Lentini  Oggi:  Scrittori
 
Cirino Gula  
 
Note Biografiche
 
Cirino Gula e' stato ordinario di Italiano e Storia a Lentini. Nel 1991 ha fatto l'inventario delle opere d'arte contenute nella Chiesa del Carmine danneggiata dal terremoto del 1990. Nel 1992 ha individuato un Ipogeo romano in contrada Castellana di Lentini, ha partecipato con l'Archeoclub di Lentini ai lavori di ripulitura sotto la direzione della Sopraintendenza di Siracusa e ne ha diretto il rilievo. Pubblica nel 1992 "I luoghi della memoria". Toponimi e immagini a Lentini dal XV al XIX secolo" (Ediprint - Siracusa), un viaggio nelle tradizioni della citta' attraverso i toponimi. Realizza "L'immagine del sublime", una mostra sull'arte rupestre nel territorio di Lentini. Cura l'appendice documentaria del volume "la citta' dimenticata" di F.Valenti (Cuecm 1992) sulla ricostruzione della citta' di Lentini dopo il terremoto del 1693. Nel 1993 realizza la mostra sul terremoto del 1693, in occasione delle celebrazioni del trecentesimo anniversario. Nel 1994 ha curato le schede di catalogo del volume: AA.VV. - "immagini della citta': case e palazzi di Lentini dal 1884 al 1890" (ed.Cuecm 1994) ed ha realizzato la relativa mostra. Nel 1995 pubblica per i tipi della Cuecm il volume "Storia di Leontinoi - dalla preistoria all'occupazione romana", primo volume di una storia criticamente fondata sulla citta' di Lentini. Nel 1997 ha ideato il “Castrum Fest”, la festa medievale che molti ancora ricorderanno e che ha diretto magistralmente per più anni, portando a Lentini e nel quartiere attorno al vecchio castello medievale un grande interesse. E' riuscito a dar vita ad una manifestazione che in pochi anni assunse caratteri di grande festa popolare e di sicuro richiamo turistico. Rimane solo il rammarico che, dopo la sua scomparsa, non si è riusciti a mantenerla. Successivamente ispettore onorario della Soprintendenza ai Beni culturali, (.. nel 2003) e' impegnato in un'opera di valorizzazione del patrimonio archeologico e culturale. Dopo una folgorante malattia e' scomparso prematuramente nel 2005. Nel 2010 viene pubblicata postuma l'opera "I fili della memoria",un volume sulle tradizioni popolari di Lentini, con la prefazione di Sebastiano Maggio e a cura di Elena Pisano e Salvatore Iannitto, per i tipi della Cuecm di Catania.
 
Le Opere
 
I luoghi della memoria. Toponimi e immagini a Lentini dal XV al XIX secolo" - Ediprint Sr 1992
Storia di Leontinoi. Dalla preistoria all'occupazione romana - Cuecm Ct 1995
I fili della memoria. Tradizioni, usi e costumi, modi di dire di Lentini - Cuecm Ct 2010
   Lentini e Carlentini: matrimonio possibile ?
 Castrum Fest (contributo a "Lentini Studia")
 

Breve Storia del Castellaccio

di Cirino Gula

Il Castellaccio o, meglio, il Castrum vetus, come veniva indicato nei documenti medievali, è sito sul colle Lastrichello-Tirone, in una posizione strategicamente favorevole sia alla difesa che all’attacco.

Il castello domina dall’alto le ultime propaggini della valle San Mauro, con i resti delle fortificazioni nord di Leontinoi, ed incombe su la valle Ruccia, con il quartiere di impronta medievale di San Paolo. Ad epoca greca, come lasciano ipotizzare i racconti degli storici, risalirebbe il primo impianto della fortezza, su una delle acropoli della città. Tuttavia, il ricordo documentario più antico risale al 1223, quando Federico Il relegò nel castello i ribelli agrigentini.

Nel 1239, l’imperatore svevo inviò tre lettere, una a Riccardo da Lentini, praefectus novorum aedificiorum (addetto alle nuove costruzioni, architetto di corte), una al giustiziere Guglielmo di Anglone e la terza al secreto di Messina, Maggiore di Plancatore, in cui si parla di lavori per completare il castello, in particolare la costruzione di tre torri e delle mura. Un ruolo centrale il Castrum assunse durante l’avventura di Corradino di Svevia, quando i ferracani, nemici della causa sveva, opposero una dura resistenza e cedettero alla fine solo per la mancanza d’acqua (1267).

L’importanza del Castellaccio emerse con Carlo d’Angiò, il quale aumentò la provvigione di miglio, portandola ai livelli dei più forti castelli costieri (1278). Durante la guerra del Vespro (1282), il castello venne preso d’assalto dagli stessi leontini, che, sotto la guida di Giovanni La Lamia, insorsero contro il governatore della città, Papirio Comitini, che si rifugiò nel castello, ma venne catturato e ucciso dal popolo.

Nel 1338, durante la guerra tra Ventimiglia e Chiaramonte, nel castello vennero incarcerati alcuni esponenti della famiglia Ventimiglia, affidati dal re Pietro III al conte Ruggero di Passaneto. Nello stesso anno, per sfuggire all’ira del re Pietro III, presso il quale era caduto in disgrazia, il Passaneto, uno dei feudatari più importanti dell’isola, si barricò nel castello, che capitolò solo dopo un lungo assedio condotto da Blasco Alagona. I danni che il castello aveva subito durante l’assedio dovettero essere molti se, l’anno dopo (1339), il re Pietro III concedette l’estensione delle gabelle per riparare le mura della città e costruire i bastioni del castello.

L’inespugnabilità della fortezza venne riaffermata venti anni più tardi, quando l’assedio di Artale Alagona si infranse contro le nuove difese. Solo la mancanza di cibo ed il tradimento di alcune guardie consegna gli assediati nelle mani dell’Alagona.

Con il nuovo ordinamento dei castelli (1398), il castellano del Castrum vetus, data la sua importanza strategica e nonostante che Lentini fosse una città della Camera reginale, venne nominato direttamente dal re.

Nel 1434, il castello venne concesso dal re Alfonso d’Aragona al nobile leontino Vincenzo Gargallo.

Il terremoto del 1542 fu infausto per il castello vecchio: i danni arrecati alle strutture portarono la Spagna alla decisione di costruire la città fortezza di Carlentini nel 1551. Nonostante i guasti, il castello mantenne una sua funzione, se continuò a custodire fino al 1675 la tavola (XIII sec.) raffigurante la Vergine, detta perciò Madonna del Castello. Trasformato in carcere per i debitori, fu distrutto definitivamente dal terremoto del 1693.

Resti architettonici

Triquetra arx - Torre triangolare, i cui vertici sono rivolti ai tre capi della Sicilia. L’elemento architettonico più notevole è costituito da un muraglione in conci squadrati legati da malta cementizia. La leggenda, risalente a Diodoro siculo, attribuisce la costru- zione della rocca ad Ercole, che volle così lasciare a Leontinoi ricordi immortali della sua venuta. Si tratta, in realtà, di un’opera tipicamente medievale, innalzata per difendere il lato sud-est del castello, probabilmente costruita in età federiciana, anche se non mancano indizi che fanno pensare ad età più tarda, quando l’uso di armi da fuoco fa privilegiare le forme acutangole che meglio si prestano alla difesa contro i proiettili.

Fossati - A nord ed a sud del Castello, difendevano la fortezza sul lati meno impervi. Quello a nord porta ancora i segni del ponte levatoio. Il taglio nella roccia, almeno dal punto di vista tecnico, ricorda le fortificazioni greche.

Basilichetta - Nel settore est, presenta un’abside ed i muri esterni. Piombatoi - Strutture a strombo per una difesa basata sul lancio di oggetti dall’alto sugli assalitori, nella parte nord.

Sala d’armi - Nella parte alta del castello, al centro della spianata, è un grande vano a pianta rettangolare, scavato nella roccia, con volta a botte e pareti ricoperte da conci calcarei, sui quali sono ancora visibili incisioni e date. I lati più lunghi sono divisi da semipilastri con funzione decorativa. Vi si accede attraverso una scala ripida con volta a botte. Comunemente definita sala d’armi, forse era una cisterna, anche se mancano del tutto i segni dell’intonaco idraulico.

Grotta della palle - Grotta scavata nella roccia (lunga 30 metri e larga 3 metri e 40 centimetri), si affaccia sulla valle San Mauro ed era probabilmente in diretto rapporto con i sotterranei del castello, come dimostra un buco nel tetto della grotta. Il nome deriva da una serie di palle di pietra, probabilmente proiettili, trovate all’interno della grotta.

Oratorio di Santa Lucia - Ricavato nella roccia, a pianta rettangolare con tre absidi, presenta un interessante repertorio di affreschi. Nell’abside centrale, un Pantocrator, assiso sul trono, con la mano destra benedicente e la sinistra che tiene un vangelo (XIII sec.). Nell’absidiola di destra, l’affresco meglio conservato raffigurante Santa Lucia (XIII-XIV sec.). Sulla parete di fondo, un santo vescovo (San Nicola?), una Mater Domini, un altro vescovo, un santo cavaliere (San Giorgio?).

Testo del prof. Cirino Gula

     

 Foto del Castellaccio di Lentini - Clicca sull'immagine per ingrandire

 

 
IN RICORDO DI CIRINO GULA (di Elio Cardillo)

Difficile imprigionare la figura del prof. Cirino Gula dentro schemi perimetrabili e che consentano facilmente di leggere le qualità culturali e l’impalcatura degli interessi del nostro Cirino, amato come fratello.
Una cosa però dobbiamo avere chiara, un aspetto che se non considerato, rischierebbe di scompartizzare quel che non si può dividere in scompartimenti, quello che non si può sfogliare, quello che deve essere visto solo come un unicum: Cirino Gula non era un accostamento di interessi e di impegni, la sua figura non può esser letta come fosse un comò con tanti cassetti, o come un cilindro da dove tirar fuori ora conigli, ora carte da poker; Cirino non aveva ora impegno scolastico, ora politico, ora artistico, ora letterario, ora umano.
La provocazione, che lancio e che è la base da cui partire, è che Cirino era conoscenza contadina e cultura insieme, semplicità e profondità insieme, spacconeria e misticismo insieme: ad abbracciarlo, ne abbracciavi l’anima.
Volendo però schizzarne i contorni e sistemare le numerose tessere necessarie a delineare il quadro della sua attività, si dovrà certamente partire dalle sue qualità di finissimo docente che ha saputo coniugare i contenuti didattici della sua disciplina con la facilità di rapportarsi con i discenti.
I contenuti disciplinari in lui si sono arricchiti di quell’umanità propositiva che trasforma le pagine di letteratura e storia in scoperta e amore per lo studio come arricchimento dell’anima.
Quanta conoscenza nel campo dell’archeologia e dell’arte!
I sassi e i cocci che affioravano qua e là nel territorio diventavano, alla sua mente, profumi, immagini di epoche lontane, e la lettura di questi era in lui contemporaneamente puntuale e rigorosa, fantastica e struggente di poesia.
Nelle sue pubblicazioni, infatti, si respira questa profonda conoscenza e la gioia di offrire stupefacenti ipotesi archeologiche; il tutto offerto con una modestia illimitata, lontano da atteggiamenti saccenti e privi di confronto.
La città, in fondo, era il suo grande amore: ne conosceva ogni angolo, e ogni angolo per lui diventava custode della piccola storia nella quale fatica e delicatezza si confondono.
Castrum fest: basta dire questa breve frase, per tirare fuori dall’umido e dai sassi del quartiere Tirone ogni sorta di musica, di colore, di poesia, di storia legate al periodo federiciano nella nostra Lentini. La fatica non era temuta, e questa veniva accompagnata da frecciate, nei suoi confronti, di mortificazione e snobismo, fardello e pedaggio di chi serve in silenzio la città.
L’immensa onestà dell’animo è venuta fuori palesemente alla fine della sua vita, quando ha voluto gridare a tutti la gioia della sua fede cristiana, da molti misconosciuta, volendo sposare all’altare di Dio la sua amata Elena e chiedendo di fare parte dei Devoti Spingitori della Vara di Sant’Alfio, richiesta subito accolta.
La sua esperienza nel teatro, il suo impegno politico, l’amore per artisti del territorio: di quanti altri interessi si potrebbe parlare!
Preferiamo ricordarlo tra i suoi concittadini che lo salutavano come a baciarlo, sentendo nel loro cuore, la sua gioia d’essere servitore.
 

 
                               
 
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