IL MERCATO DEL GIOVEDI’ - una festa per la città di Lentini ® di Carmela Vacante
Nella città di Lentini ( SR ), da tempo immemorabile, il giovedì di tutte le settimane ( fatta eccezione per i giorni festivi ), nell’area circostante lo Stadio comunale, viene allestito un caratteristico Mercato, u GIOVEDDI’, che, via via, è diventato sempre più grande, più ricco e più importante ed ha acquistato una rinomanza che si estende a tutti i paesi limitrofi e oltre. Facendo delle ricerche sulla origine di questo Mercato la mia curiosità è stata attratta da un libretto “ I LUOGHI DELLA MEMORIA “- Toponimi e Immagini di Lentini - ( autori : Cirino Gula e Francesco Valenti ), dove ho trovato l’origine di molti curiosi toponimi, relativi ad alcune aree della città nelle quali, nel passato, si tenevano Fiere e Mercati , e che , pur non avendo una specifica attinenza con le origini dell’attuale Giovedì, indicano avvenimenti commerciali che, nella storia della città, hanno avuto una grande importanza e una certa rinomanza in tutto l’interland, per il movimento umano e di merce che si veniva a creare : i “Buffetti “ e “ Supra a Fera “, la prima ubicata tra via G. Verdi e Piazza Nazionale e la seconda, dai confini non ben definiti, che va da via Piave e via Del Museo fino alla chiesa di Santa Croce .
“…I Buffetti si rizzavano nelle festività di Ognissanti e dei Morti e i titolari vendevano frutta fresca e secca …calia, castagne secche, fichi secchi che costituivano, insieme a qualche gioco, il regalo che “ i Morti “ lasciavano ai bambini buoni … “ “…Supra a Fera “ indica l’area dove “…Sino agli inizi della seconda guerra mondiale, si svolgeva una Fiera famosa e tra le più antiche di tutta la Sicilia , che faceva accorrere gente da tutta l’Isola. La fiera , detta di S.Giorgio, si svolgeva dal 18 al 21 Aprile e serviva per la vendita e per l’acquisto del bestiame …I proprietari sostavano, il giorno prima della fiera, in periferia e facevano il loro ingresso in paese contemporaneamente. Lo sparo di un mortaretto dava il segnale che autorizzava l’ingresso degli armenti in città ( a trasuta da fera )… Accanto ai venditori di bestiame c’erano gli ambulanti che vendevano attrezzi di lavoro e tutto ciò che aveva attinenza con il bestiame e l’agricoltura come finimenti , zappe , scale ecc…” ( da “ I Luoghi della Memoria “ di Cirino Gula e Francesco Valenti ) . In seguito la fiera , per motivi igienici, fu trasferita nell’area adiacente il Campo sportivo, per poi scomparire del tutto nel 1948 per essere spostata da Lentini a Melilli (vedi avvertenza del Sindaco del 30 Aprile 1948 ). Intanto era sorto nella città , diventando a poco a poco sempre più importante, il Mercato settimanale del Giovedì, con vendita di generi vari tra cui tessili, mercerie, metalli, giocattoli, ecc., che era ubicato a Piazza Umberto I dove rimase fino al 1946. Successivamente (vedi comunicazione del Sindaco del 22 Genn. 1947 ) il “ Gioveddì “ fu trasferito in Piazza Oberdan dove, ingrandendosi ulteriormente, rimase fino agli anni settanta. Ricordo ancora con esattezza come erano sistemate le varie mercanzie : l’area principale della Piazza Oberdan era totalmente occupata dalle bancarelle dei tessili e delle mercerie che fornivano i materiali necessari per una sorta di artigianato , il cucito su misura , molto diffuso nella zona e praticato anche a livello casalingo , ormai scomparso quasi del tutto : non erano ancora decollate le grandi industrie delle confezioni e la gente si “ vestiva” presso i bravi sarti locali , i “ custureri “; la gran parte delle donne , poi , sapeva cucire e ricamare e con tanta bravura e creatività , utilizzando scampoli comprati al mercato con poche lire , riusciva a confezionare abiti e altri indumenti per sé e per la famiglia , risparmiando molto . Il mercato di frutta , ortaggi e , soprattutto , di formaggi e salumi , era ubicato nella piazzetta prospiciente la Chiesa di Santa Maria La Cava , Piazza Alemagna , a cui si accedeva salendo la monumentale scalinata , a tutt’oggi esistente . Col passare degli anni il Mercato diventava sempre più grande e più ricco di merce e pertanto si prospettava la necessità di trasferirlo in un’area più consona per poter garantire una più ordinata e razionale sistemazione delle centinaia di bancarelle e un’esposizione delle merci più adatta alla fruizione da parte di tutti . Il trasferimento si rendeva necessario anche per garantire una più scorrevole circolazione, e, soprattutto, per lasciare libera da ingombri la via di accesso all’Ospedale Civile . Il Mercato del Giovedì fu trasferito pertanto nell’area circostante il Campo Sportivo occupando in un primo tempo anche via Dello Stadio ; successivamente , sempre per motivi di traffico , il mercato fu spostato a Largo Monreale e su tutte le strade adiacenti, estendendosi sempre di più fino ad occupare anche il Largo Agre e altre strade , in un’area diventata ormai tanto grande da non essere più molto gestibile. Il giorno del Mercato, poi , gli abitanti della zona restano praticamente “ sequestrati in casa “ per tutta la mattinata e parte del primo pomeriggio , per consentire le operazioni di pulizia ; la sua attuale ubicazione , infatti , non permette loro di utilizzare le macchine e non garantisce alcuna sicurezza pubblica o di pubblica incolumità : non è possibile l’arrivo tempestivo di un’autoambulanza o di altri mezzi di soccorso , per non parlare poi delle condizioni igieniche, non del tutto a norma di legge. Il Mercato per un breve periodo ( vedi delibera della Giunta Municipale del 29 Gennaio 1990 ) fu trasferito in Contrada Alaimo , nella cosiddetta zona 167, per consentire i lavori di ripristino dell’acquedotto e della rete fognante esterna; in tale zona rimase anche per il periodo immediatamente successivo al terremoto di S.Lucia del 13 dicembre 1990, per ragioni di sicurezza; tale ubicazione, eccessivamente decentrata , suscitò la disapprovazione e le proteste della popolazione . Pertanto , rimosse le ragioni del suo temporaneo trasferimento, il Mercato ritornò nella sua sede naturale , presso il Campo Sportivo , dove è a tutt’oggi , con tutti gli annosi problemi dei quali si discute sempre e che fin’ora non hanno trovato una soluzione accettabile. Le diverse Amministrazioni comunali, hanno discusso spesso (l’Amministrazione attualmente in carica ne sta discutendo ancora), sulla necessità di trasferire questo mastodontico Mercato in altra sede; si è tornati a proporre ancora la contrada Alaimo , la zona 167 ; sebbene l’area che pare risulti la più idonea all’esigenza e su cui l’attuale Consiglio Comunale si è pronunciato per un prossimo spostamento , sia il Largo Patti , che non è molto distante dalla sua attuale ubicazione; qui verrebbero create anche delle infrastrutture per la Protezione Civile e il Mercato si potrebbe estendere fino ad occupare anche l’area circostante, attualmente agricola. Questa nuova sistemazione dovrebbe garantire una migliore e più razionale sistemazione delle oltre 350 bancarelle e un più preciso controllo da parte dei Vigili Urbani , avendo solo due sbocchi : un ingresso e un’uscita ; potrebbe servire anche per rivalutare un Quartiere un po’ “dimenticato “ e portare una giusta soluzione a tutti gli innumerevoli problemi legati a questo importante Mercato settimanale che fa parte della storia e dell’immagine della città che ha dato i natali a Gorgia , a Iacopo Da Lentini e tanti altri illustri Personaggi. Lasciando agli Amministratori locali il compito di dirimere questa “ingarbugliata matassa “ devo onestamente dire che oggi il ” Gioveddì “ costituisce per Lentini un evento importante ma che , ogni giovedì , condiziona tutta la vita della città , crea ingorghi al traffico , già caotico negli altri giorni : molte strade vengono occupate dal Mercato e la circolazione automobilistica viene dirottata su altre vie che , conseguentemente , si intasano a dismisura . A questo si deve aggiungere il disordine che si viene a creare nelle strade limitrofe tutte occupate anche dalle macchine degli avventori , parcheggiate in maniera piuttosto caotica , nonostante l’attenta sorveglianza dei Vigili Urbani ; ma non è possibile immaginare Lentini senza questo notevole avvenimento settimanale , perché ormai fa parte integrante della vita di questa città e costituisce una delle sue più importanti e caratteristiche attrattive. Il volume di affari di questo grandissimo Mercato è incalcolabile ed anche la città ne trae un certo beneficio economico e, soprattutto , molto prestigio. All’alba di ogni giovedì , nelle zone prestabilite , affluiscono mezzi di vario genere che trasportano ogni tipo di merce e le attrezzature per montare le bancarelle . I venditori arrivano anche da paesi abbastanza lontani quali Paternò , Adrano , Bronte , Catania , Augusta , Siracusa , Ragusa , Modica, Vittoria , etc ; utilizzando gli spazi loro assegnati , montano le bancarelle , aprono i caratteristici ombrelloni giganti , espongono le loro merci disponendole nella maniera esteticamente più gradevole e accattivante . Due strade , che nell’area del Mercato formano una sorta di ali , di accesso e di uscita , sono totalmente occupate dalle bancarelle e dai furgoni –frigorifero adibiti alla vendita di frutta , ortaggi , verdura , pollame , pesce , formaggi , insaccati , dolci , conserve e altri prodotti tipici della gastronomia tradizionale siciliana e locale . Uno spazio non molto esteso , ma abbastanza frequentato, è riservato agli agricoltori locali che vendono i prodotti stagionali e quelli dei loro terreni tra cui le arance , i mandarini , i limoni , la cicorietta selvatica , gli asparagi , gli amareddi (infiorescenze della senape selvatica ) e l’ anciti (bietole selvatiche) molto usate nel nostro paese per farcire la tipica focaccia lentinese detta cudduruni ; c’è poi un angolo dove i vecchi pescatori vendono ancora il pesce d’acqua dolce come le anguille, le tinche, i muletti (cefali) e i larunghi (rane) che a noi lentinesi piacciono tanto e che ci hanno fatto guadagnare il simpatico appellativo di larunghiari . Il grosso del Mercato , quello che occupa l’area più estesa , è costituito dal settore dell’abbigliamento in senso lato che è veramente ricchissimo di merce e spesso offre delle ottime opportunità di acquisto a prezzi stracciati : scarpe , vestiti , pantaloni , cappotti , impermeabili , piumotti , pullover, costumi da bagno , biancheria intima , calze e accessori vari quali borse , cinture , sciarpe , coppole , foulards , ombrelli , etc… E poi , mescolati tra i vari generi, aree destinate alla vendita di piante e fiori , veri e artificiali ; bancarelle che vendono stoffe di ogni tipo , prodotti di profumeria , giocattoli , utensili per la casa , generi di merceria varia… C’è proprio una grandissima scelta ed è difficile che chi si reca in questo Mercato possa lasciarlo senza aver comprato qualcosa ; magari , poi , guardando meglio a casa gli oggetti comprati ci si può pentire delle spese effettuate , non tanto perché non valesse la pena spendere in una simile cosa , ma il più delle volte perchè ci si lascia tentare dai costi molto contenuti e si corre il rischio di acquistare cose superflue, inutili e che non ci servono, o che non ci potranno mai servire.
Il “Gioveddì “ è il salotto della città; in questo luogo si incontrano tante persone, si apprendono e si diffondono notizie riguardanti matrimoni, nascite, funerali, avvenimenti vari… si incontrano parenti, amici… si distribuiscono manifesti pubblicitari… Negli ultimi anni si utilizza anche come luogo per fare propaganda elettorale… Nel periodo che precede le elezioni si assiste alla sfilata dei candidati importanti che, con un codazzo di sostenitori, girano per il Mercato per farsi vedere e per accattivarsi le simpatie delle donne e, soprattutto, per accaparrarsi i voti: quanti saluti e quanti complimenti si ricevono in quei giorni carichi di souspance e di aspettative… quante amicizie nuove si scoprono … C’è proprio da guardare e da sentire! E’ uno spettacolo per gli occhi e un salutare divertissiment per la mente osservare tutta questa umanità colorata e indaffarata che si muove tra le bancarelle , straripanti di merce , trascinando ingombranti , quanto pericolosi , carrelli carichi di spesa e spingendo , tra il caotico movimento delle persone , carrozzine con bambini frastornati semisepolti da borsette di plastica piene di mercanzia . Non mancano , poi , le piccole disavventure a cui spesso si va incontro: si dimentica o si perde qualche cosa; si subisce qualche scippo… Tutto questo, però, fa parte del colore di questo fantastico Mercato che esercita su tutti un fascino e un’attrazione irresistibile e che, soprattutto le donne, considerano un importante punto di riferimento e di incontri perché in esso ognuna trova quello che cerca. Frequentano il "Gioveddì" anche donne provenienti dai paesi limitrofi quali Carlentini, Scordia, Pedagaggi, Francofonte utilizzando estemporanee navette a pagamento messe a disposizione da privati che approfittano dell’occasione per fare un po’ di quattrini. Anch’io vado spesso al Mercato del giovedì e non solo per fare la spesa . Mi attirano molto i colori , il movimento della gente , le scenette che si svolgono tra le bancarelle e in mezzo alle strade , i capannelli di “ incontri “ che creano ingorgo al flusso dei frequentatori più frettolosi ed impazienti. E’ un mondo che mi affascina e con il mio innato spirito di osservazione riesco a coglierne gli aspetti più caratteristici e a trarne ispirazione per le mie pitture o per comporre qualche poesia, come quella che chiude queste mie osservazioni e che credo colga assolutamente l’essenza di questo importante avvenimento settimanale e ne mette in risalto gli aspetti più caratteristici con garbata e un po’ graffiante ironia .
U GIOVEDDI’ - Stu iornu da simana e fimmini ci scoppa ‘nta testa ; / si susunu magari cchiù tisi , ci pari na festa ! / ‘Nta na vulata li subbizza si fanu / e , poi , tirannu u carrellu , o mercatu si ni vanu . / Tutti li posti e li bancarelli iddi si furriunu : / taliunu , arriminunu , pigghiunu , posunu…nun posunu ! / Si fermunu a parrari cu parenti e cummari / ‘nmenzu a la strada , co piriculu di cascari. / E li genti ca sa n’ha vinniri li so cosi / unghi e siddiati i mannunu a ddu paisi. / E quanti cosi accattunu ccu l’Euru cummattennu ; / e quantu tempu perdunu ddi centesimi cuntannu ! / S’accattunu u frummaggiu , u baccalaru , i pira , u pumaroru ; / a lattuga , a sinapa e l’anciddi ( a pisu d’oru ) ! / S’accattunu i vistini , i coffa , i causi i cammisi, / i russetti , i giocattoli p’addevi , e tanti cosi aruci ; / i scappi , i buttuna , i quasetti e a biancheria / ca , senza russura , si provunu ‘nmezzu a la via! / Si carricunu comu e scecchi ccu borsi e bursittini; / pari c’ha veniri a guerra o , di lu munnu la fini! / E , poi , quanta genti s’incontra a dda iurnata , / magari pirsuni can un s’avevunu vistu ppi n’annata . / Pari ca tutti sa n’ha datu appuntamentu , / pi cuntarisi li peni , cu tantu lamentu. / U giovedì , ppi stu paisi , è propriu na iurnata speciali / picchì ‘nda ddu iornu si teni u mercatu generali. / Però è , magari , a iurnata de scippi e de fregaturi salati: / tra borsi rubbati e cosi fraciti , ppi boni pagati, / ognuna s’arritira a casa stanca e avviluta assai, / e fa lu prupositu di nun ci turnari acchiù…mai ! / Ma poi passa tutta na simana intera , / e agghiorna lu “santu giovedì”, iurnata di fera. / Senza pinsari acchiù a chiddu c’ha passatu / ognuna s’abbessa di cursa e addizza ppò mercatu. / Certu ca è un modu di passari na mattinata spensierata, / ‘nmezzu a tanta genti c’addiventa sempri cchiù arraggiata. / Accattari , parrai , sparrari , camminari e taliari / è la megghiu cura ppi li nervi abbaciari. / E accussì ogni simana di tutti li misi, / specie li fimmini , arditi e tisi / si dununu appuntamentu a stu mercatu, / tantu disprizzatu , ma da tutti anningatu. ® Carmela Vacante
Gaetano da Lentini: ambasciatore dei randagi - a cura dell'associazione P.A.C.E. di Lentini (Giu 2009)
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Sebastiano Castro era nato a Lentini il 18 giugno 1929. Dopo gli anni ginnasiali, con la guida spirituale di don Giovanni Di Grande, entrò sedicenne nel Seminario arcivescovile di Siracusa. Al termine degli studi, il 29 giugno 1952 dall’arcivescovo mons. Ettore Baranzini venne ordinato sacerdote ed assegnato a Melilli quale vice parroco di don Sebastiano Marino nella chiesa madre. Dopo circa cinque anni padre Castro fu trasferito a Lentini nella chiesa madre di mons. Francesco La Rosa. Nella sua città natale si inserì bene senza mai voler apparire protagonista. Eppure le successive vicende della Chiesa lentinese lo portarono presto ad assumere un ruolo di primissimo piano, nonostante la sua propensione a non voler fare la “carriera” di parroco. Nel 1966 venne infatti chiamato dall’arcivescovo mons. Giuseppe Bonfiglioli a succedere, nella storica ex cattedrale, a don Giovanni Maria D’Asta, del quale era stato vicario dal 1963 per tre anni. Da allora è stato arcidiacono‑parroco della matrice di Lentini, ininterrottamente per trentaquattro anni, assumendo per alcuni periodi anche l’incarico di vicario foraneo per le tredici parrocchie dei comuni di Lentini, Carlentini e Francofonte. |
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La sua vita si innervò generosamente con quella di migliaia di persone. È stato localmente il sacerdote delle grandi e piccole occasioni. Uomo dalla tenace speranza, contro ogni cocente delusione, in decenni di forti transizioni sociali e morali, nella difficile Lentini ha saputo essere profondamente fedele alla Chiesa. Parroco paziente e saggio, punto di incontro per preti e laici, intransigente sul piano dei principi veri. Sempre tra la gente con discrezione, attento a non cadere nelle trappole degli errori. Legato con zelo alla festa patronale di S. Alfio, patrimonio secolare di tante generazioni di lentinesi; attento pure alle buone tradizioni, sensibile ai robusti richiami di una terra ricca di storia. Poi, beffardamente, la salute non lo ha più sorretto in questa quotidiana fatica a servizio dell’Uomo di fine millennio. Mons. Castro nel maggio del Duemila ha dovuto lasciare la sua terra, la sua gente, i suoi amici, pur rimanendo fortemente legato a tutto ed a tutti: si trasferì ad Ostia Lido, assistito amorevolmente dalla sorella e dai suoi familiari. Nel giugno del 2002, con i confratelli della diocesi e con la gente della sua Lentini, volle festeggiare i cinquant’anni di ordinazione sacerdotale. Assieme all’arcivescovo mons. Giuseppe Costanzo, nell’affollatissima chiesa di S. Alfio visse momenti d’intensa commozione, circondato dall’affetto e dalla stima di centinaia di amici. Alcuni però, con amarezza, notarono un preoccupante aggravamento delle sue condizioni di salute. Mons. Castro dovette ritornare ad Ostia, ma confidava teneramente il suo vivo desiderio di tornare a lavorare in diocesi... se avesse potuto. Questo suo legame con il territorio era più forte di quanto lui stesso non avesse inizialmente pensato. Poi, sfortunatamente, il suo fisico crollò in maniera precipitosa, lasciando in tutti un senso di tristezza ed umana impotenza. Morì a Roma il 12 febbraio 2003. In occasione dei funerali, a Lentini i presenti seppero cogliere ancora tutta la profondità della sua generosa anima sacerdotale. |
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Pippo Centamore: un caro ricordo - di Lella Nigroli (dal periodico "Murganzio" di Salvatore Martines-Ott 2008)
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Sono già passati tre anni dalla sera in cui mi è stata comunicata la improvvisa, ed assolutamente inaspettata, morte di Pippo Centamore. Lo avevo visto la mattina in Tribunale; sembrava in perfetta forma fisica, anche se qualche tempo prima aveva subito un piccolo intervento chirurgico, ed era sereno e gioviale. Non potevo crederci, non poteva essere vero che, ad appena qualche ora di distanza, quel Pippo che avevo incontrato e con il quale ci eravamo intrattenuti a parlare, fosse morto. Di Lui ho ricordi legati al mondo del lavoro, e della professione forense. L’ho conosciuto nel 1986 quando era Vice Segretario Generale del Comune ed io vinsi il concorso di Capo dell’Ufficio Legale dell’Ente. Nello svolgimento delle proprie funzioni si è sempre contraddistinto per le doti di equilibrio e di obiettività. Ha fatto sempre prevalere la legittimità degli atti e l’interesse del Comune prescindendo dalle proprie idee politiche, a tutti ben note. Abbiamo lavorato solo per qualche anno insieme, perché presto egli decise di lasciare quel mondo al quale aveva dedicato i suoi anni migliori, per intraprendere la professione di avvocato del libero foro. Nel frattempo, io ho avuto modo di raccogliere la sua difficile eredità e, da circa 15 anni, ricopro oltre che il ruolo di Capo dell’Ufficio Legale, anche l’incarico di Vice Segretario Generale al Comune di Lentini. |
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Anche dopo il suo collocamento in pensione, l’Avvocato Centamore ha continuato ad essere per la nostra Città un punto di riferimento sia per le problematiche legate alla gestione del Comune che nel campo del Diritto amministrativo, ricoprendo, nell’ambito dello stesso Ente, incarichi prestigiosi, quali quello di “Esperto del Sindaco”. La grande esperienza maturata nei lunghi anni di lavoro dipendente gli consentiva di essere sempre prodigo di consigli, come con chi scrive, anche con tutti i dipendenti del Comune che lo interpellavano frequentemente per sottoporgli qualunque genere di problema. Ancora oggi, nello svolgimento del mio lavoro, mi capita di trovare appunti scritti di suo pugno, e spesso mi ritrovo a pensare che, se fosse ancora fra noi, non esiterei a consultarlo per confrontarmi e ricercare insieme le migliori soluzioni per tematiche di particolare complessità. Di lui ricordo ancora l’attaccamento alla famiglia ed in particolare il grande amore per il nipotino Carlo, la cui nascita trasformò l’uomo, apparentemente inflessibile e rigoroso, in un nonno amorevole e tenero. Purtroppo il destino ha voluto che questa nuova dimensione della Sua vita, spesa oltre che per la famiglia ed il lavoro anche per la politica attiva che più volte ha avuto necessità della sua esperienza e della sua autorevolezza, non avesse lunga durata. Lella Nigroli |
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Luigi Briganti: Fortunello - dal periodico "Patria Indipendente" del 25 giugno 2006
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Luigi Briganti è nato a Lentini (Siracusa) il 24 aprile 1924. Il padre, Vito, era originario di Sortino (Siracusa) dove faceva il contadino, e la madre, Sebastiana Gaeta, era fornaia. Dalla loro unione, prima di Luigi, era nata una figlia, Concetta, deceduta all'età di sessantaquattro anni. Pur essendo dunque di origine contadina, condizione da sempre in Sicilia dura e difficile e fonte di grandi sacrifici e di continue privazioni,il giovane Luigi, dopo le scuole dell'obbligo, venne avviato agli studi superiori e frequentò il liceo classico nel collegio "San Michele" di Acireale (Catania). Nel maggio 1943, all'età di diciannove anni, Luigi dovette interrompere gli studi perché l'Italia fascista, in guerra dal 10 giugno 1940, aveva bisogno di tutti per combattere a fianco dell'alleato nazista.Fu destinato nel nord, a Ivrea (Torino), al 64° Reggimento di fanteria. Qui gli toccò adattarsi a un diverso modo di vivere e si trovò a fare nuove esperienze, che lo portarono a scelte decisive per tutto il corso della sua esistenza, a divenire protagonista, suo malgrado, di imprese leggendarie. Dopo pochi mesi che aveva indossato la divisa, Luigi si trovò, come tanti altri giovani, ad assistere alla caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, e, dopo quarantacinque giorni, allo sfacelo dell'esercito italiano dopo l'armistizio dell'8 settembre. |
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Allora sembrò crollare tutto
intorno a lui, non poté neppure raggiungere la sua terra, perché
l'Italia era ormai divisa in due tronconi: la Sicilia e il sud
erano infatti stati liberati dagli eserciti interalleati con lo
sbarco in Sicilia (9 luglio 1943) e a Salerno (9 settembre
1943). Sugli eventi che vanno dall'8 settembre 1943 alla fine
dell'inverno 1943-'44, Luigi Briganti racconta:«L'armistizio del
settembre 1943 mi sorprese a Ivrea. Dal maggio, allora avevo
diciannove anni, prestavo serviziomilitare nel 64° fanteria. I
meridionali erano molti e molti furono infatti poi i meridionali
partigiani. «C'era una confusione immensa. Noi ci eravamo
allontanati ed eravamo giunti vicino a Boves, proprio al momento
dell'eccidio. I tedeschi per la rabbia avevano dato alle fiamme
molte case, avevano bruciato un industriale e un prete. E
allora, dinanzi a tanta ferocia, decidemmo di combattere. «Mi
unii al comandante Rino Giuseppe Rigola. Diventaiun partigiano.
Mi vestivo da prete, da contadino, da donna e portavo messaggi
nei paesi circostanti, agli altri comandanti partigiani, a
Torino, agli operai, ai tramvieri, per spingerli allo sciopero.
Tedeschi e "repubblicani" smantellavano tutto, ferrovie,
fabbriche, e questo allora bisognava evitarlo. Partecipavo alle
azioni di guerriglia. Si affrontavano i carri armati con le
bottigliette incendiarie, si distribuivano volantini per cercare
di evitare che i giovani si arruolassero nelle formazioni
fasciste. «Ai primi di marzo 1944, nel corso di un'azione
isolata contro impianti militari delle truppe nazifasciste allo
scopo di reperire armi e munizioni, caddi prigioniero in mano
nemica. I tedeschi avevano una mia foto; non so come, ma
l'avevano. Sapevano chi era il comandante "Fortunello". Mi
portarono nelle carceri di Casale Monferrato e subito mi
chiesero di rivelare nomi, nascondigli e programmi delle
formazioni partigiane. Se avessi parlato, avrei fatto crollare
il movimento della Resistenza in Piemonte. Dinanzi al mio
mutismo iniziarono le sevizie più feroci. Io dicevo soltanto:
"Non potete, non potete trattare così un uomo!". Erano bestie.
Pregavo tanto che la morte mi soccorresse».Per il suo periodo di
detenzione e per il suo processo presso le carceri di Casale
Monferrato, ci avvaliamo della testimonianza di un ex ufficiale
della "X M.A.S.", che ci dice: «Nel febbraio del 1944 ero
ufficiale di collegamento tra le Forze armate della R.S.I. e il
Servizio segreto del Comando militare tedesco, posto agli ordini
del generale Wolf. I Servizi militari di informazione
segnalavano, quale elemento assai pericoloso e di molto
coraggio, il partigiano "Fortunello", alias Luigi Briganti, che,
travestito da contadino, spesse volte scendeva dalle valli
piemontesi a Torino per prendere contatti con il Comitato di
liberazione nazionale, portando a compimento con estrema audacia
azioni di guerriglia partigiana. Ai servizi di informazione era
stata fornita, da persona di Cigliano (Vercelli), una fotografia
del Briganti; questa pertanto fu diffusa in tutti i comandi
militari sia tedeschi che italiani e sul Briganti fu posta una
forte taglia con l'ordine di sparargli a vista. La sua presenza
era spesso segnalata a Ciriè, Caselle, Caluso, Strambino, Ivrea
e in quasi tutto il Canavesano e nelle valli. «Un giorno da
Casale Monferrato giunse notizia che, durante un'azione contro
impianti militari, era stato catturato il partigiano "Fortunello",
e in quell'occasionemi fu ordinato di recarmi sul luogo onde
interrogare, per conto del Servizio militare informazioni
italiano, il prigioniero. «Lo trovai in una cella. Era
orripilante per le inumane sevizie subite da parte dei tedeschi,
e pertanto rivolsi le mie rimostranze al comandante del reparto
tedesco per questo modo di agire non consono allo spirito
latino. « Durante l'interrogatorio del Briganti, mi resi conto
del suo amore di patria, al di sopra di ogni fazione politica, e
fui commosso dalle sue splendide parole e rimasi sinceramente
ammirato, anche perché si trattava di un mio conterraneo.
Dall'interrogatorio si passò a un cordiale colloquio, nel corso
del quale Briganti affermò che avrebbe stoicamente affrontato
ogni tragica conseguenza del suo operato, fiero del dovere
compiuto per un bene supremo. «Quel ragazzo con cui parlavo non
aveva che diciannove anni e un viso più da imberbe che da
adulto. Sebbene militante in altro campo, mi resi conto che
chiunque combatte, anche dalla parte opposta, con coraggio, con
spirito ardimentoso, merita il rispetto dell'avversario. «I
rapporti tra me e Briganti divennero fraterni e amicali, tanto
che mi offrii quale suo difensore a un processo sommario che gli
venne fatto dai tedeschi, al termine del quale fu condannato
alla pena capitale mediante fucilazione alla schiena. Ancora
oggi ricordo la sua reazione, il suo ultimo grido, che fu quello
di "Viva l'Italia" e il suo ultimo desiderio che fu quello di
essere fucilato al petto». La sera del 20 marzo 1944, Luigi
Briganti, condannato a morte, chiese e ottenne di incontrarsi
con un sacerdote suo amico di Livorno Ferraris (Vercelli) e in
quella occasione gli consegnò una lettera da recapitare ai suoi
genitori a Lentini, lettera che non giunse mai a destinazione,
in quanto Briganti fu liberato dai suoi compagni e il prete
consegnò poi il documento agli archivi partigiani di Torino alla
fine della guerra. Lo scritto del partigiano "Fortunello",
redatto il 20 marzo 1944 nelle carceri di Casale Monferra,
diceva: "Cari genitori, mai sono stato calmo come in questo
momento; so che fra poche ore per me sarà finita per sempre.
Sono contento di aver fatto il mio dovere per la patria
immortale e per la guerra partigiana. Contro i nazifascisti io
non ho rimorso; ma l'avranno loro quando punteranno le armi
contro di me per assassinarmi.Dò i miei diciannove anni alla
patria e cadrò contento per questa nostra Italia di martiri e di
eroi, sicuro che in un domani ritornerà la libertà a questo Nord
Italia ove i tedeschi con l'aiuto dei fascisti di Salò spogliano
le nostre industrie e portano via in Germania anche le rotaie
ferroviarie e spargono il terrore tra il popolo.Perdonatemi,
papà e mamma, se vi ho fatto soffrire. Vi prego di non
piangermi; stanotte per la prima volta mi sono confessato e
comunicato, appagando il vostro desiderio; però convinto
dell'esistenza divina. Vi raccomando il mio nipotino Filadelfo e
insegnategli ad amare la patria con tutto il cuore e a seguire
la via dell'onore. Sono cattolico e certamente, come il mio
confessore mi ha detto, io che ho il corpo martirizzato, troverò
conforto e la mia anima si unirà a quella degli altri miei
compagni caduti per la libertà. Non ho tradito nessuno: avrei
potuto salvarmi, ma al tradimento ho preferito la morte. Ricordo
tutti i miei parenti e amici e desidero che il mio corpo venga
portato al cimitero di Lentini. Bacio voi, papà e mamma, mia
sorella, i miei nipotini, mio cognato. Pregate per me. Vi bacio
forte, forte. Vostro indimenticabile figlio Luigi Briganti, "Fortunello
della Garibaldi". Valle di Lanzo. W l'Italia, W i partigiani. 20
marzo 1944".Del processo e della sua liberazione, "Fortunello"
ci racconta: «Processo? Una farsa. In pochi secondi un tribunale
tedesco mi condannò alla fucilazione alla schiena. lo protestai.
"Non sono un bandito", dissi, "lo sono un partigiano. Dovete
fucilarmi al petto". Un ufficiale della "X M.A.S." ebbe un
pizzico di pietà e mi consigliò di ubriacarmi prima di
affrontare il plotone di esecuzione. lo chiesi solo un po'
d'acqua per lenire il dolore delle ferite che mi martoriavano le
carni, ma mi fu rifiutata. Mi buttarono addosso le mie stesse
urine, che tenevano da parte. Solo un prete, un cappellano, mi
diede un po' di sollievo. Mi diede la sua fascia. "Cosi", mi
disse, "sentirai meno freddo". Si strappò la camicia e mi fasciò
le mani insanguinate. «All'alba mi portarono vicino a un
torrente per fucilarmi. Mi misero lì, io ero già mezzo morto per
il dolore, le fratture, dagli occhi non ci vedevo. Quanto sentii
crepitare i moschetti, gridai "Viva l'Italia!". Ma i colpi di
moschetto non erano dei tedeschi, erano dei partigiani venuti a
salvarmi. Così mi ritrovai sopra un camion con i miei compagni
che mi abbracciavano. Mi portarono nel Canavese per curarmi. A
Torino fu prelevato il professor Dogliotti e fu proprio il
celebre medico a mettermi su e a ridarmi di nuovo le forze per
tornare in montagna».Negli attimi che precedettero il
trasferimento dinanzi al plotone di esecuzione, il 21 marzo
1944, in un vigneto sulle colline del Monferrato, fu scattata
una fotografia, che pubblichiamo e che da sola commenta le
condizioni in cui era stato ridotto il partigiano. Non si è mai
saputo da chi questa foto sia stata scattata, né come poi finì,
anch'essa, negli archivi partigiani di Torino. Briganti,
sfuggito alla fucilazione con i suoi compagni di lotta, operò
nell'alto Monferrato quale comandante di un distaccamento della
42a Brigata "Vittorio Lusani" dell'11 Divisione "Patria
Monferrato", nel Vercellese e nel Torinese, nelle zone di
Moncrivello, Villareggia, Mazzé, Vische, Strambino e Ivrea. È in
questo periodo che "Fortunello" incorse in un secondo drammatico
episodio, che così lui stesso ci racconta:«Sì, fu nel marzo del
1945. Eravamo in montagna, nel Vercellese. La neve era ancora
alta. lo mi trovavo in una cascina con un ex ufficiale della "X
M.A.S." che aveva disertato e si era unito a noi. Con i
disertori i repubblichini erano spietati. Vennero a cercarlo,
perché qualcuno, forse, aveva detto di averlo visto dalle nostre
parti. Quando giunsero, io ero con questo ufficiale; forse lo
videro. Sta di fatto che io lo nascosi in un buco dietro il
caminetto e accesi il fuoco, misi una scodella con del latte
sopra e feci finta di niente. "Un disertore? Mai visto", dissi.
Ma loro non mi credettero. Dicevano: "Noi lo abbiamo visto da
lontano. Tu lo conosci. Dov'è?". Non parlai. Se lo avessero
scoperto, avrebbero passato per le armi me e tutti gli abitanti
delle cascine vicine. Avevo già sfidato la morte una volta, ci
provai per la seconda. Mi bastonarono, mi colpirono alla testa e
al petto con i calci dei moschetti. Mi tramortirono e mi
trascinarono legato a un carro sulla neve per centinaia e
centinaia di metri. Le donne del luogo si misero tutte in
ginocchio e chiesero pietà per me».Il padrone della cascina,
testimone oculare, così ricorda l'avvenimento: «Briganti venne
picchiato e schiaffeggiato e minacciato di morte. Erano presenti
anche quelli delle cascine Moglietta e Margherita e il
comportamento eroico di Briganti strappò l'ammirazione di tutti.
Gesto veramente valoroso, che solamente i veri patrioti della
tempra di Briganti potevano compiere in quel periodo pieno di
rischi. La cascina venne messa sottosopra, ma non trovarono il
Vaudagna (l'ex ufficiale della "X M.A.S."). Sacrificando se
stesso, il Briganti aveva salvato la vita di Vaudagna, della
moglie Noretta, della figlia Maura, del sottoscritto, di mio
figlio Dino, di mia figlia Irma, la cascina che volevano
bruciare e il bestiame. Il suo gesto lo rese popolare nella
zona. Briganti venne tascinato nel carcere di Cigliano, ma non
tradì nessuno, sebbene venisse ancora picchiato. Dopo si seppe
nella zona che i partigiani volevano liberarlo, ma vennero
arrestate le staffette di Moncrivello e l'azione fallì. Poi lo
portarono a Torino. Il ricordo di questo giovane valoroso e
coraggioso è rimasto vivo nella zona e noi gli siamo sempre
riconoscenti». Anche il parroco e il viceparroco convalidano i
fatti sopraesposti. Un altro testimone oculare, un ex impiegato
del Comune di Cigliano,segretario del Fascio repubblicano di
Cigliano e commissario prefettizio del Comune di Moncrivello
durante la Repubblica di Salò, in una dichiarazione firmata
davanti al sindaco di Masserano (Vercelli), così dichiara: «Su
Briganti pendeva un mandato di arresto. Un giorno che non posso
precisare, essendomi recato per dovere di ufficio presso il
Comando R.A.P .(Reparti Anti Partigiani) e precisamente dal
maggiore Terzoli, ho potuto vedere il Briganti nella sede del
Comando stesso circondato da militi, tra cui vi era il tenente
Spadoni. Seppi in seguito che Briganti era stato catturato nella
zona di Moncrivello dagli stessi militi; rinchiuso nel carcere
del Comando, era stato più volte percosso al fine di estorcergli
delle notizie riguardanti i movimenti e le operazioni
partigiane. Posso affermare che il giovane partigiano dimostrò
sempre una temerarietà e un coraggio non comuni, che lo resero
famoso nella zona, grazie ai quali diversi altri partigiani
furono salvati dalla sicura fucilazione e dalle rappresaglie.
Esempio tipico, noto a tutta la zona moncrivellese e ciglianese,
quello del sottotenente medico veterinario Vaudagna, a cui salvò
la vita nascondendolo in una botola e facendosi seviziare pur di
non dire parola al suo riguardo». Briganti così prosegue il suo
racconto:«Una mattina venne il maggiore Terzoli e disse,
rivolgendosi a me e agli otto alpini della R.A.P. e alle due
staffette che dovevano (d'accordo con i partigiani) bloccare le
armi automatiche che davano sulla piazza: "Vi fucilo sotto il
campanile della chiesa", luogo dove già erano stati fucilati tre
partigiani, "come traditori e Briganti come partigiano". Essendo
ferito gravemente alle gambe, protestai perché volevo morire in
piedi e porgere il mio petto al nemico. Intervennero subito gli
alpini Romagnoli e Belli, che mi sollevarono di peso dicendomi:
"Moriremo tutti in piedi abbracciati per la patria". Una volta
fuori dal carcere mi portarono a Torino. Gli alpini furono
portati a Santhià e liberati il 25 aprile. A Torino subii
maltrattamenti e torture alla caserma Lamarmora di Via Asti e
duri interrogatori al comando della Controguerriglia. Non
essendoci posto alle "Nuove", mi portarono all'ultimo piano
della caserma Cavalli, mi scaraventarono a terra in un luogo
senza vetri, dove il freddo era pungente.«Un giorno portarono
trentasei ostaggi. I partigiani in uno scontro a Ceresole d'Alba
avevano ucciso quattro tedeschi, quindi preparavano la
rappresaglia. Tra gli ostaggi c'era il dottor Silvio Aragno,
nipote del prefetto di Pavia Tuminetti, che subito si avvicinò a
me e, vedendo che sanguinavo a causa delle botte ricevute, si
fece dare i fazzoletti di alcuni ostaggi e mi medicò alla
meglio. Per suo interessamento gli ostaggi non vennero fucilati
e lui si rifiutò di tornare in libertà. Ma il Comando tedesco
voleva la rappresaglia. Incominciò così la retata degli ostaggi.
lo venni prelevato di peso e portato sul camion; ma prima di
partire tutti si strinsero attorno a me abbracciandomi. La
rappresaglia doveva avvenire in Piazza Castello, per dare un
esempio, così dicevano, ma per fortuna non avvenne. Mi
prelevarono invece le S.S. tedesche che mi portarono al Comando
germanico. Dopo alcune sere, su di una autoambulanza, venivo
portato prima a Caluso Canavese e dopo all'ospedale di Mazzé e
scambiato con alcuni ufficiali tedeschi catturati dai partigiani
in Valle d'Aosta. «Così finii in ospedale. Camminavo con le
stampelle e con esse il giorno della Liberazione salii su un
camion e, imbracciando un mitra,partecipai alla liberazione di
Torino. La 42a Brigata si ritirò a Crescentino e il comandante
Renato mi portò al Comando della 11 Divisione "Patria" a Casale
Monferrato, dove ebbero per me parole di incoraggiamento e di
augurio per la mia salute. Poi tornai a casa. «Da due anni i
miei non avevano più notizie. Erano sicuri della mia morte.
Trovai loro in lutto e la fame più nera. E io ero ridotto male,
malissimo. Le ferite, le cicatrici, le ossa che mi avevano
spezzato, non mi davano pace, gli incubi mi inseguivano. Tornai
di nuovo al nord, ritornai al sud. Stavo male fisicamente e
moralmente. Poi qualcuno mi aiutò: mi vestì, mi sfamò, mi portò
da un ospedale all'altro per diversi anni, impiegò diversi anni
per far sì che tornassi a essere uomo dopo tutto quello che
avevo subito; mi mantenne all'università, dove mi ero iscritto
alla Facoltà di Medicina, e, grazie a lui, presi la laurea il 14
novembre 1957. «Nel maggio 1959la Presidenza del Consiglio dei
Ministri mi informava che era stata assegnata la Medaglia d'oro
al valor militare al comandante "Fortunello" della Divisione
"Patria" e dei partigiani della Valle di Lanzo. Con decreto 2
giugno 1979, il Presidente della Repubblica, la Medaglia d'oro
al valor militare Sandro Pertini, mi concedeva la più alta
decorazione della Repubblica italiana, quella di Cavaliere di
gran croce. «Ho due specializzazioni, una in odontoiatria e
protesi dentaria e una in igiene». Oggi Luigi Briganti, sposato
con Francesca Policastro, laureata in Farmacia, ha tre figli:
Vito, di ventidue anni, laureando in medicina; Pietro, di
diciassette anni, che frequenta la quarta ragioneria e
Gabriella, di dieci anni, che ha appena iniziato le medie. Vive
a Lentini, dove è Ufficiale sanitario. Briganti però ha ancora
qualcosa da dire. Si dice che la notte dorma con la luce accesa
e che spesso gli incubi lo sveglino. Egli allora grida: «I
tedeschi, i tedeschi! Lasciatemi morire... ». «È vero, è vero»,
ci dice Briganti, «mi sveglio gridando. Provo la stessa paura,
gli stessi brividi di allora. Poi mi guardo attorno e trovo mia
moglie che mi conforta. Una volta si spaventava anche lei.
Purtroppo una vita non basta per dimenticare certi episodi che
ti sono penetrati nelle carni e che hanno lasciato delle
cicatrici dolorose e profonde. Per due volte sono stato dinanzi
al plotone di esecuzione tedesco e fascista. Sono uscito vivo
perché Dio mi ha aiutato. Ma la morte l'ho vista dinanzi agli
occhi, anzi posso dire che l'ho implorata, quando sono stato
bollato alle spalle con il ferro rovente a forma di croce
uncinata. Ho avuto il mento spezzato da un calcio, il setto
nasale rotto da un pugno, alcune vertebre cervicali rotte a
colpi di moschetto, le unghie dei piedi strappate con le pinze,
spilli nei genitali, Motivazione della concessione della Medaglia d'oro al valor militare: "Comandante di distaccamento di una formazione partigiana, dà ripetute vivissime prove di temerarietà e ardimento, incitando e trascinando i compagni nelle azioni più rischiose. Nel corso di un'azione isolata contro impianti militari delle truppe nazifasciste, compiuta a Casale Monferrato, cade prigioniero in mano nemica. Sottoposto alle più atroci torture nell'intento di ottenere da lui notizie sulla organizzazione delle locali forze partigiane, rifiuta sdegnosamente di fornire la benché minima informazione. Liberato dai suoi compagni, quando già innanzi a lui era stato schierato il plotone di esecuzione, nonostante che le profonde ferite causategli dalle torture non fossero ancora rimarginate, riprende il posto di combattimento con immutato slancio. Ancora convalescente, evita - con atto di suprema generosità - la certa cattura di un ufficiale delle formazioni garibaldine, cedendo a questi il proprio nascondiglio e volontariamente costituendosi alle truppe nazifasciste. Nuovamente sottoposto ad altre più feroci e beffarde torture, dà, ancora una volta, esempio di altissima fedeltà alla causa, opponendo ai barbari aguzzini il suo eroico, doloroso silenzio. Liberato con lo scambio di prigionieri, eppur costretto a camminare su occasionali stampelle, trova tuttavia la forza di partecipare alle operazioni militari svoltesi nelle giornate conclusive della Liberazione. Esempio veramente luminoso di assoluta dedizione, tenacia, e completo sprezzo della vita. Valli di Lanzo, febbraio 1944 - Alto Monferrato, aprile 1945". |
Filadelfo Aparo: eroe dell'antimafia - da www.isiciliani.it
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Filadelfo Aparo nasce a Lentini il 15 settembre 1935. Si era arruolato nel 1956 ed aveva prestato servizio a Bari, Taranto, Nettuno e, da ultimo, alla Questura di Palermo, Squadra Mobile, prima nella sezione antirapine e poi alla catturandi. Per il suo coraggio e la dedizione al dovere meritò numerosi premi e riconoscimenti. Venne assassinato in un agguato di mafia, la mattina dell'11 gennaio 1979, a Palermo, in piazza tenente Anelli n°25, con numerosi colpi di lupara. Il suo assassinio si deve alla vendetta delle cosche che decisero eliminare un "segugio" particolarmente efficiente e pericoloso. Il sottufficiale era impegnato in delicate indagini mirate all'individuazione degli organigrammi di cosche mafiose palermitane. Entrato a far parte dell’esercito nel 1956, prestò servizio presso le sedi di Bari, Taranto, Nettuno e alla Questura di Palermo, dove operò inizialmente nella sezione antirapina e qualche anno dopo nella squadra “Catturandi”, nella quale divenne degno membro, grazie al suo straordinario coraggio. Infatti, proprio per i valori in cui credeva e per la passione e tenacia che metteva nel compiere semplicemente il suo dovere, gli vennero assegnati numerosi premi e riconoscimenti, tra cui, nel 1968, l’avanzamento di grado d’appuntato grazie alla determinazione che mostrò all’interno di un’operazione che si concluse con l’arresto di un rapinatore.
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Ma non solo: nel 1978 ricevette un altro importante apprezzamento, poiché era riuscito ad individuare e bloccare, con decisiva e audace manovra, due pericolosi latitanti all’interno della propria autovettura, arrestandoli dopo un aggressivo scontro con i due. La felicità del Vice Brigadiere e della sua famiglia, dopo i numerosi encomi ricevuti, non fu destinata tuttavia a durare molto. Infatti, la mattina dell’11 gennaio 1979, in una silenziosa, tormentata e quasi isolata Palermo, alle ore 8:30 circa, Filadelfo Aparo 43 anni fu colpito da innumerevoli colpi di arma da fuoco (nello specifico della «P 38» e di un fucile a canne mozze caricato a pallettoni di lupara) proprio sotto casa, mentre salutava la moglie affacciata al balcone. Il poliziotto non ebbe tempo di difendersi con la pistola d’ordinanza, i colpi da parte dei killer furono decisivi e lo fecero precipitare a terra, spaventosamente sfregiato, sotto gli occhi increduli di un suo vicino di casa, anch’esso ferito, non gravemente, il quale pochi secondi prima aveva scambiato con lui qualche parola. L'assassinio del brigadiere diede il via ad una massiccia operazione di polizia. La città venne quasi stretta d'assedio con una maglia di decine di posti di blocco e venne chiesto anche l'impiego di elicotteri. Uno di questi velivoli rintracciò l'auto usata dai killers per l'agguato: data alle fiamme ed abbandonata nella borgata Pagliarelli, sulla strada per Altofonte, un paesino della Conca d'Oro, attorno a Palermo. Pur non escludendo alcuna pista, polizia e carabinieri decisamente imboccarono la strada della « vendetta ». Il brigadiere Aparo era diventato ormai, infatti, un investigatore troppo temuto dalle gang dei rapinatori. Tutta la sua già lunga carriera — sedici, ininterrotti anni, in uno dei servizi più delicati, quale quello della prevenzione dei reati di rapina e degli omicidi — era punteggiata di rilevanti successi. A tal punto, che il suo lavoro e le operazioni che riusciva a portare a termine, avevano dato vita a decine di aneddoti. Una volta raccontano commossi alla Squadra Mobile, arrestò in un cinema del centro un pericoloso ricercato che assisteva alla proiezione. Si sedette accanto a lui e gli disse in un orecchio “adesso non far baccano, così non se ne accorge nessuno”. E gli fece scattare le manette che poi copri con l'impermeabile ed uscì col suo uomo a braccetto. Come due vecchi amici. Ma al cinema, Filadelfo Aparo non sceglieva i film polizieschi. Non gli piacevano. “Quando sono costretto ad andarci lo faccio per scovare i delinquenti in sala” era solito dire. “E' decisamente una vendetta della mala” disse il capo della Mobile. Aparo lascia moglie e tre figli, uno dei quali, a quel tempo, aveva appena un anno. Nel 1998 è stata intitolata in sua memoria, dal Comune di Lentini, una via cittadina. Inoltre In suo ricordo è stato piantato un albero nel Giardino della memoria che ricorda le vittime della mafia a Palermo. Il giardino è stato realizzato in un appezzamento di terreno confiscato alla mafia. Per la Polizia di Stato, Filadelfo Aparo resta «un punto di riferimento per quanti, ogni giorno, con impegno e dedizione, sono al servizio delle istituzioni e della collettività per la difesa dei valori della legalità e della democrazia». Fonte: www.isiciliani.it |
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Federico II di Svevia: la corona del Sacro Romano Impero
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La corona di Federico II di Svevia, simbolo del Sacro romano impero, forgiata in oro, pietre, perle e smalti cloisonné, si trova al museo delle arti di Vienna. Fu usata per incoronare gli imperatori tedeschi del Sacro Romano Impero Germanico da Ottone I fino a Francesco II, per oltre mille anni. Fra essi Federico II di Svevia. Probabilmente fu realizzata per l’incoronazione di Ottone I nel 962 presso l’atelier di oreficeria dell’abbazia benedettina a Reichenau in Germania, nella regione del lago di Costanza, oppure a Milano. Attraverso un complesso piano teologico la corona simboleggia anche il carattere trascendente che era tipico della sovranità terrena durante il Medioevo.La Gerusalemme celeste era infatti immaginata con pianta ottagonale. I dodici grandi gioielli nella parte frontale rappresentano i dodici apostoli, corrispondenti alle dodici tribù di Israele nel vecchio testamento. Le quattro placche smaltate illustrano, nella loro iconografia, la liturgia dell’incoronazione. La fascia circolare deriva dalle corone dell’impero romano bizantino d’Oriente, con il quale c’era uno stretto rapporto all’epoca degli Ottoni. L’arco della sommità allude ad analoghi archi ricoperti di piume, sugli elmi dell’impero romano. A causa di questi riferimenti nacque una corona dalla forma unica e caratteristica, chiaramente distinta da ogni altra corona occidentale. |
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Federico II di Svevia nacque il 26 dicembre 1194 a Jesi, nelle Marche, dall'imperatore Enrico VI di Svevia e da Costanza d'Altavilla. Conosciuto con l’appellativo stupor mundi (meraviglia o stupore del mondo) Federico II era dotato di una personalità poliedrica e affascinante che, fin dalla sua epoca, ha polarizzato l'attenzione degli storici e del popolo, producendo anche una lunga serie di miti e leggende popolari, nel bene e nel male. Mentre Federico tentava di affermare la sua sovranità sul regno, osteggiato da rivolte in Sicilia e Calabria, improvvisi sviluppi nella politica imperiale gli presentarono ben più vaste prospettive. L'imperatore Ottone IV, infatti, rivendicando diritti sul Regno di Sicilia, discese in Italia. Con ciò provocò la reazione di quanti ‒ il papa, il re di Francia e molti principi tedeschi ‒ osteggiavano un'unione tra l'Impero e il regno italiano. Federico fu il loro strumento e nel 1211 un'assemblea di principi tedeschi, deposto Ottone, decise di invitare in Germania Federico per incoronarlo re dei Romani e designarlo con ciò alla successione imperiale. Lasciata la Germania, che abbandonò sostanzialmente al suo destino, Federico si stabilì nel Regno di Sicilia, che egli si impegnò fortemente a trasformare. Riformò i tribunali e l'amministrazione del regno, riorganizzandone le strutture e creando nuove figure di funzionari. Era una novità assoluta e in molti hanno visto in lui il primo sovrano di stampo moderno. Il 25 luglio 1215 venne incoronato re dei Romani ad Aquisgrana, con la corona imperiale. La sete di sapere spinse Federico II a ospitare presso la sua corte importanti personalità della cultura, fra cui i lentinesi Jacopo da Lentini (inventore del sonetto) e l’architetto Riccardo da Lentini, che ideò le sue maggiori opere edili fra cui il Castello Ursino di Catania e Castel del Monte, presso Bari, dalla singolare pianta ottagonale, che per molti ricorda proprio la sua corona imperiale.L'Imperatore morì mentre cercava di reagire alle disfatte subite in Italia settentrionale. La fine avvenne nel suo luogo di soggiorno preferito, Castel Fiorentino presso Foggia, il 13 dicembre 1250. La salma successivamente fu portata a Palermo e collocata in un sarcofago nella cattedrale. |
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Graziella Vistrè, storica sindacalista di Lentini
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Graziella Vistrè (Gela 1912– Palermo 1997) è stata una storica sindacalista, politica e attivista per i diritti delle donne, legata profondamente alla città di Lentini, dove ha operato per vent'anni (1962–1982). A Lentini dove si trasferì da Bagheria nel 1962 fu segretaria della Camera del Lavoro e protagonista delle lotte dei braccianti e delle lavoratrici degli agrumi. Durante uno sciopero nel 1966 a Lentini, organizzò un corteo di donne che si frappose tra i braccianti e la polizia, evitando un possibile massacro e portando alla firma del contratto. Militante del PCI, ricoprì a Lentini i ruoli di consigliera comunale e assessore alla solidarietà sociale. Fu inoltre tra le fondatrici dell'Unione Donne Italiane (UDI) in Sicilia, lottando per la parità salariale e l'emancipazione femminile. Grande era in lei la passione politica per il Partito Comunista, il sindacato, la difesa dei diritti delle persone povere e sfruttate, dei braccianti e delle lavoratrici delle arance. Un lavoro quest’ultimo umile e con delle condizioni lavorative improponibili. La città di Lentini nel 2025 ha dedicato in omaggio alla sua figura un murale alla villa Gorgia. .. |
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Quando la si incontrava per la prima volta, ci si stupiva perché portava scarpe da uomo e fumava le Alfa, sigarette fortissime usate soprattutto dagli uomini. Tuttavia Graziella aveva un grande fascino sulle persone e infine ciò che contava per lei maggiormente era che le donne lavorassero. Per questo alla camera del lavoro organizzava corsi di cucito, ricamo ed altri mestieri. Iniziò la sua attività, negli anni 50 a Bagheria e si distinse subito per la sua competenza e capacità di parlare in pubblico. Per quei tempi era straordinario che ci fosse una donna che non si metteva in soggezione nel parlare alle assemblee, fatte prevalentemente da uomini. Tutti l’ascoltavano perché era una donna autorevole, una donna che riusciva a far uscire le altre donne dalle loro case per seguirla alla camera del lavoro o alle manifestazioni. Erano donne molto semplici che si lasciavano guidare e che si impegnavano nella lotta per il lavoro, per i braccianti e per l’integrazione del reddito. Era il secondo dopoguerra ed in Sicilia non erano molte le donne che lavoravano. La maggior parte di loro curavano la propria casa e badavano ai propri figli. Era una generazione che viveva in una condizione di estrema povertà. Proprio per queste donne Graziella si impegnò parecchio al fine di sindacalizzarle. Lottò per loro con tenacia e riuscì a farne eleggere alcune nel comitato direttivo della Camera del lavoro di Bagheria e altre come rappresentanti dei magazzini delle arance. Quei magazzini dove le operaie lavoravano in condizioni di schiavitù, assoggettamento psicologico, umiliazioni, violenze di ogni tipo. In quei locali se ti ribellavi non lavoravi più e il padrone o il caporale di te poteva fare ciò che voleva. Graziella Vistrè fu per loro e per tutti i lavoratori un punto di riferimento; una dirigente confederale efficiente, impegnata e rispettata. Il 23 gennaio 1953 organizzò una manifestazione contro la cosiddetta “legge truffa”, una legge elettorale proposta dal governo De Gasperi. Il corteo, capeggiato da circa 200 donne, partì dalla sede della camera del lavoro per arrivare al municipio. Ad un certo punto una delle manifestanti innalzò una bandiera tricolore, un gesto legittimo soprattutto in una manifestazione sindacale, e improvvisamente sul corteo sopraggiunsero le camionette della polizia e dei carabinieri che caricarono i manifestanti, buona parte dei quali erano donne. In poco tempo la polizia riuscì a disperderli causando numerosi feriti, costretti a ricorrere alle cure del pronto soccorso. Oltre alle battaglie sindacali per il contratto di lavoro, Graziella organizzò numerose battaglie per la casa, organizzò le donne nel partito e nel sindacato, facendole anche partecipare a una manifestazione a Roma per la pensione alle casalinghe. Graziella aveva grande presa sulle donne e faceva loro da guida nel superare certi tabù. Fu una delle fondatrici dell’Udi e a Ficarazzi in provincia di Palermo e la prima donna consigliera comunale. Oggi Graziella Vistrè viene ricordata come una donna rigorosa che non ha mai tradito i suoi ideali e le sue convinzioni. Una donna che ha voluto seguire solo la sua passione politica e il suo cuore. Insomma, un esempio di dirigente e protagonista del movimento sindacale e politico.
Quando agli inizi degli anni 60 ebbe contrasti con il partito non abbassò la testa, non era nel suo stile e preferì lasciare Bagheria per andare a Lentini in provincia di Siracusa dove c’era un bracciantato numeroso e uno scontro sociale forte con i padroni. Era il 1962 e a Lentini trovò una situazione vergognosa. Ben presto si rivelò il luogo giusto per portare la sua esperienza e la sua conoscenza nel mondo del lavoro. Anche a Lentini le donne che lavoravano le arance erano merce del caposquadra del magazzino. Erano sfruttate come bestie da soma. Questa era una realtà che lei conosceva già. Forse proprio per quelle sigarette fumate in maniera esagerata una dopo l’altra, il cui odore forte di tabacco e il cui fumo intenso ne avvolgevano la figura, Graziella era vista e rispettata da tutti. Paolo Censabella, dirigente della Camera del lavoro di Lentini, dice di Lei: «la rispettavamo, ne riconoscevamo la competenza e la determinazione. Allora dentro la nostra camera del lavoro non c’erano divisioni di ruoli, eravamo tutti uguali. Tutti sullo stesso livello. Graziella era semplicemente brava». Insomma, era una compagna accreditata, non la criticavano, l’ascoltavano e si fidavano di lei. È stata dirigente della Camera del lavoro e consigliera comunale dal 1965 al 1980 e per dieci anni assessore alla solidarietà sociale. A Lentini ancora oggi la Camera del Lavoro si trova nello stesso stabile e non ha mai cambiato sede. È una costruzione bassa nella locale via Conte Alaimo dove su una parete vicino all’ingresso è stata collocata una targa che ricorda Placido Rizzotto, il sindacalista ucciso dalla mafia. In quelle stanze tanti sono i ricordi che riguardano Graziella Vistrè e che spiegano l’impegno profondo di questa donna col mondo femminile, la sua caparbietà, la sua tenacia nel portare le donne fuori da casa e immetterle nel mondo del lavoro e della politica. Lei che non si riteneva femminista. L’epigrafe nella tomba di Graziella recita: “Le lotte in difesa del lavoro sono una garanzia per la conquista del diritto ad una vita civile.” Sempre Paolo Censabella della Camera del Lavoro di Lentini, racconta che «gli anni a Lentini di Graziella Vistrè erano quelli delle lotte aspre e dure dei braccianti agricoli, prima per dare la terra ai braccianti e ai contadini poveri e successivamente per migliorare le condizioni di lavoro in campagna e nei magazzini delle arance e per migliorare le condizioni di vita generali nelle nostre città. Anni in cui l’arroganza e la prepotenza dei potenti era terribile ed estrema, la mafia non esisteva, era semplicemente un’invenzione dei comunisti e dei sindacati. C’era da lottare affinché i diritti fossero riconosciuti e bisognava dare una mano a chi, non sapendo né leggere né scrivere, stentava anche a capire le situazioni e non sapeva come muoversi né dove andare. Graziella Vistrè di tutto questo, in quegli anni, ne fu l’artefice».. |
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