo, i veri punti nodali di tutta la “Campagna di Sicilia”. Ma procediamo con ordine. Il Ponte del Malati, allorquando il 10 luglio del 1943 scatta veloce il giorno chiamato “D” dell’operazione HUSKY (cane da slitta siberiano: così in codice), anti “italo-tedesco”, inizia a vivere , da protagonista eccellente, la sua irripetibile avventura di guerra negli accadimenti del secondo conflitto cosmico. Nei piani di Montgomery, che guidava l’ottava amata britannica, la liberazione della Sicilia Orientale, vale a dire da Siracusa fino allo Stretto di Messina, passava innanzi tutto attraverso la conquista rapida dei due Poni in predicato. Sulla capitale importanza del “Ponte dei Malati” questo lo scritto di Sandro Attanasio nella sua “Sicilia senza Italia/ luglio-agosto 1943, Mursia ed. 1976”: “Questo Ponte, assieme a quello di Primosole, dava accesso alla Piana di Catania (ex Piana di Lentini o ex Campi Lestrigoni), ed era indispensabile averne il possesso per consentire la rapida avanzata della 50^ divisione britannica. Carlo D’Este (“1943 - Lo sbarco in Sicilia, Le Scie, Mondadori ed. 1990), sullo stesso argomento entra in questi termini nel merito della situazione: “Il Ponte e la relativa strada rialzata comprendevano circa trecento metri dalla strada 117, la via principale che collega Lentini a Catania, e che era l’unica via diretta per il Ponte di Primosolo. La sua cattura era obbligatoria se si volevano rispettare i tempi stabiliti da Montgomery”. A Catania Montgomery entra il 13 luglio 1943 al termine di durissimi combattimenti così come annotati acutamente da Francesco Renda (“Storia della Sicilia, vol. III, Sellerio ed. 1990”): “Il 13 di luglio fu il crocevia della seconda guerra mondiale; l’occupazione del Ponte dei Malati ad opera degli inglesi rappresentò, invece, nella strategia dell’invasione della Sicilia, il primo passo, importante ed emblematico, proiettato direttamente verso la via della caduta dell’Italia fascista”. A questo punto l’entrata in gioco dei Commandos inglesi di Durnford –Slater appare inevitabile. E così fu. Sbarcati, infatti, la notte del 13 nella spiaggia di Agnone Bagni, dalla Prince Albert quelli del Commandos n. 3 portarono a buon fine, in concomitanza con il lancio del paracadutisti, la pericolosa missione del Ponte di che trattasi. Racconta John Durnford-Stater , nella sua opera “Commando, London 1953”, che il Generale Montgomery, sinceramente addolorato per quanto era successo nel corso di quella valorosa operazione inglese, abbia dato la seguente indicazione: “Voglio che troviate il migliore scalpellino della città”. Ed ancora: “Voglio che sia incisa l’epigrafe Ponte del Commando n. 3 su un bel pezzo di pietra, e che questa pietra si murata sul Ponte”. Il Ponte dei Malati, sui morti inglesi, stava consegnando alla storia non solo britannica il seguente doloroso bilancio: 28 morti, 66 feriti, 59 dispersi. Dunque, quell’epigrafe, fortissimamente voluto da Montgomery con la scritta “3 Commando Bridge”, incisa su un bel muro di pietra murata nel vecchio Ponte, guardato ora a livello meramente museale, esiste ancora oggi.

Gianni Cannone, ex Sindaco della Città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 

Post del 18/11/2019

TITO LIVIO, PLINIO, L’AGRO LEONTINO, L’UVA MORGANTINA (O POMPEIANA) E LE TERRE MORGANTINE! E POI: DENTRO CARLENTINI L’AGROPOLI DELLA LENTINI ANTICA. ANTISTORICO!

Per molto tempo, nonostante l’autorità somma di Tito Livio che parla senza alcuna dubbiezza di Terre Morgantine e colloca tale problematica lungo il litorale recondito di Agnone Bagni (nelle vicinanze della millenaria Città di Lentini) anche l’ipotesi che vi potessero essere più città generate sotto la signoria dei Morget, (Pisano Baudo, “Storia di Lentini”, sintesi di facciata: popoli di origine asiatica che venuti in Sicilia occuparono un territorio antico che era stata fabbricato, secondo la leggenda, da Ercole fra il Simeto e il Teria), non trovava, di certo, alla fine, il riscontro debito se non alla stregua, al massimo, di un astuto beneficio d’inventario. Sennonché, presso Aidone, Provincia di Enna, e precisamente negli anni Cinquanta, veniva scoperta l’odierna Morgantina che, comunque, non poteva essere mai la “marittima” di liviano costrutto. Ma procediamo con ordine. In una bella pubblicazione Sellerio del 1991, dal titolo “Memorie sui vini siciliani”, l’autore Domenico Sensini dedica alla presenza vinicola nell’Agrum Leontinum questo memorabile quadretto simbolico: “Nobilissima e pregiatissima era l’uva morgantina, detta così dalla Città di Murganzio, poco discosta da quella di Lentini, Leontium degli antichi, la quale fu anche denominata Uva Pompeiana, come scrive Plinio nel libro quattordicesimo, capitolo 2”. Cosa aveva scritto Plinio nel volume suddetto a proposito dell’uva morgantina trapiantata in Campania con il dolce sigillo di Pompeiana? Ecco la “scrittura pliniana”, nomata “Le viti e il vino”, nel passaggio in cui tratta le contrade del Sorrentino fino al Vesuvio: “ Là, infatti, domina la murgantina, proveniente dalla Sicilia, chiamata da alcuni Pompeiana …”. In quanto, alla Morgantona, inoltre, la nota di Andrea Aragosti (Plinio “Storia naturale”) va incontro, gioco forza, a opinabili credenza: “La Morgantina è così detta da Murgantia, città della Sicilia orientale, di incerta localizzazione; tale uva, trapiantata poi nell’Agro di Pompei, assume il nome di pompeiana”. Andiamo avanti, pertanto, e senza un attimo di respiro, attraverso la narrazione liviana: “E li presso il feudo Murgo - scrive Biagio Pace - la Murganzio marittima ricavata da Livio (Arte e civiltà della Sicilia antica). Difatti Tito Livio sulle terre morgantine e sul “Porto Leontino” con le cento navi romane ospitate nella Murganzio sul mare non favoleggiava affatto (Livio XXXIV, 27, 5 “Ad Murgantium tum classem navium centum Romanus habebat …”). Dalle terre morgantine (ossia le presunte varie città lasciate in Sicilia dai Morgeti!) alle rarissime monete Morgantine dove, significativamente, nel rovescio di alcune medaglie c’è il leone leontino, la finestra è tanto breve quanto eloquente. Negli studi del Pisano Baudo (Storia di Lentini), del resto, c’è riportato che le monete di che trattasi “sono d’una esimia bellezza e del più grande modulo”. Hanno, perciò, nel diritto il capo galeato di Pallade con ornamenti elaboratissimi, mentre dietro di esse sta una civetta e dinanzi la epigrafe; nel rovescio il leone crinato che combatte il serpe. Insomma, attualmente, non solo il nome Murgo (ex feudo) ma anche una via Murganzio fanno parte integrante della storia vera della Lentini di ieri, di oggi, e volendo, anche di domani. Ad Agnone Bagni, nel subito dopo guerra, chi può ignorare l’esistenza storica del Lido Murganzio? Anche la stampa lentinese, di recente, (curatori editoriali encomiabili i fratelli Martines, Pippo e Salvatore), ha avuto il suo periodico locale colla testata magica di Murganzio. Non si scopre l’America quando si afferma che senza la coltivazione del passato ogni processo identitario (storico-archeologico-culturale) vicino alla tutela della radici, piaccia o non piaccia, va a farsi benedire. Cosa vuol dire, in effetti, la vivezza esplorativa dell’Agropoli di Leontìni (Metapiccola ad esempio!) all’interno del vissuto civile e sociale della pur giovane Carlentini con il suo territorio ammantato, vita natural durante, di Lentinità etico-paradigmatica? Una confessione, a nostro avviso, sgradevole, anacronistica e piuttosto antistorica, giunti al punto in cui siamo, va fortissimamente espletata! Che dire della Carlentini registrata allora con il pesante “privilegio” di città? Con un passato tronfio (Gli Asburgo,1515-1700) sorto necessariamente privo di territorio e con un futuro debole firmato “1857”, frutto di un indiscriminata spoliazione territoriale, non si compie, purtroppo, quel drammatico “evento-errore” di una politica antirisorgimentale, anacronistica e antistorica ? E’arrivato, possibilmente, il momento giusto perché le due comunità, Lentini e Carlentini, parlino lo stesso linguaggio sulla riunificazione territoriale, ponendo laboriosamente in essere la bontà di una sublime cultura patriotticamente e civilmente coese, con una popolazione di oltre 50 mila abitanti, mirante al riscatto della propria unica identità intellettuale, storica, politica e, infine, pure economica. Ma Carlentini che sin dalla nascita ha legato, legittimamente, il suo nome alla “fusione-rifondazione” tra Carlo V Imperatore e Lentini Città Stato antica, nobile e illustre, che, frattanto, come stemma ha sempre mantenuto il “leone leontino”, può pensare mai di essere chiamata soltanto “Di Carlo”? Cioè: Carlentini senza il nome di Lentini appresso porta non rischia, veramente, troppo come “Di Carlo” e basta?

Gianni Cannone, ex Sindaco della Città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 

Post del 09/11/2019

LA FERTILITA’ “STORICO-CULTURALE” DELLA SICILIA:
DIODORO SICULO E LA PIANA DI LENTINI DENTRO IL MONDO AGRICOLO ANTICO”
EVVIVA LA RIUNIFICAZIONE TERRITORIALE TRA LENTINI E CARLENTINI!

L’agricoltura, in ogni tempo, è stata sempre il riferimento prioritario della ricchezza della Sicilia in generale e del “Lentinese” in particolare. In epoche assai lontane, infatti, Aristotele non aveva avuto su ciò peli sulla lingua (cap. 18, 3 libro, ‘Natura degli animali’) allorquando raffigurava, in veloce sintesi, che i pascoli del Campi Lestrigoni (o Leontini), erano talmente feraci che gli stessi armenti correvano il rischio serio di morire per pinguedine. Allora apriamo, subitaneamente, una beffarda pagina legata proprio alla vera verità sopra una “vergognosa spoliazione” nel territorio lentinese, Anno 1817: arrivano e la riforma amministrativa e il decreto reale borbonico datato 14 ottobre dentro cui si sancisce la fine della tre valli di arabica memoria (val di Noto, val di Mazara e val Demone) per dare l’incipit ad una nuova divisione composta di sette valli (o province) in tal modo predisposte: Palermo, Messina, Catania, Siracusa, Girgenti (Agrigento). Caltanissetta e Trapani. Non poteva non esserci e l’esempio di mala signoria e l’atto indecente di una puzzolente “furbata” a tutto danno della popolazione leontina, che. in tutta sincerità, poco percepisce tra imbarazzi e perplessità, Del resto, l’attuale Piana di Catania (450 Kq circa di territorio lentinese!), conseguentemente, divenuta isola etnea, gestisce, adesso, connotati diversi da quelli originai, luccicando immeritatamente, nella forma e nella sostanza (storica e culture), all’interno dei leggendari Campi Lestrigoni o Leontini. Ma andiamo avanti. Diodoro Siculo è consapevole che proprio la terra di Sicilia, luogo sacro a Demetra e Core, generasse, in anteprima mondiale, il frutto di grano, e dopo tramite la bontà delle sue “ricett” si serve dei seguenti canti omerici (Odissea, IX, 109-111 - versione di Calzecchi Onesti): “ … ma lì inseminato e inarato tutto nasce; grano, orzo, viti che portano il vino nei grappoli e a loro gonfia la pioggia di Zeus”,. Il notissimo storico di Agira, detto l’Agirate, cioè Diodoro Siculo (n. intorno al 90/ m. nel 20 avanti Cristo), eleva, innanzi tutto, la Pianura di Lentini, chiaramente, a simbolo altissimo della fertilità siciliana. Queste le testuali parole diodoree: “Ed infatti nella Piana di Lentini e in molti altri luoghi della Sicilia nasce anche ora il cosiddetto grano selvatico”. La stessa notizia, autorevolmente, ripete molto più tardi il Fasello (n a Sciacca nel 1498/ m. a Palermo nel 1570): “E tutti gli antichi scrittori son convenuti d’accordo a dire che il primo grano che nascesse in Sicilia nacque per forza di natura da se medesimo. Perocché non solamente selvatico del Paese Leontino, come afferma Diodoro, ma ai miei tempi anche s’è veduto nascere non solo qui, ma anche in altri luoghi della Sicilia”. Nell’agro leontino, dunque, in un scenario così ben fotografato crescevano non solo l’orzo e il grano ma anche le famose viti. Argomentando, altresì, sulle viti, come si fa a non menzionare, a ragione, l’uva morgantina, ridente nel terre di che trattasi, in ricordo di un nutrito nucleo di Morgeti migranti, venuti a stabilirsi pacificamente nel “Lentinese”, in quella fascia marittima denominata Murganzio, riconosciuta “urbi et orbi”, da sempre, come il solo porto della Lentìni mitica? Insomma, la Città di Lentini, (di già indiscussa prima donna nel mercato arancicolo; patria e del celebre pensatore Gorgia, pontefice massimo nella grecità della Prima Sofistica e, successivamente, del Notaro Jacopo da Lentini, operoso costui sotto Federico II di Svevia, inventore del sonetto, Capo della Scuola Poetica Siciliana nonché Padre della Lingua Italiana delle origini), purtroppo, viene calcolata, come non mai, in crisi nebulosa cronica sia socialmente che eticamente, in virtù di una classe dirigente instancabile nel dissipare, tanto nella vita pubblica quanto in quella privata, attivismi spirituali e politici e, infine, anche e soprattutto, indistruttibili gioielli “storico-culturali” ereditati dagli invitti progenitori. La riunificazione territoriale, ormai, tra Lentini e Carlentini non è in fin dei conti un capriccio demenziale,. Con i penosi municipalismi, peraltro, antichi e moderni, non si tocca, di certo, nemmeno la saggezza sovrana. Diceva in vernacolo Ciccio Carrà Tringali, il mai scordato poeta dialettale siciliano, soprannominato dal popolo estimatore “lu spaccapetri di Lentini”, cose dolci e amare, così come segue: “Talia fra lu passatu e lu presenti/ granni è la differenza e fa pensari/ a lu passatu , è granni la tò storia/ ma oggi non hai chiù nienti di gloria”. Sic est.

Gianni Cannone, ex Sindaco della Città di Lentini, giornalista e scrittore.

 

Post del 30/10/2019

A LINA VERTMULLER, VECCHIA E NOBILE SIGNORA DEL CINEMA ITALIANO, IL “PREMIO OSCAR” ALLA CARRIERA.
RISORGE CON LEI, AIUTO REGISTA, IL FILM “ … e NAPOLI CANTA!” DI ARMANDO GROTTINI,
CON VIRNA LISI LISI E CON GIACOMO RONDINELLA, COPPIA, ALLORA, NUOVA, BELLA, BRAVA E VINCENTE.
Anno 2019, fine ottobre, a Hollywood, alla veneranda età di 91 anni, è stato, in ridente armonia, consegnato, meritatamente, alla celeberrima regista cinematografica italiana, Lina Wertmuller, un favoloso e commovente “Premio Oscar” alla carriera. Un attestato encomiabile questo che, sicuramente, dà lustro “socio-culturale” immenso all’italianità intera, a prescindere dalla presenza di finestre ideologiche di vario genere. A proposito, poi, della lunga vita artistica della carissima Lina Wertmuller, vale la pena tratteggiate, per sommi capi, un momento significativo del suo “io” legato, appunto, “all’incipit” artistico dell’autorevole personaggio di che trattasi menzionando, appositamente, quel documentario filmistico prezioso del 1953, storicamente importante dentro le mura del pianeta elegante della celluloide, dal titolo, tutto volutamente partenopeo, “ … e Napoli canta!”, per la regia di Armando Grottini e con la generosa produzione a firma di Antonio Ferrigno. Eccezionale e di una valenza professionale superba e soprattutto cosmica, ecco la fedele composizione, assolutamente azzeccata, degli interpreti di riferimento: Giacomo Rondinella (indimenticabile attore e cantante, di estrazione “siculo-napoletano”, in quel tempo molto popolare e pure infinitamente duttile in fatto di bravura somma), Virna Lisi (una piacevole scoperta lanciata, magistralmente, dall’illustre fuoriclasse messinese Giacomo Rondinella, mentre lei, futura reginetta dello schermo, canta il suo esordio, appena diciottenne, con “ … e Napoli canta!”), Carlo Giuffrè, Germana Paolieri, Pina Piovani, Tina Pica, Beniamino Maggio, Guglielmo Inglese, Franca Gandolfi (moglie di Domenico Modugno), Vittorio Andrè, ed inoltre, da sottolineare, a completamento di tutto, la partecipazione straordinaria dei cantati Mario Abate, Carla Boni e Gabriele Vanorio. Pertanto, giunti al punto in cui siamo, emerge, limpido e luminoso, tramite una attenta e puntuale documentazione, relativamente al “curriculum vitae” della neo “Premio Oscar” alla carriera, il seguente finale a sorpresa, gioiosamente e fortissimamente risuscitato: difatti, come aiuto regista di “… e Napoli canta!” appare, senza se e senza ma, il nome eclatante e virtuoso di Lina Wertmuller, oggi più che soddisfatta e felice, avendo tra le proprie mani il recente e prestigioso “oscar alla carriera”, di certo, stramessaggiato in una sintetica, possente e dilettevole radiosità. Ergo: sic est.
Gianni Cannone, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo

 

Post del 22/10/2019

IL NOTARO JACOPO DA LENTINI, INVENTORE DEL SONETTO TUTTO ITALIANO, PADRE DELLA LINGUA ITALIANA DELLE ORIGINI.
IL GIUDIZIO CRITICO DI DANTE E DI PETRARCA.
LENTINI ASPETTA SEMPRE IL FANCOBOLLO COMMEMORATIVO SUL CAPO DELLA SCUOLA POETICA SICILIANA

Sotto l’aquila Sveva di Federico II e la Sicilia e la città di Lentini acquistano peso e prestigio in ogni campo e del sapere e del sociale (Tredicesimo secolo dopo Cristo). Il poeta lentinese, cioè il Notaro Jacopo, ministro della politica culturale federiciana e Capo della Scuola Poetica Siciliana, fu dell’Amore il primo e il massimo teologo (si accreditano a re Federico e l’Università di Napoli e la Scuola Medica Salernitana). Qual era e qual è il giudizio critico di Dante Alighieri sui Siciliani di Jacopo da Lentini e ancora qual era e qual è quello di Francesco Petrarca? Incominciamo con Dante Alighieri. Ecco qual era e qual è il giudizio critico sui Siciliani di Jacopo nell’opera latina il “De Vulgari Eloquentia”: “Et quia regale solium erat Sicilia … E poiché il soglio regale era la Sicilia , è avvenuto che tutto ciò che i nostri predecessori hanno composto in volgare si chiami Siciliano e questo noi teniamo fermo; né i nostri posteri potranno cambiarlo”. E Francesco Petrarca, l’altra voce del Trecento letterario italiano? Ed ecco ora il giudizio critico del Petrarca sui Siciliani di Jacopo da Lentini attraverso alcuni versi del Trionfo d’Amore: “ Così, or quinci or quindi rimirando/ vidi gente ir per una verde piaggia/ pur d’amor volgarmente ragionando…”. E l’autore del Canzoniere, dopo avere passato in rassegna i nomi di tanti illustri predecessori, così conclude senza esitazione alcuna: “…e i Ciciliani che fur già primi…”. In ordine alla primogenitura siciliana della lingua italiana. possiamo dire, francamente, oggi come oggi, stando così le cose, che su questo svolgimento non c’è più partita, così come non c’è più partita sulla riconoscibilità di padre della lingua italiana. Vale la pena riportare, sulla base di studi rigorosi e non più riconducibili ad alcun taglio campanilistico, il profilo critico-letterario di Bruno Migliorini il quale nella sua pregiatissima “Storia della Lingua Italiana”, (Sansoni editore, Firenze 1984), si muove, senza offesa per nessuno, in questa ineguagliabile direzione: “E’ vero, e in un certo senso, l’espressione vulgata che chiama Dante <padre della lingua italiana> o l’altra, un po’ meno forte ma meno onorevole per cui il Petrarca lo chiamò (Sen.V,2) dux nostri eloquii vulgaris? Se è vero che da Giacomo da Lentini prende le mosse la lirica federiciana, perché questi titoli non dovrebbero spettare, invece, a lui?”. Perché questi titoli non dovrebbero spettare a lui, lamenta il Migliorini? Vale a dire al Notaro Jacopo? Ossia al Notaro Jacopo (o Giacomo) da Lentini, a cui va riconosciuto, ormai, senza alcuna possibilità di dubbiezza, il ruolo di padre della lingua italiana delle origini. Nella Magna Curia, dunque, il lentinese Jacopo, accreditato oggi, con estrema correttezza, padre della lingua italiana delle origini, viveva la “vita federiciana” dalla caratura internazionale con le mansioni di notaio imperiale. Inoltre, è giusto osservare che la citazione per eleganza di linguaggio fatta da Dante nel “De vulgari Eloquentia” con la canzone Madonna dir vi voglio denota, marcatamente, un attestato di palese meritocrazia che la dice lunga sul ruolo di assoluta grandezza del Siciliano Jacopo di Lentini dentro la Magna Curia. Quante volte Dante parla del Notaro? Scopriamolo insieme. Primo: nella Divina Commedia in cui Jacopo è per tutti il Notaro e basta. Secondo: nel De Vulgari Eloqunzia dove il Notaro, dopo essere stato messo in bella mostra ad esempio di chi tra i Pugliesi si diparte dal linguaggio del volgo, viene citato semplicemente tramite il titolo della sua canzone Madonna dir vi voglio. Terzo: nella Vita Nova allorquando il Notaro Jacopo da Lentini è esclusivamente lo primo che cominciò a dire di sì come poeta volgare. Il nome di Jacopo, praticamente, non c’è mai. Per tre volte c’è l’anonimato e per tre volte la persona di Jacopo viene rappresentata senza il nominativo identitario. Se Jacopo era nativo di Lentini, perché l’Alighieri lo inserisce in letteratura tra i Pugliesi? Una situazione analoga, insomma, non veniva raccontata per lo stesso Federico che, benché nato a Jesi, non si intercettava bene anche e soprattutto come l’Apulo? La città di Lentini, comunque, resta sempre in attesa dell’emissione, dovutamente, di un francobollo commemorativo in onore del suo illustre figlio, poeta e notaro (Consiglio Comunale di Lentini/ seduta del 7 febbraio 2013/ approvazione del deliberato sul francobollo per Jacopo e con voto unanime e per acclamazione/ Sindaco pro-tempore Alfio Mangiameli/ Presidente di quel massimo consesso cittadino Marcello Cormaci). Ergo: tu caro mondo culturalmente regale della filatelia nazionale coniugato col sapere sovrano, se ci sei batti un colpo! Sic est.

Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 

Post del 14/10/2019

ANNO 1999: ARRIVA UN EROICO MOVIMENTO CULTURALE PER LA RIUNIFICAZIONE TERRITORIALE TRA IL COMUNE DI LENTINI E QUELLO DI CARLENTINI

Il 1999 è un anno speciale, di certo incredibile, per la storia patria zonale all’interno del tessuto civile e sociale del “Lentinese”(Lentini, Carlentini e Francofonte)! Arriva, infatti, in un clima di attenzione a primo acchito non costruttivo, nel seno dei due comuni interessati, vale a dire Lentini e Carlentini, un eroico movimento culturale targato “Città di Leontìnoi”. Un evento storico davvero inusitato, legato alla riunificazione territoriale, con Lentini e Carlentini, finalmente assise insieme, sotto il segno unificante del mitico nome greco, ossia“Leontìnoi”. Attraverso un dipinto, veramente luminoso e futurista, del noto e bravo pittore lentinese, Franco Condorelli, si va a celebrare, pertanto, direttamente, un cotanto accadimento, dove il tema precipuo sarebbe proprio quello della riunificazione territoriale, con la trattazione di una Leontìnoi dai tre volti: Leontìnoi, città delle arance; Leontìnoi, città del Lago; Leontìnoi, città archeologica. Amare Lentini e la Lentinità, insomma, significa, innanzi tutto, sposare, senza mezzi termini, piaccia o non piaccia, i valori etici elevatissimi della riunificazione territoriale tra Lentini e Carlentini (una fortificazione quest’ultima sorta allora in avvertito stato di necessità, con il titolo di città come “privilegio” e con l’epiteto “roboante” di inespugnabile, dentro il territorio della vetustissima città di Lentini). In ordine alle due popolazioni in predicato, l’orizzonte del loro essere intimo radicato sulle radici comuni, avrebbe, subitaneamente, una carezzevole essenzialità ideale in cui si fonderebbero, egregiamente, pari condizioni economiche, giuridiche, educative, politiche, religiose e spirituali per via, tutto sommato, di un percorso e vantaggioso e anche sacrale. Quando si cancella ingenerosamente il passato, allora non c’è futuro per chicchessia. Il punto, praticamente, sta tutto qui: i Lentinesi e i Carlentinesi dovrebbero, in tal senso, recuperare serenamente le loro radici, ma per far questo occorrerebbe affrontare, umilmente e saggiamente, una volta per sempre, la questione territoriale. E’su queste vecchie e nuove basi contenutistiche che i “governanti” del terzo millennio di Lentini e di Carlentini dovrebbero misurarsi onde assaporare, meglio e bene, l’inizio di certezze senza paure. La popolazione leontina, giorno dopo giorno, ha sempre assistito, e passivamente e magari colpevolmente, non solo al depauperamento ma soprattutto all’ingiusto e arbitrario “frazionamento borbonico”, decretato “a ruota libera”(il Pisano Baudo docet!). Affiora, però, col nodo in gola e ripetutamente, quella verità scomodo e terribile che rimane, purtroppo, aperta in eterno: “La prima aspirazione degli antichi Carlentinesi fu certamente quella di attirare sul colle tutti i Lentinesi, e di vedere cancellato dalla carta geografica della Sicilia il nome di Lentini (Pisano Baudo, “La Città Carleontina”, tip. Scolari Lentini, edizione 1981). Qui, ogni ulteriore commento appare, e culturalmente e cristianamente, senza fiato e superfluo. Le intelligenze itineranti nel nostro territorio, comunque, mai sono state reticenti totalmente. Come dire: c’era una volta e, inoltre, come eravamo? Difatti, erano quelli i tempi del famoso Centro Studi “Notaro Jacopo”, un seminario assetato di sapere leontino e di consapevole dottanza nel mondo tuttora conosciuto! La buonanima di Giuseppe Voza, una delle voci più significative della finestra archeologica internazionali, provando ad encomiare e Lentini e lo spirito sapienziale dell’operosità virile del comprensorio suddetto ebbe ad emettere il seguente e non gratuito pronunciamento: “Ebbene, questi tre signori, e cioè Carlo Lo Presti, Calo Cicero e Alfio Sgalambro, si presentavano in Soprintendenza (a Siracusa NdA), si diceva ecco arrivano Alfio, Filadelfo e Cirino, i santi protettori di Lentini, che venivano a perorare, con la tenacia, la compitezza e il senso civico che li distingueva, la difesa dei beni culturali di questa zona” ( “Lentini antica”, a cura di Massimo Frasca e Francesco Sgalambro, Comune di Lentini, Rotary Club Lentini, 1987). Ergo: evviva la riunificazione territoriale, pacifica e condivisa, tra Lentini e Carlentini! Sic est. Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 

Post del 07/10/2019

LA CITTA’ DI LENTINI CAPITALE UNIVERSALE DEL SONETTO LENTINIANO!

Con la fine del potere svevo, entrano nel governo dell’Isola con l’aiuto del Papato gli Angioini di Francia che, successivamente, vengono cacciati dalla Sicilia nell’ora del vespro, mentre la poesia dei Siciliani finisce ma non muore. Ora la domanda è una e una sola: come sono pervenute fino a noi le poesie dei Siciliani? Le poesie dei Siciliani sono arrivate sino a noi per mezzo di speciali codici di sicura provenienza toscana di fine secolo tredicesimo, dopo Cristo naturalmente.
I più conosciuti e, nello stesso tempo, i più quotati sono esattamente tre: il Codice Vaticano Latino 3793, il Codice Palatino 418, il Codice Laurenziano Rediano 9. Il Vaticano Latino, che comprende poesie che vanno dai Siciliani ai Siculo-Toscani, si compone di 24 fascicoli ed è diviso in 2 sezioni: nella prima parte le canzoni, nella seconda i sonetti. Qui Jacopo da Lentini viene collocato al primo posto come nella Divina Commedia. L’altro Codice, vale a dire il Palatino, che è l’unico che contiene illustrazioni con miniature di Scuola Fiorentina e che brilla in fatto di eleganza rispetto agli altri, ha nel suo seno canzoni, ballate e sonetti, dai Siciliani agli Stilnovisti. Il suddetto Codice custodisce una cosa tanto rara quanto preziosa, dalla finezza artistica unica, ossia la miniatura del Notaro Jacopo. Per quanto riguarda il Laurenziano Rediano 9, c’è da rilevare che esso è dedicato in maggior misura alla poesia di Guittone d’Arezzo. Resta chiarissimo che il ritorno ai versi purgatoriali dell’Alighieri rivolti al Notato non è un’affermazione casuale ma appartiene, come assioma sine qua non, all’incipit della lingua italiana delle origini. Jacopo da Lentini, infatti, è quel poeta che lasciato il latino nelle mani ormai malferme del potere e della cultura di marca clericale dell’età medievale, canta per primo, in volgare, a una società italica e laica in via di evoluzione, la natura dell’Amore:

“ Amor è un desio che ven da core
per abundanza di gran piacimento
e li occhi in prima generan l’Amore
e lo core li da nutrigamento “.

Questa è la prima quartina del sonetto “lentiniano” più famoso al Mondo, che s’intitola Amor è un desio che ven da core, e che nell’ultimo verso della seconda terzina semina soprattutto parole di pace: e questo Amor e regna fra la gente. Il poeta lentinese, ministro della cultura federiciana, fu dell’Amore il massimo teologo. Nella Corte di Federico II il Lentinese era, come funzionario il “notaio imperiale”, e come poeta il “Capo sella Scuola Poetca Siciliana”. Del rimatore di Lentini si annoverano ben 40 componimenti conosciuti e certi. Al Notaro va ascritto il merito dell’invenzione prestigiosa del sonetto che il Carducci nella sua creaturina Al sonetto osò definire acutamente: Questo breve e amplissimo … Onorare il sonetto con un altro sonetto diventa, alla lunga, un’esercitazione all’italiana storicamente qualificante. E Guido Gozzano, infatti, con il suo Elogio al sonetto, tesse, anche lui, fra gli altri, tramite un altro sonetto, una tela lentiniana singolare soprattutto quando arriva a dire negli ultimi tre versi della seconda terzina: O forma esatta più che ogn’altro mai/prodigio di parole di parole indistruttibili/come i vecchi gioielli ereditari!.Sonetto sarebbe praticamente sinonimo di suono dalle dimensioni piccole. Ma a Jacopo da Lentini di deve, più che il nome, la caratteristica strutturale del sonetto: due quartine e due terzine, meravigliosamente domiciliate dentro le mura di quattordici versi, in endecasillabo, cantano e continuano a cantare, nel bene e nel male, “e questo Amore regna fra la gente”. Il sonetto, grazie al Notaro Jacopo, nasce a Lentini, nella terra dove fioriscono gli agrumi, mentre l’elenco dei poeti che ha usato il “carme”del Lentinese sia in Sicilia, sia in Italia, sia in Europa che nel Mondo è interminabile. E Lentini, città delle arance per eccellenza, patria indimenticabile del celebre sofista Gorgia, risulta essere, alla fine, per mezzo di Jacopo, e capitale d’Italia della lingua italiana delle origine e pianeta universale di Sua Maestà il Sonetto. E Lentini sta a guardare … Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 

  Post del 01/10/2019

MORS TUA VITA MEA”! I CAMPANILISMI PORTANO SEMPRE VERGOGNE AMARE AI FINI DELLA RIUNIFICAZIOME TERRITORIALE, PACIFICA E CONDIVISA, TRA LENTINI E CARLENTINI!

Carlentini con il suo territorio nasce ufficialmente nel 1867, al tempo del Borbone Ferdinando II, ancora regnante sul trono delle Due Sicilie, ormai destinato al crepuscolo irreversibile. Nell’anno del Signore 2857, pertanto, questa vogliosa comunità carlentinese (ex territorio di Lentini nonché terra dalla civiltà millenaria: la “Grande Lentini”, evocata, a suo tempo, magistralmente, dal bravo giornalista pubblicista leontino Luca Marino) dovrebbe compiere circa 300 anni di vita civile e sociale. Praticamente alla Lentini totalmente “Risorgimentale”, subentrava un corpo civico carlentinese tutto “filo borbonico”! Con la formazione della neo Carlentini (in essere seppur col mero “privilegio” di città) avviene, contemporaneamente, la perdita gravissima di tre monumenti cardini e del suo passato e della sua storia e della sua cultura: a) la Leontìnoi dell’immenso Gorgia, descritta anche e soprattutto da Polibio; b) la Grande Necropoli Greca additata da Paolo Orsi tra Balate Zacco e Contrada Santuzzi; c) la parte del litorale jonico fissato come punto di partenza all’altezza del Fiume Lentini, volgarmente cantato come il “San Leonardo”. Non un territorio qualsiasi, espressione di reciproca concordanza, ma una vasta e ben mirata area territoriale dalla valenza simbolica altissima, sia sotto il profilo politico, che storico-socio- economico. Ecco filmata eticamente quella “Ingiusta e arbitraria decisione” che poteva tuonare acutamente, quale pesante denuncia di spoliazione sentita, senza mezzi termini, dal Pisano Baudo, storico di gran pregio di “cose leontine”! Date le varie “eccellenze”, legate allo sviluppo e alla tutela della “Lentinità”, giunge a meraviglia il monito di Santino Ragazzi, ex sindaco valente di Lentini, a favore “della valorizzazione delle potenzialità urbanistiche, economiche, sociali e culturali di entrambi i centri”: “Il Mare, il Lago di Lentini, la Ferrovia, Sigonella, la Zona Archeologica, diventerebbero patrimonio comune (“Leontìnoi oggo” del 4 dicembre 2007). E che pensare della SS Leonzio, la più antica e illustre squadra di calcio della Sicilia? La città di Lentini, colpita così duramente e dal regime borbonico e dai terremoti e, più ancora, immiserita, come non mai, nei gangli più nervosi del suo divenire umano, civile e sociale sopravvive e, al tempo stesso, gestisce in silenzio e dignitosamente la sua ingloriosa vivibilità. Nemmeno la Costituzione del 1812, che aboliva e il feudalesimo e lo strapotere del baronaggio siculo, poteva essere in grado di tratteggiare “evidenze” allarmanti e, piuttosto, nere! E nemmeno la successiva riforma politico-amminitrativa borbonica sulle valli poteva dettare equamente i meriti appropriati al cento per cento! Intanto non costituisce demerito proseguire. A Carlentini, fortunatamente solo sfiorata dal terremoto del 1963, nel quadro di un benedetto ripopolamento della città “seduta come privilegio” si percepisce l’attenzione dei Catanesi. Scrive, a tal uopo, il celebre scrittore Federico De Roberto (“Catania”, Brancato editore, 1987): “I Catanesi del 1693, deliberarono di emigrare dalla parte di Lentini; se non che, alla vecchia città stendendosi in pianura, nel fitto della malaria, preferirono la nuova Carlentini, la città moderna, che vantava la sua origine do quel grande Alcade di Spagna Carlo V”. In ordine al terremoto del 1967, il Pisano Baudo nella sua opera “La Città Carleontina” diffonde, a occhi aperti, e il terribile sisma del 1693 e l’episodio di un nudo e crudo campanilismo, sterile, deprimente e deprecabile fino all’infinito: “Ma il terremoto del nove e dell’undici gennaio 1963 parve volesse rialzare Carlentini, la quale dall’alto vedendo Lentini completamente fra le macerie, credette giunto il momento di esclamare Mors Tua Vita Mea”. Questa umiliante videata, “Mors Tua Vita Mea”, è ripresa anche dall’altro storico locale, Giovanni Bonfiglio, nel libro (ormai fuori commercio!) dal titolo “Tradizioni e vicende di Lentini”. Come mai cotanta oscurità intellettuale attorno alla “questione della riunificazione territoriale” tra Lentini e Carlentini? E’palese assai che senza la nomata della “Gorgiana Lentini” anche Carlentini, benché col “privilegio di città, rocambolescamente avito”, potrebbe avere un altro nome: o Di Carlo Alcade oppure Di Carlo e basta. “Cui prodest”? Sic est. Purtroppo ogni errore storico, orbato di obiettiva e disattenta lungimiranza, può non avere, di certo, sempre un “habitat” miracoloso. “Ergo”: evviva la riunificazione territoriale tra Lentini e Carlentini!

Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro nazionale in giornalismo.

 

Post del 23/09/2019

COME NASCE LA LINGUA ITALIANA? UNA CARA TESTIMONIANZA DI LENTINITA’.
IL NOTARO JACOPO DA LENTINI, CAPO DELLA SCUOLA POETICA SICILIANA AL TEMPO DI FEDERICO II DI SVEVIA, INVENTORE DEL SONETTO, PADRE DELLA LINQUA ITALIANA DELLE ORIGINI, ENTRA NELLA DIVINA COMMEDIA DI DANTE ALIGHIERI.

Come nasce la nostra lingua? Apriamo allora l’uscio della Divina Commedia di Dante Alighieri ed entriamo, piano piano, con curiosità viva, nel Purgatorio: capitolo ventiquattresimo, versi 55- 56-57. Vediamoli insieme: “ O frate, issa vegg’io, diss’elli, il nodo/ che il Notaro e Guittone e me ritenne/ di qua dal dolce stil movo, ch’io odo “. Questi tre versi sono la rappresentazione storica della genesi della letteratura italiana. Il primo della lista purgatoriale è Jacopo da Lentini, detto il Notaro per antonomasia, che viene messo davanti agli atri e come capo della Scuola Poetica Siciliana e come costruttore del pensiero linguistico nazionale già trasparente sotto il regno di Federico Secondo di Svevia e come inventore del sonetto. Subito dopo arriva il nome di Frate Guittone d’Arezzo, visto come “Leader” di primo piano della cosiddetta Scuola Siculo-Toscana o di transizione. Infine, per la prima volta nella storia della lingua italiana, appare il trittico “Dolce, Stil, Novo” che nel bolognese Guido Guinizzelli ha il suo iniziatore e la sua guida. Il personaggio che interloquisce con Dante sulle “Nuove Rime” è Maestro Bonagiunta Orbicciani da Lucca conosciuto, dapprima quale impenitente imitatore della poesia lentiniana e poi come un piccolo opportunista al servizio della “Linea di Transizione” dell’Aretino il quale, alla fine, verrà clamorosamente condannato nel “De Vulgari Eloquentia” dall’Alighieri per non aver mirato al volgare illustre. Va precisato, tuttavia, che detto incontro con colui che fore trasse le nuove rime, di dantesca autorità, ha un riscontro eternamente significativo grazie proprio alla Scuola Poetica Siciliana del Notaro Jacopo da Lentini. E’, in tal senso, che viene percepita l’ultima stanza della famosa “canzone”, tutta lentiniana, Meravigliosamente, dentro la quale le nuove rime ”Canzonetta novella/va canta nova cosa” diventano, implicitamente, punto di riferimento obbligatorio anche per due grossi campioni della grande cultura siciliana: il poeta Salvatore Quasimodo, già “Premio Nobel” per la letteratura italiana e il compianto scrittore di Sant’Agata di Militello, Vincenzo Consolo. Meravigliosamente, dunque, è un inno alla donna amata e, al tempo stesso, un atto d’amore sincero del Notaro nei confronti della sua città natale, Lentini:

“ Canzonetta novella,
và canta nova cosa,
levati da maitino
davanti a la più bella,
fiore d’ogni amorosa,
binda più c’auro fino.
Lo vostro amor, c’è caro,
donatelo al Notaro
ch’è nato da Lentino ”.

Per il Notaro Jacopo, pertanto, alla luce delle premesse vestite con l’abito poetico, si avverte, giorno dopo giorno, il riconoscimento di una missione speciale che lo porta ad essere il simbolo perfetto della Scuola Poetica Siciliana capace di concepire l’esistenza e l’essenza dello Stato Federiciano proteso, attraverso la fantastica Corte, cosmopolita e quasi sempre itinerante, verso la prima sintesi linguistica, politica e territoriale d’Italia. L’edificazione di una comunità nazionale laica fu, in realtà, il tormentato percorso intrapreso, con indomabile fede, dalla politica culturale federiciana illuminata, continuamente e devotamente, dall’artista-funzionario, diligente e fedele, di Lentini. Una “lungimiranza sveva” carismatica, addobbata in maniera superlativa, nella previsione di un futuro ancora da lontano, destinato, comunque, a diventare tutto italiano!

Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro in giornalismo.

 

  Post del 20/09/2019

SCOPERTE EPOCALI DEL GIORNALISTA E SCRITTORE GIANNI CANNONE:
* IL NOTARO JACOPO DA LENTINI ANELAVA IL PARADISO MA DANTE LO COLLOCA NEL PURGATORIO! * LA STORIA INCOMPIUTA DELLA EMISSIONE DI UN FRANCOBOLLO COMMEMORATIVO SUL FEDERICIANO POETA LENTINESE!
Ogni segmento descritto in questa avventura giornalistica non è possibile trovare in alcun testo di letteratura e italiana e straniera. Fotografiamo, pertanto, l’incipit dialogante circa la scoperta, secondo noi eclatante, davvero epocale: Dante Alighieri colloca Jacopo da Lentini nel Purgatorio, nella cornice dei golosi. Ora il punto è uno e uno solo: siamo davvero sicuri che erano proprio queste le aspirazioni vere dell’artista-funzionario lentinese Notaro Jacopo? Sentiamo allora cosa dice lo stesso Notaro nella prima quartina del celebre sonetto dal titolo Io m’aggio posto in core a Dio servire che tanto intrigò persino Benedetto Croce: “ Io m’aggio posto in core a Dio servire/ com’io potesse gire in Paradiso/ al santo loco c’aggio audito dire/ u’ si mantien solazzo, gioco e riso? “. Dunque il Notaro, contrariamente alla collocazione dantesca, anelava ardentemente andare in Paradiso, al santo loco c’aggio udito dire / u’ si mantien sollazzo, gioco e riso?. Ma poteva il Capo della Scuola Poetica Siciliana, Notaro imperiale nella Corte ghibellina di Re Federico II di Svevia, laica e non cattolica, andare a finire Lui in Paradiso? Assolutamente “no”. E allora? E allora per il Notaro Jacopo da Lentini si applica, di proposito, lo stratagemma del filo direttamente programmato consapevolmente: non il Paradiso come desiderava il Lentinese, ma ovviamente neppure l’Inferno. Quale, perciò, la soluzione da trovare per il Capo della Suola Poetica Siciliana? A questo punto l’Alighieri nei confronti di Jacopo da Lentini istituzionalizza, responsabilmente, un “seggio” purgatoriale sicuro, tra i golosi, da dove parte, solenne e fonte, forte e solenne, in prima assoluto, l’annuncio ufficiale della nascita del Dolce Stil Novo. La questione, in effetti, non finisce qui perchè è sulla Scuola Sicula-Toscana e su Guittone che, adesso, si abbattono, inesorabilmente, gli strali danteschi. E se da un lato a carico della poesia della “transizione” pende, verosimilmente, la scomunica da parte del Grande Fiorentino, cioè di Dante, dall’altro è addirittura irreversibile anche l’anatema dell’Alighieri per Guittone (ossia per il capo corrente) accusato apertamente di fare proselitismo in disaccordo strategico con le “Nuove Rime”. Un Trecento letterario che presenta, se così si può dire, le seguenti peculiarità: a) declassamento della Scuola Siculo-Toscana per non aver mirato al volgare illustre (De Vulgari Eloquentia); b) biasimo per Guittone e per i Guittoniani perché rimasti, colpevolmente, di qua del Dolce Stil Novo (Divina Commedia). Scattano ora anche due verità storico-letterarie all’interno di un‘unica chiave di lettura che riconosce irrinunciabile l’eredità della Scuola Poetica Siciliana di Jacopo da Lentini. La “prima verità” è quella individuata in questo scritto come novità assoluta e senza remore: in tale fascia poetica ecco svelato, una volta per tutte, il mistero del posto nel Purgatorio, tra i golosi, del Notaro Jacopo da Lentini; la “seconda verità” è quella intesa come navigazione non più silente e non più aderente ciecamente alla rotta dell’interpretazione arcaica: in questa circostanza ecco denudata la problematica legata al “nodo” da sciogliere, considerato che, ormai, si capisce meravigliosamente bene, che non poteva essere che il Notaro, e soltanto il Notaro Jacopo da Lentini, e non altri, in nome e per conto della Scuola Poetica Siciliana, colui il quale ritenne di qua del Dolce Sil Novo e Guittone e Bonagiunta. Una annotazione ancora: il Consiglio Comunale della città di Lentini, (Sindaco pro-tempore Alfio Mangiameli/ Marcello Cormaci, Presidente del Massimo Consesso Cittadino), nel frattempo, approvava, con voto unanime, nella seduta del 7-2-2013, il deliberato relativo all’emissione di un francobollo commemorativo dedicato specificatamente al Notaro Jacopo da Lentini, capo della scuola poetica siciliana al tempo di Federico II di Svevia, inventore del Sonetto, padre nobile della lingua italiana delle origini: ma, da parte di chi di competenza, fino ad oggi, tutto incredibilmente tace. Viva il francobollo sul Notaro Jacopo da Lentini! Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro in giornalismo.

 

Post del 12/09/2019

LA RIUNIFICAZIONE TERRITORIALE TRA LENTINI E CARLENTINI SOTTO IL SEGNO FECONDO DELLA LENTINITA’ ETERNA!

Qui emerge, istantaneamente, la volontà alta della ricerca appassionata di una morale legata alla questione territoriale tra Lentini e Carlentini che va esplorata, sempre e comunque, nell’interesse superione della Lentinità, nonché della riunificazione fra due comunità in predicato, sotto il segnacolo spiritualmente unificante e magari condiviso in onore della nobile e vetusta Leontìnoi. Dentro l’Ellade (ante, durante e post Pericle), per quanto concerne, pertanto, la città greca di Leontìnoi, patria dell’insigne pensatore universale, Filippo Gorgia, padre corposo della Prima Sofistica, vessillifera con la preminenza culturale Jonica, uno scatto intellettuale, di rigorosa maturità e saggezza, si impone, relativamente ai suddetti controversi abitatori, onde evitare il realizzo paradossale e devastante e di memorie da non disperdere facile e paurosamente e di radici identitarie malamente tenute in essere passivamente. Sentiamo, intanto, cosa ci fa sapere lo storico Jan Paul Dumont (La Philosophie antique, Xenia edizione, Paris 1993) a proposito dei momenti aurorali ed esistenziali delle civiltà nel mondo: “Così nel periodo arcaico al VI secolo, la Jonia costituisce il principale focolaio della cultura ellenica, presto sostituita dalla Sicilia greca di Siracusa, Leonzio (Lentini n.d.a), Agrigento, e l’Italia di Crotone e di Elea …”. Dunque, ecco il primitivo e inequivocabile messaggio cosmico di quegli illuminati padri fondatori: Leonzio! Attualmente, con tale nome viene gestita in Lentini la più antica squadra di calcio della Sicilia. “Leonzio, il nome dato alla squadra che rappresenta i colori della antica città di Lentini, è derivata dall’antica Leontìnoi, città della Magna Grecia in Sicilia, fondata (vedi Teocle ecista: gran sacerdote e primiero condottiero nda) intorno all’VIII sec. a.C.”. Queste cose ce le racconta bene il compianto commediografo lentinese Carlo Lo Presti, (il Cine-Teatro Comunale, ex Odeon, per volontà unanime del consiglio civico di Lentini - amministrazione “Salvatore Raiti” - ormai porta il suo nome!), nella pubblicazione nata nella locale Tipografia Scolari nel 1958, sponsorizzata dall’entusiasmo del cavaliere Salvatore Piccione, leggendario presidente della S.S. Leonzio di quei tempi. Come non ricordare, a questo punto, le imprese del sensazionale trascorso “bianconero” (questo riferimento ci rammenta, per la precisione, i colori ufficiali e mai traditi delle maglie addosso ai giocatori leontine!)? Come si fa a non trasmettere ai posteri che la S. S. Leonzio durante la sua lunga storia calcistica ha avuto dirigenti illustri (tutti passati, ora, a miglior vita!) quali il filosofo internazionale Manlio Sgalambro, il giornalista, scrittore e commediografo Carlo Lo Presti e, inoltre, un allenatore di gran pregio, popolarissimo ed elettrizzante, come Oranzo Pugliese? Nei nostri scritti si va quasi sempre indietro per andare avanti. Difatti, davanti agli occhi brilla, in forma stabile, l’anno 1844, quando circa due quinti del territorio di Lentini furono “donati”, con “ingiusta e arbitraria decisione” (così annota non misteriosamente il Pisano Baudo, ossia il massimo storico siciliano di cose leontine nella sua monumentale storia sopra Lentini) alla popolazione carlentinese. Si deve aspettare, però, la data del 2 gennaio 1857, per il decreto finale. Il passaggio delle consegne in ordine alle scoperture territoriali tra le due formazioni in campo (sindaci: Alfio Monaco per Carlentini e Francesco Carmito Bonfiglio per Lentini) avviene nel mese di aprile della stesso anno. Tutto ciò in coincidenza con gli ultimi drammatici avvenimenti storici e amministrativi assai caotici dell’era borbonica. Una “spoliazione borbonica” perennemente assurda! Tuttavia si tira innanzi: “Ingiusta e arbitraria decisione”, un verdetto ridicolo! Il leontino Pisano Paudo, infatti, senza peli sulla lingua, sentenzia ma non assolve. Praticamente alla Lentini risorgimentale e antiborbonica veniva estirpato dalla Carlentini “filo- borbonica”, con un atto tipicamente autoritario, una fetta amplissima di territorio leontino, pari a circa160 Kq di superficie, dalle radici “storico-cuturali” irrinunciabili e, a nostro avviso, non negoziabili. Quando nasce Carlentini con il suo territorio? Esattamente nel 1857, e non prima, in quanto allora, creando quella classe dominante la “Carlentini Fortezza”, sapeva ciò che faceva. Questa era la cosa consacrata: niente territorio e niente “seggio” in quel Parlamento. Con accenti sarcastici, si potrebbe così concludere : dura lex sed lex! Viene alla luce, in tal modo, irrazionalmente, il fortilizio di Carlentini (Lentini città storica per eccellenza unita al suo fondatore simbolico, vale a dire Carlo V Imperatore) col titolo di città, ma solamente “come privilegio”, limitato alla difesa strategica di Lentini, della Lentinità e di tutta la fascia costiera meridionale della Sicilia Jonica. Senza la riunificazione territoriale, però, la città di Lentini, con il suo onorevole passato e le sue gloriose vestigia, da sola essa non basta più per ripristinare e orgoglio e lavoro e progresso e fantasia e virtù. Come si debbono interpretare queste parole, autorevoli, forti e drammaticamente pungenti, del Pisano Baudo (La Città Carleontina, tipografia Scolari, edizione 1981 ), dedicate, peraltro, alla carissima mamma, nativa proprio di Carlentini? Ergo: “La prima aspirazione degli antichi Carlentinesi fu certamente quella di attirate sul colle tutti i Lentinesi, e di vedere cancellato dalla carta geografica della Sicilia il nome di Lentini”. Perché?

Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore.

 

Post del 12/09/2019

VITTORIO NISI: UNA LAUREA CHE ONORA LENTINI E LA LENTINITA’

Siamo dentro l’anno accademico 2018/2019, l’Università degli Studi è quella di Messina, di stanza all’interno della Facoltà di Medicina e Chirurgia, mentre il Corso di Laurea assolutamente Specialistica in Scienze delle Professioni Sanitarie della Riabilitazione si avvale della Presidenza del professore Fausto Famà (C.I. di Metodologia della ricerca e della riabilitazione). In questo creativo contesto nazionale, non certo facile o semplice, giorno 18 del mese di Luglio della corrente stagione, Vittorio Nisi ha conseguito la sua importantissima laurea presso l’Ateneo messinese con il punteggio di 101 su 110, affrontando una tematica non di fiabesca, ma oggi si può affermare con tranquillità, di scottante attualità. Relatore partecipativo ed autorevole il Ch.mo Professore Salvatore Morgante. “Scopo del presente lavoro - così esordisce il giovane neo laureato Vittorio Nisi, tra la gioia e il comprensibile compiacimento dei familiari e degli amici vicini e lontani - è quello di riuscire a creare un quadro della attuale situazione delle Residenze Sanitarie Assistenziali, vagliando pregi e difetti: effettuare un’analisi attenta del contesto e dei servizi, delle modalità della prestazione e dei suoi perché, tale da consentire al lettore di sviluppare delle riflessioni pertinenti”. Tutto qui? Certamente no, in quanto il viaggio storico-culturale-sociale, non emergenziale, di Vittorio Nisi prosegue senza sosta e convintamente. Insomma chi vivrà vedrà! Ritornando, poi, alla tesi di laurea va rilevato che essa consta di 66 pagine, di quattro significativi capitoli ed è dotata di una biografia molto attenta, completa e diligentemente compiuta. Una giornata radiosa anche e soprattutto per i genitori Giovanni Nisi e Antonella Giannetto, commossi e gioiosamente appagati. Nella Lentini odierna, quasi disattenta, ma sempre carica di buoni propositi, sentiti, vivissimi e corali giungono i rallegramenti, di sicuro, non del tutto scontati, per il novello dottore Vittorio Nisi! Ergo: una laurea di un profondo e costante spirito umanitario, quella di Vittorio Nisi, che onora Lentini e Lentinità. Un inno vero e proprio rivolto al mondo della fisioterapia! Sic est.

Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore, medaglia d’oro in giornalismo.

 

Post del 03/09/2019

DOPO LO SPECIALE DI CAROSELLO NAPOLETANO IL GRAZIE DI GIACOMO RONDINELLA

IL CASO RONDINELLA”: OMAGGIO CULTURALMUSICALE BIS ALL’EX “DIVO” GIACOMO RONDINELLA (n. a Messina il 28 agosto 1929 – m. a Fonte Nuova ‘Roma’ il 28 febbraio 2012): celebre cantante e attore italiano assai popolare negli anni 40/50/60. Dopo il dilettevole grazie, cortese, sentito e gentile, di GIACOMO RONDINELLA, (l’affascinante e travolgente mattatore “siculo-napoletano” del pianeta artistico musicale partenopeo internazionale - allora (2006) ancora tra gli illustri vivente!), al periodico di storia locale e di politica culturale “Leontìnoi oggi”, riguardante lo “speciale” su “Carosello Napoletano” del mitico Ettore Giannini alla regia, ecco, ora, in versione originale e allegata, la pubblicazione integrale del numero di settembre del 2006, attestante la valenza immensa in fatto di beltà e di bravura di GIACOMO RONDINELLA, uno degli interpreti più acclamati, più onorati e più richiesti delle canzoni napoletane classiche (Cinema, Teatro, Televisione ed anche oltre …) di quel glorioso passato, irripetibile ed unico. Il sommo regista italiano Roberto Rossellini lo chiama per curare la colonna sonora nel leggendario film francese “Viaggio in Italia”. Lo stesso Rossellini lo vuole protagonista, insieme con Totò, nel monumentale documentario cinematografico “Dov’è la libertà?”. Il bravissimo cantante e attore GIACOMO RONDINELLA non ha mai vinto né il festival di Sanremo, né quello di Napoli: ma questa criticità per i “grandissimi” non costituisce affatto demerito alcuno, anzi, nella fattispecie, può essere rispondente tutto il contrario. Ma andiamo avanti. L’invincibile Eduardo lo inserisce, a ragion veduta e diligentemente, nella sua insuperabile opera cinematografica “Napoli Milionaria”, un filmato chiaramente epico anche se storicamente struggente. Perché, insomma, la colpevole e persistente stanza del non ricordo, anche televisivo, nei confronti di GIACOMO RONDINELLA, maestoso emblema di godibilità civilmente democratica? Di lui (voce bella e possente, dal falsetto arcano), rimangono testimonianze ineguagliabili che fanno testo “etico-paradigmatico” incantevole, e nella storia del cinema, e del teatro, e del teatro di rivista, e del teatro operettistico televisivo della Rai, (“Scugnizza” del notissimo duo “Lombardo-Costa” docet!) e della canzone. Tocca, comunque, alle Istituzioni che contano, salvaguardare, a tutti i livelli, il patrimonio storico-fattuale-ambientale-culturale-musicale- lasciato in eredità ai napoletani progenitori, che danno lustro, continuità e circolarità, sia alla tradizione generosamente avita, quanto alla solare immortalità delle fantastiche melodie di Napoli canterina proiettata, con responsabile vivezza creativa, oltre il veloce presente, con scoppiettante competenza e indicibile onestà di intenti. In tale non facile contesto, tutte le categorie operative interessate, possono e debbono, stare insieme e uniti in perfetta simbiosi, dove lavoro, occupazione, canzoni e letteratura, assetati di cose non passeggere, concorrono per un futuro, diverso e migliore, nel seno della cosiddetta “Città Canora”. Vale la pena, inoltre, rammentare che, per saperne di più esiste, allo stato attuale, fortunatamente, a vantaggio della “napolitanità” globale, il più versatile, moderno, geniale, eroico e impagabile “custode educatore” delle sue impareggiabili e preziose memorie, che risponde al credo fideistico universale, tanto per essere meno oscuri, piaccia o non piaccia, di Salvatore Pirrone, (seguace fedele pure di FB), detto Turi per i tanti “rondonelliani” amici, puri e duri, che fino ad oggi sono stati degli “estimatori-ammiratori” (uomini e donne, grandi e piccini: a iosa!), mai clandestini nella tutela della dignità più elevata, di quel fenomeno regale, messinese di nascita casualmente, ossia di GIACOMO RONDINELLA, superbamente riferito, sempre e comunque, solamente per sommi capi. Giunti al punto in cui siamo, è possibile ampliare lo sguardo oltre la stessa Napoli, capitale morale del bel canto? Ma la filosofia “dell’oblio” verso il “personaggio simbolo” di “Carosello Napoletano”, (da parte di “ignoti”), ripiena di croce e delizia attraverso musicalità stabilmente in voga (Malafemmina, Munasterio ‘e Santa Chiara, Zappatore, Guapparia, Lacrime napolitane, Terra straniera, Stornellatore …), nonché dei vari film accorati e belle in odore continuo di ridente contemporaneità, a chi esattamente giova? Il caso di “Rondinella obliato”, è o non è mera miopia deflagrante e antinapoletana e antirondinelliana? Abbasso gli opportunisti! Viva la libertà!

Gianni Cannone, giornalista e scrittore, medaglia d’oro in giornalismo.

 

Post del 23/07/2019

29 MARZO 1981: ANDREA CAMILLERI GIUNGE A LENTINI, LA CITTA’ DI GORGIA, PADRE DELLA PRIMA SOFISTICA, E CURA LA REGIA DELLA COMMEDIA “I CAMALEONTI” DEL COMMEDIOGRAFO LENTINESE CARLO LO PRESTI

Come eravamo nella città di Lentini circa quaranta anni addietro? Andiamo, quindi, per un attimo, a ritroso. L’episodio topico è uno di quelli che non tanto facilmente si possono dimenticare e, non casualmente, porta il nome accattivante di “Stagione culturale 1981”. In quell’anno, assai speciale, avviene un “evento incredibile”, forse mai più avvertibile: le istituzioni comunali e i cittadini diventano, per l’occasione, improvvisamente, un tutto unico e armonico. Il momento partecipativo tra le parti in causa (politiche, civili e religiose) è decisamente corale. Con quale produzione civico e sociale, nomata “Estate Culturale Leontina”, l’Amministrazione Comunale dell’epoca (l’avvocato Giacomo Capizzi - primo cittadino/ il giornalista e scrittore Gianni Cannone - assessore alla cultura) si presentava alla propria gente per riscuotere quel vasto consenso di critica e di pubblico, al di sopra e al di fuori, delle fortissime e veementi coloriture politiche indigene?
In questa città antichissima, quale è Lentini, di lontanissima estrazione ionica, da sempre altamente politicizzata, in quanto la gran parte degli abitatori si considera, a torto o a ragione, ancora oggi, figlia spirituale e sapienziale del celebre “retore-oratore-sofista-filosofo” Gorgia, padre della prima sofistica, anche un avvenimento, seppure importante, siglato, appunto,“Stagione Culturale Leontina”, è ovvio procacciare nella popolazione immediati istinti attivamente suggestivi, anche se misteriosamente incontrollabili. Esplode, insomma, come per uno strano sortilegio, “uno spettacolo nello spettacolo”! Sotto la spinta di una straripante mobilitazione popolare, assetata di emozionanti novità culturali e teatrali, si addiviene, saggiamente e responsabilmente, a un pensare positivo, stupefacente e coinvolgente, essenzialmente sorprendente e senza oscure contraddizioni.
L’ex “Odeon”, allo stato Cine-Teatro Comunale “Carlo Lo Presti” (Provvedimento deliberativo unanime del Consiglio Comunale della Città di Lentini n. 211 del 18 novembre 1996 – Amm.ne benemerita targata “Salvatore Raiti”), è il magico palcoscenico per la realizzazione ideale e patriottica di cotanta platea, fatta e di cultura e di intrattenimento. Ecco splendere di vigorosa ammirazione, significativamente, la commedia “Il Camaleonte” al fine di rendere fertile omaggio mai compianto abbastanza concittadino Carlo Lo Presti. La regia è del grande Andrea Camilleri (recentemente scomparso, ma il quel tempo “firma” poco nota) che, a proposito della fatica “loprestiana”, abbozza il seguente pronunciamento critico: “Scritta nel 1948, la commedia si muove, senza mai stabilire l’esatto confine tra il reale e il sogno con il preciso intendimento di creare, alla fine, una ‘confusione’ che forse rappresenta il principio di tutte le cose, come contrapposto a precisione e chiarezza …”. Parole concise, rapide e compiute che lasciano segni indelebili e che trasportano, piacevolmente, lo spettatore nella direzione giusta e penetrante, vicina assai alla valenza “artistico-letteraria” somma dell’opera di Lo Presti, cioé “I Camaleonti”.
Per dovere di cronaca aggiungiamo, sommessamente, che lo stesso maestro Camilleri, illustre 93enne siciliano di Porto Empedocle (n. il 6 ottobre 1953/ m. il 17 luglio 2019 a Roma, presso l’Ospedale di Santo Spirito) si trovava a Lentini, eccezionalmente, in quella gloriosa stagione culturale, per conto della Compagnia Stabile “Piccolo Teatro Pirandelliano Città di Agrigento”.
Un particolare nobile, inoltre, da registrare: a commemorare Carlo Lo Presti, con intelligenza, affetto e competenza, ci pensava l’avvocato Pippo Centamore (una figura gradevole di segretario generale all’interno del Comune di Lentini: memorabili, con applausi a scena aperta, restano i suoi verbali redatti durante ogni seduta del Consiglio Comunale! L’aula consiliare, secondo noi, dovrebbe essere dedicato proprio a lui, senza se e senza ma!). Per la città di Lentini possiamo liberamente e tranquillamente concludere che il 1981 è stato un anno gravido di “lumi” esaltanti. E tutto ciò brilla costantemente, scevro di ideologie, perché la “cultura”, così concepita, non potrà essere mai al di sotto della “politica”! Dunque, a nostro avviso, dietro Pirandello, Sciascia, Camilleri e Carlo Lo Presti non c’è, dulcis in fundo, palpitante, possente e dominante, il perenne linguaggio “sofistico-filosofico”, laico, politico, e per di più universale, di Gorgia da Leontìnoi (Quinto secolo avanti Cristo)? Ergo: sic est.

Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini.

 

Post del 23/06/2019

DENTRO LA SICILIANITA’: LENTINI O CARLENTINI O DI CARLO V ?

Nella Sicilia delle tre valli (val di Mazara, val Demone e val di Noto) è quella di Noto che nel terremoto del 1693 subisce i maggiori danneggiamenti. La città di Lentini (allora in val di Noto) si trova ad essere colpita copiosamente. Vivere oggi, tra Lentini e Carlentini, nel cuore della storia e della geografia della riunificazione territoriale, è un nodo sempre attuale e, comunque, non tanto facile da essere sciolto senza l’ausilio del buon senso. Incominciamo, perciò, col dire che nessun mortale può uccidere la storia vera! Il Gonzaga che incontriamo Viceré di Sicilia nel 1546 è ancora in servizio allorquando la città di Gorgia è distrutta quasi interamente dal sisma del 1542: i due castelli federiciani di Riccardo da Lentini (Castrum vetus e Castellum novum) vengono narrati alla stregua di un ammasso di rovine. Ora, è Giovanni Vega, successore del Gonzaga, che ha il compito strategico di gestire l’emergenza, vale a dire costruire “ex novo” un “quartiere fortezza” . E’ vero che nella politica economico-finanziaria spagnola non c’era più spazio per una riedificazione organica dei due castelli svevi, ma è altrettanto vero che si temevano le razzie dei Turchi pronti a sbarcare, improvvisamente e pericolosamente, sulle coste ioniche, avendo nella Lentini leggendaria il primo bersaglio prediletto. Ma come, quando e perché nasce Carlentini con il suo territorio? Semplice: Carlentini con il suo territorio sorge, effettivamente, nel1857, al tempo del Borbone Ferdinando II, assiso ancora sul trono del morente regno delle due Sicilie. C’è da registrare, subitaneamente, che il sicuro nascimento di Carlentini esplode, nell’anno 1552 (diploma datato Messina 31 agosto 1551). Carlentini ruggisce, ma rimane nel suo dilemma imperiale: essendo stata concepita senza territorio, essa non avrebbe potuto mai avere, giuridicamente parlando, il seggio all’interno del Parlamento borbonico. Venuta alla luce, come “quartiere fortezza”, a tutela della città di Lentini e della sua Lentinità eterna, la nuova e giovane colonia di Lentini, ovvero Carlentini, nomata orgogliosamente “cesarea” (Carlo Quinto Imperante e Joan De Vega Vicerè di Sicilia, attori firmatari), spiccava il volo terminale sul colle La Meta, sopra Lentini, con il “privilegio” di Città e con l’epiteto, a mio avviso, goffo e ridicolo, “d’inespugnabile”. Alla Lentini dei viceré spagnoli, città amplissima e senatoriale, superba detentrice di otto quartieri preesistenti collegati con altrettante parrocchie cittadine, aggiungeva, adesso, nel suo seno, dopo i terremoti (1542/1693), anche il “nono quartiere” da appellarsi, appunto, “Carlentini fortezza” . Si deve attendere, però, la data del 2 gennaio 1857 ai fini dell’emissione del relativo decreto reale. Il passaggio delle consegne territoriali tra le due formazioni in campo si effettua nel mese di aprile dello stesso anno. Questi i sindaci dell’epoca: Angelo Modica per Carlentini, Fracesco Carmito Bonfilio per Lentini. Praticamente si concretizzava per Lentini, “risorgimentale e antiborbonica”, a vantaggio di Carlentini “tutta filo-borbonica”, con un atto unilaterale e autoritaria dell’assolutismo regio, “l’implorato smembramento”. Una bella fetta, pari a due quinti del territorio leontino, dalle radici storico-culturali immortali, passava “in dono” alla comunità di Carlentini. Una “spoliazione”, certamente anacronistica, che si consumava mediante una “ingiusta e arbitraria decisione”. Parole pesanti come macigni e inquietanti! Così annota, con mirabile durezza e compostezza, lo storico lentinese, Pisano Baudo, nella sua monumentale pubblicazione sopra Lentini. Giova tenere nel debito conto, altresì, alcuni passi intrisi di ricordanze epocali: nel 1813 la Sicilia salutava la costituzione siciliana e dopo quella sicula-napoletana; nel 1815, in virtù del congresso antinapoleonico di Vienna, il deliberato finale santificava la restaurazione delle monarchie europee: al Borbone Ferdinando Primo toccava di essere insignito “re del regno delle due Sicilie”. Tra i numerosi provvedimenti di rilievo emergono e l’abolizione del feudalesimo e quello dei privilegi baronali, mentre i bracci parlamentari da tre diventano due. Viene garantita, inoltre, la libertà di stampa. Le depredazioni, purtroppo, nei riguardi della città di Lentini non finiscono mai. Questa, per sommi capi, e in quieta sintesi, la dinamica degli accadimenti: superata la vecchia ripartizione araba della tre valli, la Sicilia viene a trovarsi divisa (decreto reale borbonico 14 ottobre 1817) in sette province, o valli, o intendenze : Palermo, Messina, Catania, Siracusa, Girgenti (Agrigento), Caltanissetta e Trapani. Non poteva mancare l’ esempio (ma ce ne sono tanti!) di mala signoria ai danni di Lentini passato del tutto inosservate: l’immensa pianura leontina (i leggendari campi lestrigoni!), allocata “abusivamente” dentro la provincia etnea, si chiama, da oggi in poi, senza alcun pudore, “Piana di Catania”. Una vera e propria “truffa dell’assolutismo borbonica”! Facciamo, tuttavia, brevemente, un balzo in avanti: il 1820 è l’anno dei moti carbonari. Bisogna ricordare che già nel 1807, a Carlentini, con il “Partito dei Patrioti” c’era stata una votazione consiliare colla quale si chiedeva, eroicamente, la concessione “di qualche parte del territorio leontino”. Le cose si complicano con la rivoluzione del 1837, quella del colera. Da Siracusa parte il messaggio antiborbonico: il colera è borbonico, non asiatico. Il capoluogo da Siracusa, ribelle e inaffidabile, viene trasferito nella fedele Noto. La città di Lentini, risorgimentale e antiborbonica come Siracusa, resta immobile. I Siracusani, puniti con la perdita del titolo di Capo Valle da Ferdinando II nel 1837, per aver tentato la “rivolta del colera”, ottiene in via definitiva, vale a dire nel 1865, dal Parlamento della Nuova Italia, il ritorno del capoluogo da Noto a Siracusa. E Lentini, città apertamente non borbonica, dove si ritrova? La città di Lentini, pertanto, assiste, passivamente, e al depauperamento del suo tessuto socio-economico-identitario e, ancor di più, ai danni causati dall’assolutismo regio proprio in occasione del “borbonico frazionamento” del suo mitico e impareggiabile passato storico-culturale. Intanto arriva l’ora in cui si fa strada una “videata” assai discutibile: ci si accorge che la divisione del territorio è effettuata non per scelte condivise da entrambe le parti, ma piuttosto per via di un “rastrellamento” mirato, come nel caso del feudo Murgo del potentissimo barone Riso. Alla faccia del feudalesimo, costituzionalmente abolito! Insomma, Carlentini (alla vigilia “dell’occupazione” di una parte del territorio leontino, tanto agognato!), che già sin dalla nascita ha legato il suo nome alla fusione tra Carlo V Imperatore e Lentini città dei lestrigoni, di Gorgia e del notaro Jacopo, che come stemma ha scelto da sempre il “leone leontino”, può mai pensare di essere chiamata “Di Carlo” e basta? Dunque, come predicava il Manzoni: ai posteri l’ardua sentenza! “Dulcis in fundo”: con la zona archeologica di Lentìnoi, fermo restando le linee guida della L. R. n.20 del 2000, che si fa? Sic est.

GIANNI CANNONE, ex sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore.

 

Post del 06/06/2019

IL KOUROS DI LEONTINOI E L’ODISSEA DELLA RIUNIFICAZIONE

Ora tutti, con ridente pudore, concordano: meglio tardi che mai! Quindi, grazie alla buona volontà qualificata di personalità competenti e di organismi altamente responsabili a tutti i livelli (e locali, e provinciali, e regionali, e nazionali), non si potrà più affermare, a cuor leggere e come prima, quanto segue: orrenda la divisione del celebre fanciullo di marmo (o Kouros o Efobo) dell’antica e nobile città di Leontìnoi! E neppure continuare a mentire sopra cotanto accadimento: insomma, perché la statua marmorea di questo famoso fanciullo di Leontìnoi, storicamente annotata come ritrovamento tra la fine del Sesto e gli inizi del Quinto secolo avanti Cristo, subisce in queste giornate il definitivo processo di riunificazione artistica? In effetti, il Kouros di Leontìnoi, ora, dopo la paziente e riuscita ricostruzione, non è più acefalo. Per saperne qualcosa di più è necessario fare un cortese passo indietro. Come si poteva spiegare ai cultori di tutto mondo che il marmorea fanciullo della Leontìnoi ionica, ossia senza testa, veniva depositato nel museo “Paolo Orsi” della Siracusa dorica, nel parco di “Villa Landolina”, invece di essere messo a gridare giustizia dentro la casa museale di Lentini?

E a Catania, con quale criterio poteva essere esibita, in quel luogo archeologico etneo, l’arcinota “Testa di Biscari” dal momento che era stata sempre Lentini la patria cara, certa e sicura del famosissimo Kouros marmoreo? Ecco cosa dice sul delicato argomento uno dei più noti studiosi del settore, a livello mondiale, il professore Giovanni Rizza, recentemente scomparso, (G. Rizza. “Sikania”, Garzanti editore, 1985): “Col tesoro di Leontìnoi è stata messa in relazione un bella testa di marmo della medesima provenienza, passata dalla collezione del principe Biscari al museo civico di Catania”. Come dire, a region veduta: una iniqua separazione che il tempo, in piena e ordinata consapevolezza, diventa da solo l’implacabile giustiziere.

Del resto è cosa scrupolosamente accertabile che in quel periodo di arte greca aurorale, allorquando esistevano, diligentemente fattivi, i Biscari per Catania e i Landonina per Siracusa, archeologia e massoneria costituivano il passatempo preferito di quei signorotti da salotto siciliano: “A Siracusa l’illustre archeologo Landolina, parente del principe di Biscari, era anche lui affiliato all’Ordine (Helene Tuzet, Viaggiatori stranieri in Sicilia nel XVIII secolo, Sellerio 1982)”. Ma, in fondo, che cosa era avvenuto all’atto del ritrovamento nella campagna leontina tra i due colti dilettanti archeologi ritenuti furbi? Una cosa vergognosamente molto semplice: a te la testa e a me tutto il resto. Non il trionfo della cultura, dunque, intesa con la “a” maiuscola, bensì una vera e propria “debacle” di un sapere miope, di certo, innamorato di egoismi e di una sottocultura da deridere. Comunque, è bene tutto ciò che finisce bene! Si aspetta, adesso, che, terminata l’ubriacatura legata alla civettuola passerella onde raccogliere i meritati quanto sudati consensi nelle varie “mostre” previste dai solerti organizzatori, il Kouros leontino possa ultimare la sua corsa, gioiosamente, finendo proprio casa sua, vale a dire nel museo archeologico della città di Lentini.

Elenco della fonti un nostro possesso: a) Anno 2006. “Leontìnoi oggi”, periodico storico-culturale della città di Lentini pubblica un testo importante da titolo: “Tutta la verità sull’Efebo di Leontìnoi”; b) Anno 2013. A cura del Lions Club di Lentini (presidenza pro-tempore Di Miceli Giacomo) viene proposto significativamente in prima pagina la famosa immagine della cosiddetta “Testa Biscari”, facente parte integrante del Kouros di Leontìnoi; c) Anno 2016. “Cammino”, settimanale cattolico d’informazione di Siracusa pubblica il seguente articolo così intitolato: “Il Kouros di Leontìnoi diviso tra Siracusa e Catania”; d) Anno 2018. Il “Cammino” di Siracusa diffonde un pezzo giornalistico di scottante attualità col titolo che segue: “Il Kouros tornerà a Lentini?”. (Appendice finale di rilievo: serata culturale organizzata dal Kiwanis Club di Lentini di concerto col museo “Paolo Orsi” di Siracusa). I restanti avvertimenti, speranzosi e pieni di fierezza culturale leontina, vengono elaborati, come fatto terminale, dal settimanale “Cammino” di Siracusa (18 novembre 2018) colla presente soggettività critica: “Il Kouros di Leontìnoi non è più acefalo: finalmente!”. Tutto qui: tutti sapevano …

Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini.

Pubblicato sul sito "Lentini urbis nobilissima" nel novembre 2018.

 

Post del 10/04/2019

ANNO 1195: MIRACOLATA LENTINI! TAPPA DI ANTONIO DA PADOVA NELLA CITTA' DI GORGIA.

Nella contrada di Lentini, meglio conosciuta come "zona 167", la chiesa cattolica dedicata a Sant'Antonio da Padova, con titolare della nuova sede parrocchiale, ultima in ordine di tempo edificata nella città di Gorgia, il reverendo Antonio Cascio. La festa in onore del Santo portoghese si svolge, come ogni anno, nella data del 13 Giugno. L'arcivescovo di Siracusa, mons. Salvatore Pappalardo, è atteso con devozione febbrile da parte dei numerosissimi fedeli che attendono, in quello stesso giorno, verso le ore dieci, la solenne messa pontificale dallo stesso presieduta, Dunque, in un centro molto antico e religiosamente passionale come Lentini, dove la venerazione nei confronti di Alfio, di Filadelfo e di Cirino è tuttora forte e viva e inarrestabile, come si fa ad accogliere a livello di popolo credente l'omaggio a Sant'Antonio da Padova? Misteri della fede! Tra gli scrittori è opportuno non ignorare lo storico lentinese Sebastiano Pisano Baudo che attraverso il suo lavoro (Storia dei martiri e della chiesa di Lentini, tip. Scolari, Lentini 1985) fornisce una dettagliata testimonianza sui fatti leontini accreditati al Santo di Lisbona.Vale la pena, pertanto, servirci della bella comunicazione dell'abate Vito Amico (Dizionario Tipografico della Sicilia) che interviene dentro questa storia santa in un modo puntuale e consapevole: " ... nel colle Evarco ... (vale a dire a Lentini) ,,, S, Antonio di Padova che promosse gli edifizii vi piantò degli alberi cioè dei pomi, un cipresso e delle palme che ancora dicono sussistere, rese la vita ad un artefice oppresso ..." E adesso prende la parola il Mughelgini (La Catania destrutta, Epiro Palermo 1695) che "raccontò che il primo giorno precipitò il convento dei padri minori conventuali, famoso per avervi sostato san'Antonio da Padova e avervi piantato con le sue mani un albero di melangolo, che è l'arancio amaro ...". Interrogativo finale; conoscere consapevolmente la venuta a Lentini (1226 d, C,) di cotanto santo, portoghese di origine, non è dopotutto la scoperta eccitante di un "miracolo" da custodire gelosamente? Da Lentini, infine, a Padova dove il Santo diventa anche "patrono" della città, Il tutto per sommi capi, Sic est.

Gianni Cannone giornalista e scrittore

 

Post del 19/03/2019

IL BIVIERE TRA JACOPO DA LENTINI E SALVATORE QUASIMODO.

L'immagine, parlante piena di radici purissime, legata alla Sicilianità e alla Lentinità, appare, sin dalla nascita, strettamente collegata alla parola "siepe", come simbologia meravigliosa di un trittico certamente di chiara fama a livello spiccatamente culturale in tutto il mondo: il Biviere leontino, o leggendario lago "Erculeo"; il notaro Jacopo da Lentini, capo della scuola poetica siciliana al tempo di Federico II di Svevia, inventore del sonetto, padre della lingua italiana delle origini; il poeta Salvatore Quasimodo, premo Nobel (1959) per la letteratura italiana. Allora partiamo, subitaneamente, dal siciliano di Modica Salvatore Quasimodo. La fermata del siciliano Salvatore Quasimodo nella casa poetica del notaro è quasi doverosa e pure indispensabile: "Le spine dei fichidindia/ sulla siepe, il tuo corpetto strappato/ forse a Lentini, vicino la palude/ di Jacopo notaio d'anguille/ e d'amore", in questa poesia dal titolo dal titolo "Un'anfora di rame" balza vincente il rapporto storico-culturale tra il "notaio d'anguille e il modicano Quasimodo il quale, essendo ad un bivio, chiede esplicitamente al capo della scuola poetica siciliana, sostegno, protezione, spinta, luce e riparo nel percorso intimo in cui dentro il proprio spirito "siculo-greco" soffia l'uragano del suo essere lirico in crisi profonda, La palude che annota il Nobel Quasimodo nella lirica "Un'anfora di rame" è il lago di Lentini o Bibiere, che dava sì tanto e ricchezza (oggi illustre disoccupato!) ma anche malaria in abbondanza ed inoltre un'infinità di mori tanto da fare esclamare al Verga novellista e drammaticamente; "Il lago ci dà e il lago ci piglia". Ergo: e la problematica delle arance sempre in crisi, esse alta espressione della produzione economico-sociale, etico-paradigmatico, del LENTINESE (Lentini-Carlentini-Francofonte) dove la mettiamo? Sic est.

Gianni Cannone, giornalista e scrittore

 

Post del 11/03/2019

AMARE LENTINI E LA LENTINITA'

Secondo il Fazello, Lentini è la più antica città della Sicilia per avere avuto quale primi abitatori i leggendari Lestigoni. Qui appare chiaro subito una questione: è giunto il momento topico perché le due comunità, cioè Lentini e Carlentini, responsabilmente e copiosamente, parlino lo stesso linguaggio, per quanto riguarda la tematica della riunificazione territoriale.Senza la conservazione e la tutela delle origini nessun futuro può avere un progetto serio e credibile, degno dei essere tramandato con fierezza e orgoglio alla posterità. A nessuno, ormai, sfugge il fatto , culturale e storico, di cosa vuol dire il ritorno a casa dell'antico nome greco, vale a dire Leontìnoi, come simbolo altamente unificante .Si è, da più parte, consapevoli, e non solo a parole, di cosa possono significare e politicamente e socialmente ed economicamente le "certezze lungimiranti" verso una sola città, riportando laboriosamente in essere, così facendo, un territorio, finalmente coeso veramente, dotato di una popolazione di oltre 50 mila abitanti. Utopia o miopia? Le memorie, così come la radici, hanno una loro sacralità inestinguibile.Quali e quanti "i beni" da coltivare insieme? Solo qualche esempio; la zona archeologica, il lago di Lentini (o lago Erculeo o Biviere), i castelli svevi ...eccetera, eccetera. E allora buon lavoro e viva Lentini e la Lentinità che non può essere guardata passivamente come la città della cultura tradita o del territorio spogliato, ma deve trovare la consapevolezza e la forza , una volta per tutte, onde risorgere perché i giovani ci guardano, Vivere Lentini Carlentini e la Lentinità significa, insomma, anche e soprattutto, andare indietro per andare avanti,Come dire: Lentini+Carlentini=Leontìnoi! C'è, infine, nell'aria la voglia strisciante di "REFERENDUM"! La tavola rotonda è praticamente aperta.

Gianni Cannone, libero pensatore

 

Post del 26/02/2019

LA SCUOLA POETICA SICILIANA: NASCE, TERMINA MA NON MUORE!

L'edificazione di una comunità nazionale laico-religiosa fu sempre il tormentato percorso intrapreso, con indomabile fede, dalla politica culturale di Federico II di Svevia, re di Sicilia, illuminata continuamente dalla Scuola Poetica Siciliana del Notaro Jacopo da Lentini. Con la fine del potere svevo, entrano nel governo dell'Isola con la compiacenza del Papato gli Angioini di Francia che, successivamente, vengono cacciati dalla Sicilia nell'ora del Vespro, mentre la poesia dei Siciliani finisce ma non muore. Ora la domanda è una e una sola: come sono pervenute fino a noi le rime dei Siciliani? Le poesie dei Siciliani sono arrivate fini a noi per mezzo di speciali codici di sicura provenienza toscana di fine secolo tredicesimo, dopo Cristo naturalmente. I più conosciuti e nello stesso tempo il più quotati sono esattamente tre: il Codice Vaticano Latino 3793, il Codice Palatino 418, il Codice Laurenziano Rediano 9. Il Vaticano Latino che comprende poesie che vanno dai Siciliani ai Siculo-Toscani, si compone di 24 fascicoli ed è diviso in due sezioni: nella prima abbiamo le canzoni nella seconda i sonetti. Qui Jacopo viene collocato al primo posto come nella Divina Commedia. L'altro Codice, vale a dire il Palatino, che è l'unico che contiene illustrazioni con miniature di scuola fiorentina e che brilla in fatto di eleganza rispetto agli altri, ha nel suo seno canzoni, ballate e sonetti dai Siciliani agli Stilnovisti. Il suddetto codice custodisce una cosa tanto rara quanto preziosa, dalla finezza artistica unica, ossia la miniatura del Notaro Jacopo da Lentini. Per quanto riguarda il Laurenziano Rediano 9 c'è da rilevare che esso è dedicato in maggior misura alla poesia di Guittone d'Arezzo. Nella Corte federiciana il Lentinese Jacopo era, come funzionario "il Notaro imperiale" e come poeta il "Capo della Scuola Poetica Siciliana". Del rimatore leontino si annoverano circa 40 componimenti compiuti e certi.

Gianni Cannone, giornalista e scrittore

 

Post del 16/02/2019

A MIO AVVISO: IERI, OGGI, DOMANI!

Una volta, grazie alla valenza eccezionale di artisti di primaria grandezza, e a livello nazionale e internazionale, quali, ad esempio, Totò, Eduardo e Peppino De Filippo, Giacomo Rondinella, Vittorio De Sica, Maria Fiore, Sophia Loren, Virna Lisi, Roberto Rossellini etc. etc., la vita apriva le porte, con gioioso interesse, alla vetrina libera e democratica del dopo guerra dentro una società che anelava ardentemente crescere, tanto civilmente quanto socialmente, e che, come sapiente riferimento, quotidiano e morale, aveva davanti e il lavoro dignitoso per tutti gli uomini di buona volontà e la tutela altissima dei valori familiari sia religiosi che laici. Nel mondo del cinema, nazionale ed internazionale, il trionfo talentuoso e di critica non addomesticata, era veramente totale (vedi "Napoli milionaria", "Dov'è la libertà?", "Natale al campo 119", "Carosello napoletano", "Quando tramonta il sole", "Violenza sul lago", "Città canora": documentari tutti in riga per amore soltanto dimostrativo!). Chi può mai dimenticare, inoltre, canzoni eterne e di enorme successo come "Malafemmina" e "Munasterio 'e santa Chiara" ? Perché viene continuamente ignorato "da parte di chi di competenza la poesia amara, dolce e struggente di Totò "A Livella" cantata e musicata meravigliosamente dall'indimenticabile maestro, siculo-napoletano, che risponde al nome di Giacomo Rondinella, attore e cantate sopraffino dal curriculum artistico sicuramente imbattibile. Chi può non ricordare la felice produzione della RAI per quanto concerne le operette ("Scugnizza" di Costa e Lombardo, anno 1954)? Che dire, poi, sul fenomeno cosmico chiamato Rondinella, e delle sue numerose e fantastiche partecipazioni e nell'universo cinematografico, e nel teatro di rivista e in quello di prosa? E oggi? Tutto, adesso, sembra scorrere supinamente nel segno, a mio avviso, del più vera dilettantismo. Persino il mitico "Festival di Sanremo" sta avendo il respiro corto per via della recente premiazione tutta controversa della canzone, stranamente vincitrice, giudicata dalla stessa giuria popolare non prima della classe. un'ultima annotazione: perché il "Festival di Napoli" è letteralmente e misteriosamente scomparso dalla circolazione? A chi di competenza l'ardua sentenza di manzoniana memoria!

Gianni Cannone, giornalista e scrittore

 

Post del 28/01/2019

CHI ERA IL NOTARO JACOPO DA LENTINI?

"A chi di competenza?": è questo un interrogativo inquietante, complicato da decifrare, dal momento che nel mondo non esistono ormai certezze etico-religiose di alcun genere, mentre buona parte della civiltà odierna, egoista e arrogante, corre imperterrita verso avventure sconosciute e magari tenebrose. Diamo spazio. adesso, e alla nostra storia patria e ai suoi personaggi illustri, aprendo una splendida finestra educativa ma anche e soprattutto una accattivante e conviviale imperativo categorico impregnato di umanesimo, Entriamo subito nella Divina Commedia così come segue (Purgatorio, capitolo XXIV, versi 55-57): "O frate, issa vegg'io il nodo/ che il Notaro e Guittone e me ritenne/ di qua dal dolce stll novo, ch'ì' odo". Questi tre versi, a nostro avviso, sono la rappresentazione eterna della genesi della letteratura italiana: Il primo della lista purgatoriale è Jacopo da Lentini, detto il Notaro per antonomasia, che viene messo davanti agli altri e come capo della Scuola Poetica Siciliana e come costruttore del pensiero linguistico nazionale sotto il regno di Federico II di Svevia. Subito dopo arriva il nome di Guittone d'Arezzo, visto come leader di primo della Scuola Siculo-Toscana o di transizione. Infine, per la prima volta nella storia della lingua italiana, appare il trittico "dolce stil novo" che nel bolognese Guido Guinizelli ha il suo iniziatore e la sua guida. Il personaggio, quasi misterioso, che interloquisce con Dante sulle nuove rome è Maestro Bonagiunta Orbicciani da Lucca, conosciuto dapprima quale impenitente imitatore della poesia lentiniana e poi come un opportunista seguace dell'aretino il quale, alla fine, viene clamorosamente condannato nel De Vulgari Eliquentia dell'Alighieri per non aver mirato al volgare illustre. Ma proseguiamo. Con la fine del potere svevo, entrano nel governo della Sicilia, con l'aiuto del Papato, gli angioini di Francia che successivamente venivano cacciati dall'Isola nell'ora del Vespro, mentre la poesia dei siciliani finisce ma non muore. Nella Corte di Federico II il lentinese Jacopo era come funzionario notaio imperiale e come poeta capo della Scuola Poetica Siciliana. Del rimatore di Lentini si annoverano 40 componimenti conosciuti e certi: Il poeta lentinese, ministro della politica culturale federiciana, fu dell'Amore il massimo teologo. A lui si deve soprattutto l'invenzione prestigiosa del sonetto che il Carducci osò meravigliosamente e giustamente definire: "Questo breve e amplissimo carme"! Il sonetto, grazie al Notaro Jacopo, nasce in Sicilia, a Lentini, nella terra delle arance, mentre l'elico dei poeti che hanno usato il carme del Lentinese sia in Sicilia, sia in Italia, sia in Europa che nel Mondo è davvero infinito. E la città di Lentini risulta essere, alla fine, per mezzo del Notaro Jacopo, e capitale della lingua italiana delle origini e patria universale del sonetto lentiniano. Sic est.

Gianni Cannone, ex Sindaco della città di Lentini, giornalista e scrittore

 

Post del 17/01/2019

LA QUESTIONE TERRITORIALE TRA LENTINI E CARLENTINI: Si?, NO?, Ni?

Cominciamo col portare a galla una parentesi storico-culturale significativa che appartiene tutta intera allo scrittore lentinese Cirino Gula, recentemente scomparso, già valente consigliere provinciale nella Provincia di Siracusa e già membro del consiglio comunale di Carlentini, Questo un passaggio assai importante della sua critica descrittiva in ordine alla riunificazione territoriale tra Lentini e Calentini: "Non saranno i nostri figli ad unire i due comuni (se questo è il loro destino), sarà il futuro che irromperà nelle loro case e li costringerà a fare quello che il tempo richiederà, di valicare, per dirla con Montanelli, la muraglia che ha in cima i cocci aguzzi di battaglia del passato (Cirino Gula, "Primo piano", Siracusa, luglio 2000). Una lezione di vita, quasi profetica, quella del bravo Gula, che senza mezzi termini denuncia tutto un cammino non facile che coerentemente corre diritto alla ricerca di una morale, seppure apparentemente invisibile: emergono, a questo punto, come causa prima di tante memorie e di molte radici itineranti, ma sicuramente in libera uscita, quindi chiare ed evidenti, problematiche territoriali tre Lentini e Carlentini che, di continuo, vanno approfondite nell'interesse superiore della Lentinità, ossia viene a non essere ignorata il tema della riunificazione di due comuni in uno col nome bellissimo di Leontìnoi, antichissima e nobile città-stato di origine "calcidese-greco-jonico", Ma andiamo avanti, sempre per sommi capi. Davanti agli occhi c'è vivo, in forma di pietra miliare, l'anno 1844, quando circa due quinti di territorio di Lentini furono donati, sic et simpliciter, a Carlentini, con ingiusta e arbitraria decisione (così annota il Pisano Baudo, narratore massimo di cose leontine nella sua monumentale "Storia di Lentini antica e moderna". Si deve aspettare, in realtà, la data del 2 gennaio 1857 per il relativo decreto di merito, Il passaggio delle consegne territoriali tra le due formazioni in campo (Sindaco Angelo Modica per Carlentini- Francesco Carmito Bonfiglio per Lentini) si svolge nel mese di aprile dello stesso anno. Tutto ciò si verifica in coincidenza con gli ultimi drammatici momenti storici, e amministrativamente caotici dell'era terminale dell'assolutismo regio borbonico. Carlentini, insomma, esibita priva di terreno, fu fondata, sin dall'inizio, come roccaforte, ai tempi di Carlo V, nel 1551, per difendere precisamente Lentini e la Lentinità, Dunque il Pisano Baudo, (la cara mamma era una carlentinese doc, alla quale lo storico leontino aveva dedicato amorevolmente persino una pubblicazione sopra Carlentini), dotato di sano spirito patriottico alla stregua del suo grandissimo concittadino, padre della prima Sofistica, Filippo Gorgia, alla fine, acutamente, riconosce nel decreto borbonico del 1857 (Carlentini con un proprio territorio) soltanto un clamoroso gesto di spoliazione territoriale creato in quel claudicante e confusionari potere politico (alla fine dei suoi giorni) " con arbitraria e ingiusta decisione" Ergo Si?, No?, Ni?.Fino a quando?

Gianni Cannone, ex Sindaco della Città di Lentini, giornalista e scrittore.

 

Post del 23/12/2018

JACOPO DA LENTINI E DANTE ALIGHIERI

Ecco una scoperta epocale che non si trova in alcun testo di letteratura italiana! Difatti, se c'è una cosa che risulta chiara e tonda sin dall'inizio è la seguente; Dante Alighieri colloca Jacopo da Lentini, capo della Scuola Poetica Siciliana e inventore del sonetto al tempo di Federico II di Svevia, nel Purgatorio, nella cornice dei golosi. Ora il punto è questo; siamo davvero sicuri che erano proprio queste le aspirazioni dell'artista-funzionario lentinese? Sentiamo allora cosa dice lo stesso Notaro Jacopo nella prima quartina di un celebre sonetto, dal titolo "Io m'aggio posto in core a Dio servire", che tanto intrigò persino Benedetto Croce: "Io m'aggio posto in core a Dio servire/ com''io potesse gire in Paradiso/ al santo loco c'aggio audito dire/ u' si mantien sollazzo, gioco e riso", Dunque il nostro Notaro, contrariamente alla collocazione dantesca, anelava ardentemente andare il Paradiso, "al santo loco c'aggio audito dire/ u' si mantien sollazzo, gioco e riso". Cosa può significare, alla fine, tutto ciò? Semplice; una verità che può essere inserita con solenne beatitudine utopica nel sentiero grandioso del processo relativo alla riunificazione territoriale tra Lentini e Carlentini! Del resto il Consiglio Comunale di Lentini (Marcello Cormaci, presidente di quel Consiglio Comunale/ Alfio Mangiameli primo cittadini pro-tempore) approvava, con voto unanime, nella seduta straordinaria del 7/2/2012 il deliberato in ordine all'emissione di un francobollo commemorativo specialissimo dedicato appunto al Notaro Jacopo da Lentini. Che dire; potrebbe rappresentare tutto questo l'incipit riunificante, a livello territoriale, tra le due comunità cittadine? Sic est.

Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini nonché giornalista e scrittore.

 

Post del 18/12/2018

Il "Parco Archeologici di Lentini" tra il vero e il non vero!

Entriamo subito nel cuore dell'intricato e scottante argomento: Il "Parco Archeologico di Lentini" allorquando finirà di essere solo "proposta" potrà essere visto come il primo passo verso la riunificazione territoriale tra Lentini e Carlentini. Vale a dire due Comuni in uno e un solo nome: Leontìnoi, La "Leontìnoi", cioè, dei nostri progenitori! Una bella cittadina di oltre 50 mila abitanti col vetusto nome greco e con un futuro eccelso impregnato di storia antica e moderna che, paradossalmente, andrebbe indietro ma soltanto per andare avanti. Torniamo, allora, per un attimo, indietro per affermare quanto segue: "Il Parco Archeologico di Lentini" dovrebbe essere istituito seguendo "le linee guida" della L.R. 3 novembre 2000, n.28 dove vengono previste in Sicilia solo tre possibilità di avviamento per precise, Per essere ancora più precisi si sottolinea che le "proposte" per i parchi archeologici da far rivivere debbono essere essere fatte secondo la suddetta legge regionale o dalle Soprintendenze o dagli Enti Locali o dal Coordinamento.Il Parco Archeologico che interessa Lentini e Carlentini veniva fatto rientrare nella "proposta" fatta dal Coordinamento. Queste le motivazioni del Coordinamento per Leont'noi: "Anche il Parco Archeologico di Lentini si caratterizza per l'incomparabile bellezza del contesto ambientale in cui si inserisce il sito archeologico dell'antica Leontìnoi, fondata nel 727 aC dai Calcidesi e a lungo antagonista di Siracusa, I resti di Leontìnoi , amministrativamente divisi tra i Comuni di Lentini e di Carlentini, connotano infatti un vasto e suggestivo territorio, che comprende le tracce del villaggio preistorico di Metapiccola e la rovine di età calcidese e greco-siracusana. Sono visibili le complesse cinta murarie appartenenti a quattro diversi periodi storici che vanno dal VII al III sec. aC :particolarmente bel conservati sono i tratti intorno al S.Mauro che costituiva l'Acropoli dell'antica Polis". Fin qui la "proposta" del Coordinamento dei Beni Culturali e Ambientali e della Pubblica Istruzione della Regione Siciliana ( L.R. 3 novembre 2000, n.20), Il resto è tuttora in cammino. Ribadiamo alla fine una verità, a nostro avviso, ineludibile; Il Parco Archeologico di Leontìnoi, può essere senza meno il principio della riunificazione territoriale tra Lentini e Carlentini, ma per il momento la "proposta" del "Coordinamento" è solo proposta e nulla più, Dove sono i tutori della Lentinità a livello regionale e nazionale? Ergo; Il Parco Archeologico di Leontìnoi è la storia vera di Lentini e di Carlentini riunificate. Sic est.

Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini

 

Post del 11/12/2018

La città di Lentini e la dolce utopia: "La riunificazione territoriale con la città di Carlentini".

Incominciamo subito col dire una cosa molto semplice e gaia: le due comunità, di Lentini e di Carlentini, una volta riunite, possono costituire, davvero, una solida opportunità di progresso e di sviluppo socio-economico, dignitoso e civile? Tutto ciò premesso, entriamo, adesso, nel contesto dell'essere "utopista": "Chi crede in ideali praticamente irrealizzabili, e si prodiga per la loro attuazione (Devoto-Oli). Passato, presente e futuro, in realtà, alla ribalte insieme e contemporaneamente; un tris prestigioso, gravido di fulgenti potenzialità territoriali, dove non è affatto dormiente la tutela della lentinità e a livello storico, e archeologico, e culturale, e politico ecc ... ecc ... La sfida delle società odierne contro le cosiddette "repubbliche" dell'immoralità e dell'illegalità dovrebbe restare, oggi più che mai, sempre aperta, costante, totale, "Buon governo, giustizia e libertà!": questo il grido lancinante, emesso a voce spiegata, che doveva correre, allora, di bocca in bocca, di casa in casa, di campagna in campagna! Esso lo fu nel corso del Vespro, al tempo di Alaimo da Lentini, e lo deve essere compiuto, ancora e di continuo, anche e soprattutto nei nostri giorni al fine di dare vita, forza e speranza ad una nuova e più credibile cultura della moralità, della democrazia, del lavoro e dell'eguaglianza, specie tra uomo e donna. Nella illustre città che fu di Gorgia, bisogna tornare a vivere nella programmazione ordinata e civile per la tutela ad oltranza, attraverso una classe dirigente saggia e illuminata, del suo passato della sua economia, della sua storia e del suo domani in quanto come diceva Lucrezio: "La vita si concede a tutti, a nessuno la signoria", Del dotto e arguto poeta latino, Lucrezio (De rerum natura), attivo nel primo secolo a.C., nei suoi versi vengono fotografate le sue enormi simpatie e per la Sicilia (Magna regio) e per la citazione in essa regione di numerosi uomini famosi (Multa munita virum vi), Con tali linee guida può avere un senso la disamina leale della riunificazione territoriale tra Lentini e Carlentini ( con una popolazione presunta di oltre 50 mila abitanti). Ecco perché Lentini e Carlentini potrebbero fondare una novella Leontìnoi, una Leontìnoi, naturalmente, con l'accento sulla "i", stando a tutti i vocabolari in italiana pubblicati nella lingua greca Questa, dunque, per il momento, la dolce, esaltante e suggestiva utopia! Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini.

 

Post del 01/12/2018

Città di Lentini: "Premio Sebastiano Pisano Baudo".

In un clima di gioiosa sufficienza culturale, si è svolto felicemente a Lentini (29 novembre 2018) presso il cine-teatro comunale "Carlo Lo Presti", ex Odeon,la XXIV edizione del premio "Sebastiano Pisano Baudo", Organizzato con elegante professionalità dall'Archeoclub locale, presieduto dall'attivissimo, generoso e diligente professore Giuseppo Cosentino, detto Pippo, ha visto l'esaltante egida partecipativa della città di Lentini (sindaco pro-tempore dott, Saveroi Bosco) e la presentazione dell'intera manifestazione del bravo giornalista carlntinese Silvio Breci. Ma chi era Sebastiano Pisano Baudo? Il personaggio insigne a cui è stato, da sempre, intitolato cotanto premio viene considerato dalla critica specializzata come il massimo storico di cose leontine, e anche oltre, Dall'unica biografia completa esistente, a firma di un cittadino illustre che rispondeva al nome dell'avvocato Alfio Sgalambro (uno dei padri fondatori del mai dimenticato "Premio Lentini") pubblicata dentro il volumetto "Premio Lentini", anno 1996 a titolo di ristampa, avendo come curatore il defunto commediografo emerito Carlo Lo Presti ( segretario generale). Dall'avvocato Sgalambo apprendiamo,fra l'altro, sul leontino Pisano Baudo, quanto segue: "Il professore Pisano Baudo (1840/1926 N, d. A.) fu profondo conoscitore della storiografia locale, materia di somma difficoltà per lo studioso, in quanto si basa, esclusivamente, sulle analisi dirette delle fonti e dei documenti, ed importa ricerche difficili e minuziose", Sue opere: a) Storia di Lentini antica e moderna; b) Storia dei Martiri e della chiesa leontina; c) La città carleontina: d) Sortino e dintorni. Ci sarebbero ancora altre opere che essendo considerate minore vengono messe in soffitta. Ci fa sapere, infine, lo Sgalambro che il grande Pisano Baudo "abbracciò da giovane la carriera ecclesiastica, che preso abbandonò, insofferente di rigide discipline", Sic est, Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini.

 

Post del 22/11/2018

Il Kouros di Leontìnoi: vita, morte e miracoli!

Fiat lux: viva la cultura della riunificazione antica e moderna! Ora tutti, con ridente pudore, concordano: meglio tardi che mai! Quindi, grazie alla buona volontà qualificata di personalità competenti e di organismi altamente responsabili a tutti i livelli (e locali, e provinciali, e regionali, e nazionali), non si potrà più affermare. a cuor leggero e come prima, quanto segue: orrenda la divisione del celebre fanciullo di marmo di Leontìnoi (o Kouros, o Efobo) dell'antica e nobile città di Lentini, che diede i natali a Gorgia, il sommo padre universale della prima sofistica. E neppure continuare a mentire sopra cotanto accadimento: insomma, perché la statua marmorea di questo famoso fanciullo di Leontìnoi, storicamente annotato come ritrovamento tra la fine del sesto e gli inizi del quinto secolo avanti Cristo, subisce il queste giornate il definitivo processo di riunificazione artistica? In effetti, il Kouros di Leontìnoi, ora, dopo la paziente e riuscitissima ricostruzione, non è più acefalo. Per saperne qualcosa di più è necessario fare un lieve passo indietro. Come si poteva spiegare alla cultura di tutto il mondo conosciuto che il marmoreo fanciullo della Leontìnoi ionica, ossia senza testa (acefalo) veniva depositato nel museo "Paolo Orsi" della Siracusa dorica, nel parco di "Villa Landolina", invece di essere e giustamente a gridare dentro la casa museale dell'odierna Lentini. E nella ionica Catania, con quale criterio poteva essere esibita, in quel luogo archeologico etneo, l'arcinota "Testa di Biscari" dal momento che era stata sempre Lentini la patria cara, certa e sicura del famosissimo Kouros marmoreo? Ecco cosa dice sul delicato argomento uno dei più noti studiosi del settore "grecità", il professore universitario Giovanni Rizza, recentemente scomparso, (G. Rizza, "Sikania", Garzanti editore 1985): "Col tesoro di Leontìnoi è stato messo in relazione una bellissima testa di marmo della medesima provenienza, passata dalla collezione del principe Biscari al museo civico di Catania". Come dire a ragion veduta: una iniqua separazione che il tempo, in piena e ordinata consapevolezza, diventa da solo un implacabile giustiziere. Del resto, è cosa scrupolosamente accertata che in quel periodo di magica arte greca aurorale, allorquando esistevano, diligentemente fattivi, i Biscari per Catania e i Landolina per Siracusa, massoneria e archeologia costituivano il passatempo di quei signorotti siciliani da salotto: "A Siracusa l'illustre archeologo Landolina, partente del principe di Biscari, era anche lui affiliato all'Ordine (Helene Turet. Viaggiatori stranieri in Sicilia nel XVIII secolo, Sellerio 1983)". Ma, in fondo, che cosa era avvenuto all'atto del ritrovamento nella campagna leontina tra i due colti dilettanti archeologi, ritenuti allora esseri furbi? Una cosa vergognosamente molto semplice: a te la testa e a me tutto il resto! Non il trionfo della vera cultura, dunque, intesa con la "a" maiuscola, bensì una vera e propria "debacle" di un sapere miope, di certo, innamorato di egoismi e di una sottocultura da deridere in ogni modo. Comunque, è bene tutto ciò che finisce bene! Si aspetta, adesso, che, terminata l'ubriacatura legata alle civettuole passerelle onde raccogliere i meritati quanto sudati consensi nelle varie "mostre" previste in Sicilia dai solerti organizzatori, il Kouros leontino possa ultimare la sua corsa, gioiosamente, finendo proprio a casa sua, vale a dire nel museo archeologico della città d Lentini. Elenco delle fonti in nostro possesso: a) Anno 2006. "Leontìnoi oggi", il periodico storico-culturale della città di Lentini pubblica un importante testo al titolo: "Tutta la verità sull'Efebo di Leontìnoi"; b) Anno 2013. A cura del Lions Club di Lentini (presidenza "pro tempore" Di Miceli Giacomo) viene proposta significativamente in prima pagina la famosa immagine della cosiddetta "Testa di Biscari", facente parte integrante del Kouros leontino; c) Anno 2016. "Cammino", il settimanale cattolico d'informazione di Siracusa pubblica il seguente articolo così intitolato: "Il Kouros di Leontìnoi tra Siracusa e Catania"; d) Anno 2018. Sempre il "Cammino" di Siracusa diffonde un pezzo giornalistico di scottante attualità col titolo che segue; "Il Kouros tornerà a Lentini?". (Appendice finale: serata colturale di rilievo organizza dal Kiwanis Club di Lentini di concerto col museo archeologico "Paolo Orsi" di Siracusa). I restanti avvertimenti, speranzosi e pieni di fierezza leontina, vengono elaborati dal sattimanale "Cammino" di Siracusa (18 novembre 2018) colla presente soggettività critica: "Il Kouros di Leontìnoi non è più acefalo: finalmente!". Tutto qui, ma tutti sapevano...

Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini

 

Post del 08/11/2018

La città di Lentini e la tutela culturale della "lentinità".

Lasciati i Lestrigoni nel limbo delle cose memorabili, quali primi e leggendari abitatori della Sicilia e di Leontìnoi in particolare (oggi Lentini), entriamo subitaneamente, come per uno strano incantesimo storico.civile, nelle pagine culturalmente gloriose della tutela eterna della "lentinità delle origini": qui balza evidente, sull'istante, la narrazione straordinaria dell'identità di un antico, pacifico e geniale popolo di lavoratori, inizialmente solo agricolo, sempre in cammino sulla via della speranza e del progresso socio-economico della vita leontina , libera e democratica, soprattutto giovanile, Necessita realizzare, adesso, una breve quanto significativo "excursus" andando, per un attimo indietro. Tra gli antichi popoli che abitarono la Sicilia troviamo, innanzi tutto, i Sicani e i Siculi i quali, come racconta Diodoro Siculo (Biblioteca storica), "venuti in discordia tra loro", consegnarono il governo del territorio di Lentini a Xuto, uno dei sei figli di Eolo: " Xuto regnò sulla regione di Lentini che ha preso nome da lui e si chiama ancor oggi Xutia". Da questo punto prende corpo il suo inizio e la sua scaturigine nel teatro genealogico del secoli il cognome Di Sciuto: ancora oggi esso è vivo ed è presente ovunque in Italia. Nel 729 a.C. l'ecista ateniese Teocle, al comando di una colonia di greci provenienti dalla Caicide d'Eubea fa nascere Leontìnoi (insrdiamento ionico). Le immagini di questo epocale avvenimento migratorio vengono così incorniciate da Tucigide (La guerra del Peloponneso, traduzione di Luigi Annibaletto): "Teocle e i Calcidesi, quattro anni dopo la fondazione di Siracusa (colonia dorica) partiti da Nasso, scacciati con le armi i Siculi e diedero vita a Lentini e, in seguito a Catania". Più tardi i Leontini ( vedi Erodoto) essendo cresciuti di popolo, fondarono una subcolonia a cui diedero, in ricordo di ricordanze mai spente il nome di Eubea (forse l'odierna Licodia Eunea), Sic est.

Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini

 

Post del 16/10/2018

La Lentinità dentro la Piana di Catania

Riportiamo in vita una verità storica senza alcun compromesso di s. E allora torniamo indietro e doverosamente e per dovere di cronaca. Come Pretore mette piede in Sicilia nell'anno 73 a. C, il famigerato Caio Giulio Verre. Durante la Pretura romana di Verre, la città di Lentini si era ridotta a recitare, secondo Cicerone, la parte di una "civitas misera atque inanis, e del resto anche la riduzione dei proprietari terrieri da 73 a 32 stava a dimostrare come proprio la ricchezza agricola si questa comunità fosse ormai in netto disfacimento. Con Cicerone (Verrine), per quanto concerne i Campi Leontini, o Campi Lestrigoni, si approda nella raffigurazione fedele ed impietosa di una "fertilità" che scompare in virtù proprio della "mala signoria" esercitata da Verre su tutta la Sicilia e a Lentini in particolar modo: "Il territorio di Etna, poi, che di solito era a cultura intensiva, e la Piana di Lentini, vera e propria capitale della produzione granaria in cui la vista a semina avvenuta ti toglie qualunque paura di carestia, erano così squallidi e selvaggi, che nella più fertile regione della Sicilia cercavo invece la Sicilia". Dapprima, vale a dire sotto l'intera dominazione araba, le Valli erano tre (Val di Noto, Val di Mazara e Val Demone). Con decreto di Ferdinando I il Borbone dell'11 ottobre 1817, la Sicilia viene divisa d'autorità in 7 province, o valli, o intendenze, così come segue: Palermo, Messina, Catania, Trapani, Siracusa, Girgenti (Agrigento), e Caltanissetta, La Piana di Catania, ex Campi Leontini, ex Campi Lestrigoni, ex Piana di Lentini, diviene, per uno strano gioco del volere politico legato all'assolutismo regio, completamente "etnea". E' pregevole, dal punto di vista strettamente storico, cosa scriveva a tal uopo G. B. Rizza (Storia della Sicilia, volume primo, 1979 - Società editoriale Storia di Napoli, del mezzogiorno continentale e della Sicilia): "l'attuale famosa Piana di Catania, racchiusa tra l'Etna e i monti del Siracusano, con una estensione di ben 430 Kmq, apparteneva allora nella quasi totalità a Leontìnoi". Ultime variazioni: le Province arrivano a nove. Abbiamo la nuova Provincia di Ragusa ( 1926 ) e, infine quella di Enna ( 1927 ). Oggi ulteriore commento adesso appare superfluo anzi ridicolo.

Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini

  

Post del 02/10/2018

Il "Lago di Lentini", un mito appellato "Biviere" che sbadiglia dalla mattina alla sera ...

La data del 18 settembre del corrente anno coincide, questa volta, con la celebrazione nella città di Lentini di un avvenimento-evento che ha visto come protagonista principale il "Biviere", ossia il celebre e mitico "Invaso Leontino", meglio decantato anche come "Lago Erculeo", adatto a svolgere il ruolo, nell'antichità e non solo, di "area acquatica". la più grande della Sicilia. Entriamo, allora, per sommi capi, nelle stanze parlanti delle memorie, delle origini. Il nome della città di Lentini, com'è noto, è legato, intanto, al culto di Ercole e al leone Nemeo (vedi la prima fatica di Ercole). La fonte, assai autorevole, è quella di Diodoro Siculo (Biblioteca storica): In seguito, Ercole, nell'attraversare la pianura leontina (oggi piana di Catania: decreto borbonico dell'11 settembre 1917) ammirò la bellezza della regione e tratto con familiarità quanti lo onoravano, lasciando presso di loro ricordi immemorabili della sua presenza". Tale fantastico accadimento è narrato pure, doviziosamente, da Giuseppe Bonfiglio Costanzo, cavaliero messinese (Dall'Historia Siciliana, ristampa dell'edizione di Messina 1738-1739): "E i Leontini si gloriano, che Hercole havesse lo donato la pelle del leone, per insigna; che quivi havesse fabricato egli il lago detto Biverio, celebrato per abondanza de' ciefali e delle anguille, che quivi si pescano ..." E il sommo gesuita lentinese, Ortensio Scammacca (1563-1648), padre del teatro gesuitico italiano, canta anche lui le origini di Lentini, mediante la tragedia sacra "I Santi fratelli Alfio, Filadelfo e Cirino", patroni della città. Per lo Scammacca il cominciamento di Lentini aveva il suo rinomato accampamento nella mitologia e, in tal senso, ricorda che Ercole, dopo avere ucciso il leone Nemeo, dola la pelle del re degli animali agli abitatori di quella città: " ... Per voi, Leontini, mi spoglio. O quante patrie al mondo m'han chiesto in dono il glorioso ammanto!". Sull'argomento "Biviere" molte sono state le tesi di laurea di giovani studenti universitari portate avanti con accenti decisamente esaustivi tra cui, a nostro personale avviso, spicca su tutte e fa testo, quella bene articolata dall'oggi dottore Ettore Ferrari (attualmente eccellente promotore finanziario)dal titolo emblematico "Il Biviere di Lentini, dal prosciugamento al Nuovo Lago. Ipotesi di sviluppo e di fruibilità turistica. Università degli studi di Catania, facoltà di economia, anno accademico 1997.1998". Nel lavoro del Ferrari c'è tutto (e ciò lo diciamo con perfetta cognizione di causa): passato, presente e futuro protesi ala conquista appassionata del pensiero consapevole e unificante che da diritto verso il "bene comune, che appartiene a tutti, adesso una nota creativa e, al tempo stesso, positiva; chi, per primo, ha dato il "buon giorno" alla nascita del Nuovo Ospedale di Lentini? Ecco la risposta vera: per primo è stato un bravo, operoso e lungimirante sendacalista lentinese, un vero e proprio signore delle legittime mobilitazioni popolari, che risponde al nome di Paolo Censabella. Ma andiamo avanti Per il decoroso funzionamento di un "Nuovo Biviere, occorre, ora, ripetersi e forti dell'appoggio del superiore sindacato, così come è successo nel recente passato, e con la salda coscienza popolare, in grado di essere militata, di concerto con le immancabili Istituzioni locali presenti ne territorio (per il Nuovo Ospedale: sindaco di Lentini Alfio Mangiameli; per il Nuovo Biviere: Saverio Bosco); il tutto grazie alla partecipazione di associazioni sociale e culturali gelicemente interessate; solamente così si possono toccare i vertici del realizzo cosmico tanto infinitamente voluto. Insomma, perché Lentini e la Sicilia abbiano. una vola per tutte, e di continuo, un nuovo e smagliante "Invaso", non più disoccupato, non pià che sbadiglia dalla mattina alla sera, è necessario sempre strenuamente lottare per dare a quel "Lago" personalità imperante e produttiva, in tema occupazione e di lavoro dignitoso, da mettere al servizio dekka città e dei cittadini lentinesi, ed anche oltre, raggiungendo così l'obiettivo primario
che andrebbe oltre i soliti e rituali festeggiamenti gaudenti e basta. Come si fa a dissentire? Dove stanno coloro che dovrebbero investire? Alla fine una amara precisazione ci sta tutta: è lapalissiano che l'area acquatica del "Nuovo Biviere" rappresenterà, in ogno modo, una enorme ricchezza, non fittizia, da gestire, "da parte di chi di competenza", onestamente, senza paura e senza affanno, a prescindere da alcun tipo di globalizzazione. Gianni Cannone

 

Post del 21/09/2018

La storia vera di un francobollo al Notaro Jacopo da Lentini!

Scrive di Lentini, nel Cinquecento d.C., il Fazello, storico e geografo siciliano di chiara fama, nativo di Sciacca (Storia della Sicilia); Questa città, se noi vogliamo trovar da lunge la sua origine, è la più antica di quante ne sono in Sicilia, poiché i primi che l'abbitarono furono i Lestrigoni". Omero penetra nel mito dei Lestrigoni attraverso il decimo canto dell'Odissea, mentre è l'ateniese Tucidide (la guerra del Peloponneso) che rievoca i Lestrigoni (insieme con i Ciclopi) quali primi abitanti della città del Sole. Durante la grecità, quando l'antica Lentini era una "città-stato", era il duo leontino insigne del tempo (Filippo Gorgia, numero uno della prima sofistica ed Erodico, suo fratello, un signor medico molto stimato nell'antichità) che dava lustro alla tutela della lentinità. E veniamo, per sommi capi, al dunque. Il Consiglio Comunale della città di Lentini, nella seduta del 7 febbraio 2013, approvava con voto unanime (presidente del Consiglio civico Marcello Cormaci, sindac "pro-tempore" Alfio Mangiameli) il deliberato relativo a lentinese Iacopo, notaio imperiale e sommo poeta inventore del Sonetto. Ora, aprendo l'uscio della Divina Commedia (purgatorio:cap.XXIV, versi 55, 56 e 57) si trovano epocali diciture poetiche; "O frate, issa vegg'io il nodo/che il Notaro e Guittone e me ritenne/di qua dal Dolce Stil Novo, ch'io odo". Questi tre versi costituiscono la rappresentazione eterna della genesi della letteratura italiana. In ordine alla primogenitura siciliana della lingua italiana è lecito convenire con il profilo critico di Bruno Migliorini il quale sentenzia in questa maniera (Sindron editore, Firenze 1984): "E' vera, e in un cero senso, l'espressione vulgata che chiama Dante 'padre della lingua italiana' o l'altra, un po' meno forte ma meno onorevole per il Petrarca che chiamò (Sen.,V,2) dux nostri eloqui vulgaris? Se è varo che da Giacomo da Lentini prende le mosse la lirica federiciana, perché questi titoli non dovrebbero spettare, invece a Lui?". "Meravigliosamente", intanto, non è un Sonetto ma il titolo di una delle tante canzoni del Nootaro, che un inno rivolto alla donna amata con un finale decisamente patriottico;"Lo vostro amore ch'è caro, donatelo al Notaro ch'è nato da Lentino". Ecco, "dulcis in fundo" sua maestà il Sonetto "questo breve e amplissimo carme" così come osava osannarlo il Carducci, in poche parole; due quartine e due terzine meravigliosamente domiciliate, in endecasillabo, dentro le muta di quattordici versi". Il Sonetto Lentiniano, la sola lirica di provenieza italica, nasce a Lentini, nella terra delle arance, mentre l'elenco dei rimatori ch hanno onorato il "carme" del Notaro in tutto il mondo è infinito. Nel Codice Palatino, che è l'unico che contiene illustrazioni con miniature di scuola fiorentina e che brilla in fatto di elganza, ha nel suo seno canzoni, ballate e sonetti dai Siciliani agli Stilnovisti. Qui dentro viene custodita la miniatura del Notaro Iacopo da Lentini. Di recente la RAI ha mandato in onda all'Arena di Verona un super show, "La notte di Andrea Bocelli" per la raccolta di fondi da destinare ai bambini terremotati, Ribhrd Gere, celeberrimo attore americano, ha recitato in inglese fa par suo un "Sonetto" sull'amore di William Shakespeare. A chi tocca, giunti al punto in cui siamo, non nascondere più la vera verità sul "Sonetto Lentiniano" e sul francobollo da emettere a favore del Notaro Jacopo da Lentini? Gianni Cannone.

 

Post del 29/08/2018

LETTERA NON CHIUSA AL SINDACO DI LENTINI.

Carissimo dottor Saverio Bosco, mio sindaco senza se e senza ma, attualmente primo cittadino "pro tempore" della nobile città di Lentini, patria di Gorgia, insigne sofista della prima sofistica (unitamente a Protagora di Abdera) e del di lui fratello Erodco, celeberrimo medico nella virtuosa antichità classica greca, avvicinati e prendi nota. Io Gianni Cannone, libero pensatore lentinese, con palese umile ritrosia ma, al tempo stesso con elevata dignità intellettuale, ti faccio sapere pubblicamente quanto segua: occuparsi diligentemente di cause culturali a Lentini, sede ricca di un enorme passato legato alle mirabilie senza tempo, non significa sposare certezze all'unisono, Non basta, insomma, procedere a per legittime nomine oppure a dare riconoscimenti plateali in ordine alla elargizione di qualche cittadinanza onoraria per sentirsi con la coscienza a posto. Vuol dire, piuttosto, inoltre e innanzi tutto, al di là delle stanze ideologiche, lavorare senza sosta nel rispetto della continuità "politico-culturale-giuridico-amministrativo". Mi spiego meglio e con un esempio: la passata amministrazione (con sindaco Mangiameli), attraverso l'approvazione plenaria di un consiglio comunale allora tutto entusiasticamente plaudente, portò alla ribalta conoscitiva della filatelia nazionale la storia di un francobollo da emettere, da parte di chi di competenza, a favore del notaro Jacopo da Lentini, inventore del sonetto, padre della lingua italiana delle origini, capo della Scola Poetica Siciliana al tempo di Federico II di Svevia (tredicesimo secolo d.C.).Attorno a tanto significativo percorso civico-culturale fino ad oggi è calato un assurdo e colpevole silenzio tombale. Ergo: avere un annullo speciale sopra Jacopo da lentini, per la città di Gorgia sofista non potrebbe essere il raggiungimento epocale di una clamorosa risultanza di sviluppo e di progresso e a livello storico e politico e culturale e soprattutto economico? Ogni ulteriore commento appare superfluo.

Gianni Cannone, ex sindaco della città di Lentini

 

Post del 19/06/2018

LENTINESI STRANIERI IN PATRIA! AEROPORTO LENTINI SIGONELLA.

La base militare di Sigonella, dentro cui opera il 41° stormo dell'aeroporto militare italiano, è sito dentro il territorio di Lentini. Molto spesso la grande stampa, ignorando del tutto di come stanno effettivamente le cose, parla dell'aeroporto di Lentini Sigonella come se appartenesse al territorio di Catania. Anche se la Città di Lentini (patria di Gorgia, del Notaro Jacopo ecc...) non è competente allorquando si tratta di lavori edili da effettuare all'interno della struttura militare, poiché considerate opere destinate alla difesa sovranazionale, pur tuttavia per quanto riguarda le commesse o l'impiego delle maestranze civili, è previsto l'obbligo da parte di ogni ditta appaltatrice di osservare le norme di legge in vigore relative all'assicurazione ed assunzione di manodopera. Dobbiamo onestamente dire, purtroppo, che Lentini Sigonella fino ad oggi ha dato moltissimo alla Patria Italia e alla Nato e pochissimo, invero, alla nostra Città, cioè la vetusta Lentini e i suoi abitatori, soprattutto sotto il profilo economico e sociale.

Gianni Cannone, ex sindaco della Città di Lentini.

 

Post del 20/05/2018

MESSAGGIO APERTO ALLA PRO-LOCO DI LENTINI.

Dopo molte settimane di indecisioni esistenziali e caratteriali, io Gianni Cannone. ex sindaco della città che, a suo tempo, ha dato i natalo a Gorgia e al Notaro Jacopo, per il bene supremo di Lentini, della tutela della Leintinità e della "mia verità", ho rotto, alla fine, il ghiaccio dell'esitazione, decidendo autonomamente di dare risposte "socio-culturali", soprattutto a me stesso e, ancora, al fine di produrre un seguito appropriato alle annotazione critiche, sicuramente patriottiche, di Filadelfo Toscano, un lodevole lentinese, nella fattispecie, pieno di entusiasmi e di enorme passione cosmica senz'altro avvincenti. Andiamo, perciò, per sommi capi, subito ai fatti: la Pro-Loco di Lentini, di concerto con la presenza partecipativa, etico-paradigmatica, di alcuni coraggiosi "attori in erba", religiosamente legati nella fede ai valori più alti della chiesa cattolica di Santa Tecla, ha realizzato un istruttivo "cine programma documentario" relativamente alle conoscenze intense intorno alla vita gloriosa dei tre fratelli martiri, patroni della città di Lentini, Alfio, filadelfo e Cirino. La festa di Sant'Alfio, il più grande dei fratelli, che annualmente cade ogni 10 di maggio, è sempre l'occasione ideale per fare rivivere dentro il cuore dei Lentinesi, e non soltanto dei Lentinesi, il miracolo di quelle giornate fatto di sacralità e di gloriosa laicità. Viene, pertanto, esaltato al massimo respiro l'albeggiare cristiano nel Mindo attraverso la figura d Tecla, una donna altamente virtuosa, un santa appartenente, a pieni voti, alla storia della chiese leontina delle origini. Dunque complimenti! Anzi bravissimi tutti: mondo civile e mondo religioso uniti insieme fideisticamente. Ma, quando si vuole ricordare la nobiltà dell'antica Lentini collegandola alle personalità più illustri del suo passato, ossia a Gorgia, per non andare lontano, si avverte subito che le fonti da cosultare rappresentano, da sempre, un punto di riferimento necessaio e insostituibile. Cominiciamo, allora. con Gorgia da Lentini il qtale non mai avuto uno zio medico, bensì solamente un notissimo fratello, che era medico, di nome Erodico. Leggendo, insomma, il "Gorgia platonico" (personaggi protagonisti: Callicle, Socrate, Cherofonte, Gorgia e Polo di Agrigento,allievo del sofusta di Lentini) , vale a dire il più problematico dei dialoghi cosiddetti socratici, esattamente nel Prologo, si arriva a percepire immediatamente la "prova provata". Il tutto nelle parole di Cherofonte (fedele amico e discepolo di Socrate): " Lo farò subito. Se per caso Gorgia fosse esperto nella medesima arte di suo fratello Erodico, come dovremmo chiamarlo? Forse come chiamiamo suo fratello?". Le fonti sul fratello di Gorgia non si discostano mai dalle radici leintine di Erodico medico e fratello di Gorgia. In Atene, nel 427 avanti Cristo, fa il suo ingresso impetuoso e trionfale Filippo Gorgia, mentre lla Sofistia, un movimento culturale dominante in Grecia nel Quinto secolo a; C,, è considerato sa Hegel in poi un vero e proprio illuminismo greco tutto da rivisitare. Gorgia e Protagora, i due massimi espnenti della Prima Sofistica, ormai alla pari, nonostante i veleni di Aristofane, di Platone, di Aristotele, di Senofonite eccetera eccetera, provocarono nell'Ellade una gigantesca rivoluzione socio-culturale. In questo ambiente di dotti, la rivalutazione del pensiero gorgiano all'interno della Sofistica raggiunge certezze senza dubbiezze di sorta. I Sofisti, in un pianeta ancora oggi tutto da esplorare compiutamente, vengono guardati, per via dei nuovi studi, i "veri maestri della Grecia,", antica e moderna. "Le pagine che Hegel dedica alla Sofistica, ed a Gorgia in particolare - scrive lo studioso S. Arcoleo - sono fra le più interessanti delle sue 'Lezioni delle storia della filosofia' ".(Città di Lentini - Università di Catania, - Società filosofica italiana - "Gorgia e la Sofistica", Atti del Convegna internazionale - Lentini/Catania , 12-15 dicembre 1962". Per ora è tutto. con ogni stima. Viva Sant'Alfio, viva Santa Tecla, viva la Pro-Loco e viva la tutela ad oltranza della Lentinità! Gianni Cannone.