07 marzo 2002

Sul delitto di Samuele Lorenzi

a Cogne, in Valle d’Aosta

 

        Devo dire che forse è la prima volta in vita mia, anzi, sicuramente è la prima volta che ho sperato di far parte di una società completamente diversa, dove democrazia e diritti umani siano delle cose astratte, ancora di là, da venire. E, certamente, mi riferisco a quella democrazia che ha voluto essere il raggiungimento dei valori massimi ed estesi di una società moderna e così detta avanzata che da sempre ambisce alla libertà di pensiero e di parola, a una giustizia imparziale, al comune benessere del popolo e alla certezza del proprio Stato sovrano. E parlo di quei diritti dell’umanità che paradossalmente, talora, soverchiano nell’ar-roganza di un garantismo delle leggi spregiudicato e fazioso, e che non poco fanno riflettere sulla veridicità di quell’emancipazione sociale di cui tanto ci gloriamo. Questi valori supremi che esistono soltanto nella loro sublime evanescenza e che noi tutti riconosciamo come ideali cui aderire in modo assoluto, si possono e si devono chiarire continuamente attraverso il confronto con la nostra attualità. Ma, un evento particolare può provocare alcune contrarietà che inducono a riconsiderare le certezze già acquisite, e un crimine come quello di Cogne, purtroppo, troppo umano ci fa pure ripiombare di colpo indietro negli anni, nei secoli, nei millenni, sino a quell’età della pietra in cui l’uomo viveva ad esclusivo beneficio dei propri istinti primordiali.

E’ l’efferatezza di quel crimine che tanto ci ha sconvolto e ci sconvolge ancora, è il disgusto e la nausea che avvertiamo fin dal profondo del nostro essere primitivo, è il surrealismo dei personaggi coinvolti in così tanta franca scelleratezza. E i personaggi sono quelli che sono, quelli che abbiamo appreso attraverso i giornali e la televisione, e che poco si discostano dai tipi tenebrosi e inafferrabili che popolano le pagine di Dostojevskj. Personaggi che talvolta assurgono al ruolo di protagonisti e che normalmente stanno lì, di contorno ad un dramma che li vede in perenne attesa.

L’interprete principale dell’immane tragedia, senza alcun dubbio, è la mamma del piccolo Samuele Lorenzi, – il bimbo trucidato e troppo spesso dimenticato e quasi regresso “all’umile” condizione di vittima – quella signora Anna Maria che sin dal primo momento delle indagini condotte dai carabinieri di Cogne e Aosta è stata indicata come la potenziale assassina del piccolo Samuele.

Anna Maria Franzoni in Lorenzi è una donna che appare parecchio inquietante, sembra l’agnello sacrificale di arcani rituali giudaici: indifesa, scoperta, priva di colpa, annullata, in attesa. Tuttavia, oltre l’apparenza, i suoi occhi scuri, infossati dentro orbite molto profonde; lo sguardo che scorre attraverso il buio di suoi pensieri impenetrabili; quel modo di articolare le parole con lo stesso tono belante, continuo, attento, fanno correre un brivido attraverso la schiena e forse è la paura del presagio, o di una intuizione. Ma come diceva qualcuno, se è il cuore a trattare di queste cose, il cuore sopraffarà ogni volta la mente e la ragione, perché il cuore non vuole che sia una madre la carnefice del proprio figlio, della propria carne che per giunta è indifendibile e inerme. In questi casi, dove la pietà, stranamente, provoca una breccia larga e profonda nel cuore e i sentimenti ne vengono fuori per confonderci e per distoglierci dalla giusta via, e magari quel cuore perverso vorrebbe che fosse chiunque altro ad aver commesso l’orrendo delitto, e perché no, il fratellino di Samuele addirittura. Perché se fosse stato quel bambino di sette anni a compiere un tale crimine,  quello di Cogne non sarebbe quasi più un delitto per il cuore, e un tale misfatto, lo stesso inaudito e feroce, sarebbe ammansito dall’imponderabilità dell’istinto immaturo dell’adolescente, vuoi per la gelosia, vuoi per l’incapacità di intendere l’abisso che sta tra il bene e il male. Comunque sia, il cuore ne sarebbe quasi soddisfatto perché egli non vuole che sia intaccato l’eccelso assioma che sovrintende quel mirabile legame che esiste tra una madre e il figlio. Non si può chiedere né al cuore né alla ragione che un assioma abbia una conferma e una prova: è legge, è regola non scritta, è comando! Perciò, fino a questo punto arriverebbe il cuore pur di non prendere in serio esame una verità assolutamente più terrificante.

La ragione però, che pure sonnecchia sorniona e subdola, fin tanto che il cuore sfoga tutta la sua indignazione, guarda diritta verso i fatti e questi non lasciano altra via di ripiego se non la più esecranda delle verità taciute. E il delitto rimane là, in quel paesino a limite del parco del Gran Paradiso, e attende delle risposte certe ed inequivocabili, mentre qualcuno non vorrebbe scomodare Medea e qualcun altro ansima con estremo affanno sindromi della mente che attutirebbero un eventuale impatto davvero devastante. Però, Medea la si deve scomodare per forza, magari per dire che quel tipo di delitto è vecchio come il mondo e che di madri che uccidono i loro figli ce ne sono abbastanza  e non è raro, purtroppo, che una mamma massacri il proprio bimbo indifeso tra le mura di casa.

A tal proposito le statistiche della cronaca nera riferiscono che in Italia decine di casi all’anno riportano le caratteristiche dell’omicidio di Cogne. Nel mondo saranno centinaia e forse migliaia. E allora, ci si domanda dove siamo stati in questi ultimi tempi, dove abbiamo vissuto, cosa abbiamo fatto, se abbiamo letto i giornali, o visto qualche telegiornale alla tivù. Ma noi non siamo disattenti di quello che avviene in questo strano mondo, non potremmo esserlo neanche a volerlo con tutto il nostro impegno. Tuttavia, qualcosa ci è sfuggito e di conseguenza ci sovviene il tremendo sospetto che addirittura ci siamo abituati a certe notizie, che le vicende di cronaca ci abbiano provocato una certa assuefazione, tanto da non farci più caso alle truci manifestazioni di questa umanità già in disfatta.

Ebbene, con questo pensiero assai preoccupato mi ci sono messo d’impegno e ho fatto alcune ricerche, ho riletto qualche giornale vecchio che non avevo neanche aperto, ho cercato aiuto in “Arianna”, in “Virgilio”, e per caso ho scoperto il dramma di una povera “diavola”, una tale Anna Dolce con “una vita difficile alle spalle” che il 23 febbraio di quest’anno ha ucciso la figlioletta di 23 mesi.

Dunque, era vero, dopo il clamore del delitto valdostano l’altro era passato quasi inosservato e non aveva suscitato scalpore nei media come invece aveva fatto inspiegabilmente quello di Cogne. Nondimeno si tratta di due crimini abbastanza similari: lo stesso movente futile, o imperscrutabile; abbastanza vicini l’uno dall’altro, siamo nel novarese; due madri molto giovani i mostri additati. Certo che sarebbe comprensibile se fosse successo in Sicilia, lontano dalle grandi sedi dei telegiornali, in una terra dove s’ammazza d’abitudine e dove il clamore rimane quasi sempre soffocato dalla routine degli atti delittuosi, altrimenti, non si capisce bene l’innesco speciale che ha provocato tutta quell’attenzione su un delitto, quello di Cogne, esattamente come tanti altri.

Nel carcere delle Vallette a Torino, nella sezione femminile, ci sono due celle prospicienti e in quelle camerette sono detenute le due mamme: la signora Franzoni e la povera “diavola”. L’una di fronte all’altra le hanno sistemate, come se dovessero confrontare le loro storie e le loro colpe.

In quel carcere che sembra il camposanto del principe De Curtis, l’ipotetica livella però pende sulla testa della povera diavola che piange e si dispera di quel che è stata in un solo momento della sua vita.

All’altro capo di misura della fatidica livella, viceversa,  si vola molto in alto ed esimi periti di parte hanno fatto le loro controprove in opposizione a quelle del RIS; e un avvocato di conclamata fama congettura le proprie tesi difensive; una famiglia intera si è schierata per la difesa del proprio membro, a mò di clan; gli amici sono pronti a rischiare la galera per portare acqua al mulino della Franzoni. Insomma, si respira un’altra aria in quella cella dove è detenuta Anna Maria e tutti sono attenti a non farle mancare nulla, nemmeno quella compagnia che le hanno assicurato le visite di parlamentari curiosi e la perenne sorveglianza di qualcuno, sempre presente per evitare che possa farsi del male.

Adesso è la ragione che pretende la sua parte di protagonismo, e la ragione vuole affermare ciò che ha appreso, ciò che il cuore gli ha nascosto: una logica umana e disumana allo stesso tempo, una chiara colpevolezza.

A questo punto mi sono convinto che la “bimba” – così la chiamano in famiglia la Anna Maria – non parlerà mai, e mai dirà la verità di quella mattina del 30 gennaio. Non parlerà perché molto forte sente la protezione della propria famiglia e, nello stesso tempo, teme di perderla.

Il riparo che Anna Maria Franzoni percepisce in seno alla propria famiglia, che come un clan vero e proprio si sono disposti, è quella protezione che comprende per intero ogni singolo membro del gruppo, dove ognuno avverte forte e tangibile, in ogni istante, la cooperazione degli altri. Il riparo è anche l’attaccamento morboso al marito Stefano Lorenzi che la “bimba” non avrebbe voluto dividere con nessuno, nemmeno con i propri figli perché intende come cosa propria quel marito, come un’appendice, o un completamento di se stessa, senza il quale si sentirebbe perduta – e lo dice a chiare lettere – e la   mancanza dell’uomo non le permetterebbe più di vivere.

Questa è la condizione esasperata di una donna che non ha avuto né il tempo né le occasioni per divenire tale. Ella ha sperimentato soltanto una vita in continua realizzazione, dove aspirazioni poco sofferte e per nulla irraggiungibili le hanno dato una visione completamente distorta della reale esistenza. Come già si è detto “la famiglia del Mulino Bianco” ha fatto tilt. Anna Maria Franzoni è anche una vittima dello stereotipo di vita irreale, e la figura del padre, prima, deve essere stata per lei come l’unico faro al quale rivolgersi per non sbagliare mai la strada, e il marito, dopo, è stato un baluardo a cui aggrapparsi che ha fuso e inglobato assieme all’immagine paterna, la sua sicurezza per affrontare il mondo, che da sola non ne sarebbe stata davvero capace.

Questi legami dunque, e la solitudine di tutti i giorni, un luogo che non è stato mai un suo luogo con tutte le meraviglie che ha avuto intorno, eppure, ella vive per ritrovarsi la sera con il marito e per chiudersi ancora di più nel “nido”, o nella “ tana”, per non dividere con nessuno l’affetto  e la comprensione dell’uomo che la rinfranca e la rassicura. La dipendenza da un legame così intenso e affatto rinunciabile sottolinea l’estrema esigenza della “bimba”, che bimba lo è per davvero, per l’affetto indivisibile del marito. Il piccolo Samuele ad un certo punto le sarà parso l’elemento potenziale in grado di slacciare quel legame che lei, invece, pretende unico ed esclusivo. In un certo qual modo avverte il rischio di potere essere relegata al legittimo ruolo di adulta che deve comprendere e accettare la condivisione dei beni affettivi. E la condivisione di questi beni non è cosa da poco, che è traumatica nei bambini e diventa intollerabile per chi non ha potuto, o saputo maturare in ragionevoli tempi di crescita.

Così, Anna Maria Franzoni non parlerà mai, non ha motivo di farlo, rischia troppo, e il rischio non è soltanto il carcere, ma l’abbandono, l’effettiva esclusione da quel nucleo che fino a questo momento l’avvolge. Anche per questo merita quel poco di pietà che le si deve come essere umano.

Viceversa, è incomprensibile il comportamento non del tutto disinteressato di chi la protegge, qualcuno che forse sa qualcosa, oppure immagina, ma è lo spirito del clan che tende comunque a scacciare l’ignominia che travolgerebbe nell’abisso tutti i suoi membri.

“Spero che sia stato ucciso” - disse Anna Maria quella mattina al carabiniere che per primo arrivò nella casa col tetto d’ardesia.

“Come…?” – chiese quel militare che forse non avrebbe voluto capire.

 “Spero che sia stato ucciso…” – ribadì la signora – “…un problema per cui io mi sento sola.” Parlava del suo bambino Anna Maria, di quel bambino che lei aveva già buttato via, come si può buttar via qualcosa che non piace più. Diceva di sentirsi sola e che una madre può ammazzare il proprio figlio.

“Facciamo un figlio, mi aiuti a fare un altro figlio?” – questo disse Anna Maria quella mattina al marito appena giunto per assistere all’agonia del suo bambino massacrato. Cosa le rispose il marito Stefano se ebbe modo di sentire quella richiesta? In quel momento Samuele veniva caricato sull’eliambulanza del 118 per essere trasportato all’ospedale di Aosta. La signora Franzoni – la mamma -  rimase lì ad aspettare in casa l’evolversi degli eventi.  E una madre, dico una madre, la si può trattenere con tutta la forza di questo mondo, la si può dissuadere con tutto il buon senso possibile di seguire il figlio in ospedale? Ma lei ormai aveva deciso di sostituirlo quel bambino che probabilmente non le piaceva più. E in tanta pena, in così tanto orrore, che Anna Maria sia pazza, o momentaneamente dissociata dalla violenza di un dolore che mai ha veramente esternato, niente inquieta quella sua famiglia? Una incongruenza, un discorso anomalo, un rapporto di madre probabilmente anormale? Tutto perfetto per loro?

“Anna Maria è innocente!” – e va bene, ma sembrano tutti dei vecchi grammofoni con la puntina che s’inceppa, oppure, in quelle montagne e nelle lande fredde della “Padania” i sentimenti si sono del tutto congelati a tal punto che non ci si meraviglia più di niente? E mi sovviene quel padre col sangue calabrese che gli dovrebbe scorrere ancora nelle vene, proprio quello, che ancora cerca di recuperare la sua figliola che intanto gli ha massacrato la famiglia intera.

La signora Franzoni si dichiara innocente fino all’estremo delle proprie forze, quando tutte le altre madri omicide, nelle sue stesse condizioni avrebbero confessato già da un pezzo. Allora, chissà, se quella povera donna non sta dicendo la verità ed è innocente per davvero. Però, la signora Franzoni non è una infanticida come le altre, lei gode di un punto altimetrico che va oltre il “normale” temperamento delle altre. Lei avrà sempre qualcosa da difendere e qualcuno che la possa difendere, altrimenti il suo mondo le crollerebbe addosso rovinosamente.

Anna Maria Franzoni non è Anna Dolce e non è neppure Medea, ella è unica nel suo genere di infanticida  ed è tanto singolare, quanto odioso è il fatto di volersi fare gioco della ragione degli altri.

Non si può per carità di Dio ammazzare il proprio bambino così come la signora Franzoni ha fatto e poi pensare di farla franca, soltanto perché esiste il dubbio e la pietà degli uomini. Poi, se lei dovesse riuscirci a non pagare il suo misfatto per quelle garanzie che la nostra società le deve consacrare, per quella democrazia di cui dicevo prima e per quei diritti dei giusti e dei meno giusti che la democrazia pretende, ebbene penso che sia cosciente lei stessa e la sua famiglia che dovrà cambiare nome e faccia in questo piccolo paese che è l’Italia. Sulla sua fronte c’è un marchio ed è un marchio ancora più ignominioso di quello che si portò Caino, e niente e nessuno potrà mai rimuoverlo. I crimini si pagano e quel crimine che la Franzoni ha commesso “oltre ogni ragionevole dubbio” pretende una pena giusta ed equa, in linea con la colpa che già si porta addosso. E se così non fosse, facciamo allora come quel simpatico sindaco di Cogne che per difendere l’economia turistica del proprio paese asseriva candidamente che tra i suoi concittadini non potevano esserci mostri, poi come Pilato si lavava le mani e altrettanto pateticamente affermava l’innocenza di Anna Maria Franzoni.

Ebbene egregio sindaco mettiamoci d’accordo, per caso vuole che sia io a confessare quel delitto, io che sono siciliano e che di certe cose potrei anche intendermi?

 

Salvatore Caruso

 


 

25 Maggio 2008

Desideriamo dimenticare la Franzoni

 

Dalla prima lettera pubblicata in questo sito alcuni anni fa, mi ritrovo a riscrivere della vicenda di Cogne, non dopo averci pensato più di una volta, visto le ingiurie che ho ricevuto via e-mail da moltissimi lettori in disaccordo con la mia tesi iniziale che, naturalmente, mai mi sono sognato di rinnegare.

Quello che segue è soltanto uno sfogo con le scatole piene che mi ritrovo, e non sono il solo, per la vicenda criminale più paradossale, scabrosa ed estenuante degli ultimi anni di cronaca nostrana.

Cosa dire di nuovo di A. M. Franzoni dopo la sentenza della Corte di Cassazione se non lanciare un pubblico appello? Per carità di Dio liberatela, mandatela a casa, toglietecela di torno, che non se ne può più. 

Da sei anni è una tortura senza fine, un tormento infernale. Aprire un giornale, vedere un telegiornale, seguire qualche trasmissione di approfondimento, c’è sempre il rischio di imbattersi in lei: vederla, sentirla, dare retta ai commenti più scomposti e strampalati dell’infinita telenovela mediatica di A. M. Franzoni.

Miseriaccia di quest’Italia sconclusionata è mai possibile che non ci sia altro di cui parlare se non di questa signora della quale sappiamo già tutto, persino i gusti in materia di biancheria intima e le abitudini della sua più segreta pulizia corporale? Vi sembra giusto che una persona sia violata costantemente e con metodo nella profonda intimità dell’animo e della fisicità? Per favore smettiamola che mai si è visto tanto morboso accanimento per un caso d’infanticidio che, anche se è la madre ad averlo commesso, non è poi così raro come evento criminale, anzi, mi pare che ogni giorno la cronaca ce ne regala uno con modalità e circostanze diverse ma tutti appartenenti alla stessa casistica di bambini ammazzati da madri quasi nel pieno delle proprie facoltà mentali.

La Franzoni, che ci piaccia o no, è stata definitivamente condannata dall’ultimo grado di giudizio che nel nostro Paese è la Corte di Cassazione. Prima di questa sentenza ce ne sono state altre quattro se non mi sbaglio, quattro verdetti che hanno confermato ciò che da sempre si è saputo. Ogni tribunale ha giudicato con giudici diversi e da sedi dibattimentali differenti. Dunque, la tesi del complotto non può reggere ed è inutile invocarla a cose fatte.

La prima volta fu il Tribunale della Libertà a confermare la brevissima carcerazione dell’imputata, poi la Corte d’Assisi, il Tribunale del Riesame, la Corte d‘Appello e infine la Cassazione. Un altro processo (il Cogne bis) ha sostenuto l’imputazione per frode processuale contro Lorenzi, Franzoni e Taormina. Cosa ci vuole ancora per capire che la Franzoni ha ucciso il piccolo Samuele?

La cosiddetta verità processuale ha confermato le indagini della Procura di Torino, i rilievi tecnici del RIS di Parma, le perizie dell’accusa, gli innumerevoli indizi a carico e ha rigettato tutte quelle meravigliose arrampicate sui vetri che venivano dalla parte della difesa ufficiale e degli amici, delle associazioni pro-tempore e della famiglia della signora Franzoni & C. Niente di più regolare credo, togliendo qualche scaramuccia (chiamiamola così) nella conduzione, tuttavia giustificabile, dell’impianto difensivo del caso criminoso, forse più eclatante del secolo nostrum. Quindi?

Chiudiamola questa dolorosissima vicenda. Smettiamola di occuparcene come se fosse il principio di sopravvivenza di questa nostra Italia che ha ben altre preoccupazioni da perderci il sonno e la ragione. Gli altri ci guardano e in altri paesi, sicuramente più civili del nostro, il giudizio di tre livelli giudicanti determina automaticamente un’univoca verità da incassare e rendere esclusiva, piaccia o non piaccia per come essa si presenta e per com’è addivenuta alla sintesi dei fatti. Inutile e dannoso sarebbe invocare anche la revisione di un processo che non avrebbe niente più da dire.

Se per il caso di Cogne si dovesse continuare a chiedere, magari ottenendola, una revisione del processo per presunti fatti nuovi e rilevanti, si farebbe un torto scandaloso alla Giustizia italiana per dimostrare l’incompetenza dei giudici a confronto degli umori viscerali della gente, sapientemente guidata verso la totale sfiducia nelle istituzioni. Si potrebbe innescare un effetto incontrollato a catena, peraltro già in atto, che annichilirebbe qualsiasi forma di giurisprudenza penale, civile e amministrativa che sia. In pratica ognuno avrebbe ragione per quel che crede e non per i fatti che presentano una qualunque vicenda processuale. Ma come possiamo permettercelo proprio noi italiani che ancora dobbiamo delle risposte serie per il caso di Ustica, per la strage di Bologna, per il mostro di Firenze e così via?

Allora, per concludere, la Franzoni è stata condannata? La Franzoni è l’omicida del piccolo Samuele? La Franzoni ha preso in giro un’intera Nazione per sei lunghissimi anni? Si! Ed è un si gridato per tutte e tre le domande pressoché pletoriche.

Dunque, basta. Mandatela in carcere o mandatela a casa, che forse è meglio per tutti, ma smettiamola di parlare di lei. Non è giusto ogni due e tre vederla con le lacrime agli occhi, sentire il suo monotono lamento d’ingiustizia subita, ascoltare gli sproloqui degli innocentisti a prescindere, scorgere lacrime e percepire imprecazioni qua e là. La famiglia che si prodiga come formichine intestardite e minaccia a trecentosessanta gradi chiunque non accetti le sue ragioni. Statevene zitti che è meglio, perché per la famiglia bisognerebbe aprire un capitolo a parte per capire dove stanno veramente le colpe della “bimba”.

Comunque, basta davvero.

Io ti assolvo Anna Maria Franzoni, ti assolvo per avere trucidato tuo figlio, ti assolvo per avermi preso per il culo, ti assolvo perché me ne frego di quello che sei e di quello che hai fatto. Ripeto ancora una volta, sarà la tua coscienza, se te ne resta ancora un tenuissimo barlume, a condannarti finché vivrai. Dopo, se Dio lo riterrà opportuno, ci sarà il suo Giudizio e a quello, se non sbaglio, non ci si potrà appellare né dissentire.

 

Con compassione, Salvatore Caruso